Memoria del vuoto

Marcello Fois

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2006
Pagine: 218 p., Rilegato
  • EAN: 9788806182199
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Recensioni dei clienti

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    Giacomo Di Girolamo

    07/06/2007 21:37:38

    LA MEMORIA DEL VUOTO di Marcello Fois Primo spunto. Vengo dalla lettura di Everyman di Philiph Roth. Lettura non certo piacevole, funebre direi. Racconta infatti la morte di un uomo qualunque. E lo fa in maniera opprimente, a cominciare dal nero della copertina. Unico lato positivo è che si tratta di un romanzo dove si sa che il protagonista muore, finalmente. Memoria del vuoto di Marcello Fois è invece la storia delle molteplici morti della stessa persona, Samuele Stocchino, in un destino segnato dalla “solitudine, la morte degli affetti, il ringhio della vendetta”. Ci insegnano che niente è più definitivo della morte: questo romanzo sembra raccontare proprio il contrario. Stocchino muore tante volte. Secondo spunto. Ho pensato leggendo questo romanzo a Mazzucco, Camilleri, Fontamara e alle tante storie che raccontano l’Italia vista da dentro, che è una terra mitica, senza tempo. Come nella tradizione del nostro “cunto” Terzo spunto. De Andrè. “Disamistade”, un brano di “Anime Salve”, che in italiano sarebbe INIMICIZIA. Scrive il Faber di questa sua canzone: Non tutti gli individui conviventi in una società sono disposti a trasformare il disagio in sogno. Laddove "la corsa del tempo spariglia destini e fortune", mettendoli a continuo confronto nella condivisione di uno spazio ristretto, nasce l'invidia; la disamistade, la faida, nasce dal desiderio irrealizzabile di fermare il tempo e di eliminarlo per riportare il mondo a una ipotetica condizione originaria in cui tutti siamo uguali. La faida consiste nel paradosso di ammazzare l'ultimo assassino, e l'autorità interviene quasi sempre a sproposito, giudicando frettolosamente in base a testimonianze equivoche, penalizzando innocenti che, scontata una pena ingiusta, diventano i nuovi luttuosi protagonisti della carneficina; quella manciata di case, quel piccolo paese con relativo tempio religioso, non rappresenta che il vetrino, la miniatura di più popolose società organizzate in territori di ben più vasti confini.

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    Luce

    04/04/2007 18:34:44

    L'autore gioca con la poesia, il verbo, il ritmo, come in una canzone, per raccontare ....eccidi...torture..fughe..guerra...stragi. E tu sfogli il libro, e senti l'odore del sole , del sughero, del mirto, e poi del sangue, della terra, della paura, della notte, del cielo buio di quando la luna vuole sorgere dai monti ma ha paura di farlo.Perchè la luna sa...quello che accadrà

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    Paolo

    21/02/2007 11:44:50

    Riduttivo dire un bel libro, direi piuttosto "un capolavoro". Sin dalle prime pagine. Questo è il libro migliore che ho letto di Fois.

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    Francesco

    14/02/2007 16:42:42

    Con grandissimo interesse ho letto la storia di Samuele Stocchino, un personaggio che mi ha sempre appassionato.Ho letto tanto su di lui e tanto mi ha raccontato mio padre che era ragazzo all'epoca della sua morte.E' stato emozionante leggere della strage di San Sebastiano come esito mitizzato di un torto subito da bambino, che poi determina il senso di tutta una vita.Ancora più emozionante per me è stato leggere le varie fasi della strage perchè sono del posto dove si è verificata.Ho visto migliaia di volte la casa, mi sono seduto sul gradino d'ingresso centinaia di volte e il suo ricordo mi ha sempre accompagnato sin da bambino turbandomi per tutta la vita , tanto che non ho resistito tre anni fa a scrivere un romanzo sulla strage stessa, ancora inedito, mi illudo ancora per poco....Credetemi, anche io nel mio manoscritto l'ho immaginata come la descrive Marcello Fois, tanto che mi sono sentito in forte imbarazzo.Ma mentre per me può essere normale, considerato che ho vissuto in quel contesto, è stato strabiliante la trasposizione che ne ha fatta lo scrittore, che pur essendo sardo, non ha mai abitato in quei posti .La sua grandezza è proprio questa:è riuscito a descrivere una storia tragica percependo nella sua interezza e nella sua interiorità tutti gli aspetti nascosti, la tenerezza di Samuele e i particolari più intimi attraverso una grande sensibilità. Grande la pennellata di poesia con cui descrive la notte della strage con i monti la luna e il cielo come un grande affresco di "lugori" come diciamo in sardo, e la giustificazione del personaggio Stocchino come vittima di un destino preassegnato.In ultimo, se Marcello Fois legge, mi piacerebbe farti leggere il mio manoscritto....Penso che apprezzeresti...

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    stoc

    21/01/2007 09:54:58

    Fois va sul banale: banditi in Sardegna. Lo fa con una sua voglia di racconto che non dispiace.

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    ant

    01/09/2006 14:12:12

    Una bella saga, con tutti gli ingredienti tipici della Sardegna, cioè :l'orgoglio, il rigore morale, la cocciutaggine, i territori aspri e scoscesi, la nostalgia della propria terra etc. La descrizione che mi ha colpito di più, è stata quella sul fratello del protagonista(Gonario): "Respirava insieme alle bestie,si riparavano dal sole terribile sotto la stessa quercia.Come nei tempi dei tempi:uomini e animali che contribuiscono alla grandezza del creato, senza santi o altari,ma solo la vita, che dura quel che dura".

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    giampaolo cassitta

    25/07/2006 09:12:32

    Entrare nel mondo, nel nostro mondo, quello antico, quello vero. Entrarci con occhi silenti e scrutare. Scoprire che, in fondo, la storia si ripete ma mai in maniera "identitca". Fois regala maestrìa, gioco di parole, di suoni, di rumori, dipinge e scalpella, rientra dentro l'anima e la comprime, la "riadatta". Ci regala uno scenario dolce ed etereo, cattivo e crudele ma vivo. Dentro il nostro mondo. Che non è quello di servi. Una lezione di stile. Semplicemente bellissimo.

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    paolo Cornaglia ferraris

    13/07/2006 09:08:08

    Un capolavoro. Scritto con un'attenzione perfino sofisticata allo stile, capace di utilizzare aggettivi inusuali per definire emozioni e luoghi, intenso nella capacità di visualizzare volti, eventi, paesaggi, tutti vivissimi nel dischiudersi di una storia comunque coinvolgente. Prodotto letterario e non certo assimilabile al noir commerciale, è il primo di Fois che scavalca un'incertezza giovanile ed entra nell'età adulta con piena consapevolezza del ruolo culturale di scrittore. La Sardegna non è sullo sfondo, ma è dentro le scelte e le vite dei personaggi, nei quali le emozioni sono lette come conseguenze, quasi fatali, di eventi che macinano l'esistenza di ciascuno, dando loro un'umanità viva, che si diventa quasi capaci di visualizzare e sentire. Libro davvero bello, da conservare tra quelli che non si possono prestare. pcf

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    Enrico

    24/06/2006 17:27:21

    Fois non è più una sorpresa è una certezza, questo romanzo parte come un mare calmo e poi via via con un crescendo che ti travolge sino all'ultima pagina. Bravo Fois.

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    fliesslady

    24/06/2006 15:04:16

    Anche se considero intellettualmente scorretto mettere a confronto due autori soltanto perché sono nati nella stessa terra, mi è difficile non farlo avendo appena finito di leggere “La vedova scalza” di Niffoi che riecheggia la Sardegna di Fois: terra aspra e bellissima che permea di sé l’animo degli abitanti e diventa un luogo della mente dove onore e morte si legano indissolubilmente. Un bel libro questo di Fois, scorrevole e sapiente nella stesura. Quello di Niffoi è più vicino all’arte.

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La "sarditudine" è una condizione dell'anima più che un dato di riscontro geografico o antropologico. L'appartenenza a una terra è l'elemento sempre meno privilegiato da queste nuove generazioni globalizzate per cui sembra sufficiente allenare le mandibole sotto l'insegna universale dei McDonald's. La Sardegna ha conservato invece intatta nel tempo una sua sacralità memoriale che si tramanda attraverso le stirpi, come un'emanazione mitografica trasmessa dai padri ai figli, al di là della condizione stanziale o migratoria. La Sardegna che i sardi non amano è quella costruita sulle coste – smeralde o dorate – a misura di turista, un cospicuo patrimonio di denaro che nulla, o quasi, deposita nelle tasche degli isolani, addomesticati dalle circostanze a una condizione di osservatori neanche troppo privilegiati.
Il respiro aperto della Sardegna soggiorna nell'epica della memoria, che attraversa i decenni e riporta intatta la storia degli accadimenti popolari, dei luoghi e delle tradizioni, degli eroi che diventano punto di accentramento di un'unica, riconosciuta appartenenza. Marcello Fois è uno scrittore ormai quasi leggendario nel suo paese d'origine: la Sardegna ha quest'altro merito, di accudire e promuovere le sue glorie in maniera assoluta, di elevarle al rango di "star", in una sorta di passaparola istintivo, necessario. Il Marcello Fois che ritroviamo con estremo piacere dopo una giusta pausa di silenzio seguita alla fluvialità dovuta ai primi botti del successo, è un Fois in stato di grazia, elegante e sontuoso, più letterario che narrativo, a caccia di una strumentalità linguistica che fa di questa Memoria del vuoto un cantico popolare neonaturalista di valore assoluto, necessario a misurare l'evoluzione di uno scrittore che non è più solo un eccellente giallista, ma si spinge al confronto epico con i grandi affreschi di Grazia Deledda, Salvatore Satta e Giuseppe Dessì, diventandone l'erede ufficiale.
La nostra migliore letteratura è quella che cerca nella memoria del suo territorio, nella sua storia – anche minima – i parametri per una riflessione postuma: il personaggio di Samuele Stocchino, per i sardi, è una sorta di leggenda locale tuttora presente, a metà strada tra uno Zorro isolano e una volontà estrema di giustizia che si risolve meglio tra le pareti familiari, senza interventi ufficiali. Samuele Stocchino fu il bandito più ricercato nei primi anni del Novecento, la taglia sulla sua testa – convalidata e fatta lievitare da Benito Mussolini – arrivò a toccare le duecentocinquantamila lire negli anni trenta del fascismo. Spina nel fianco del governo monopolizzante, Stocchino fu un eroe senza storia, un mito quando era ancora in vita, l'uomo nero con cui fagocitare le paure dei bambini. Figlio di contadini con le scarpe tramandate tra fratelli, Samuele è un bambino segnato da una condizione di disagio che diventa sete di vendetta quando l'ingiustizia dei ricchi possidenti locali snatura la sua modesta serenità. Dopo aver partecipato alla campagna di Libia e alla Grande guerra, Samuele torna in Sardegna e, scampato più volte alla morte, si autoproclama giustiziere della sua famiglia nella notte del 20 gennaio 1920, in cui stermina l'intera stirpe dei Boi, colpevoli, con altri possidenti, di aver organizzato oscure manovre di estorsione e di aver ucciso il fratello Gonario. Samuele diventa "la tigre d'Ogliastra", e da lì alla leggenda il passo è nella voce del popolo, che canta in coro le sue imprese delittuose.
La ricerca di Fois non è agiografica, ma trova una sua precisa ragion d'essere nella divinazione letteraria che l'autore riesce a costruire mescolando brandelli di realtà storica a quantità elevate di finzione creativa, dando luogo a una commistione suggestiva di elementi popolari che hanno il sapore assoluto della più classica tragedia. L'impasto linguistico è straordinario, un concentrato di metafore, elementi poetici e caratterizzazioni dialettali che ricostruiscono con piena consapevolezza il momento storico, l'epoca, il ruvido isolamento dei diseredati. Ciò che colpisce, nel romanzo, non è tanto la capacità di ricostruire a propria misura una vicenda concreta e reale, ma quella di attraversare un'epoca offrendo al lettore il sapore intatto, aspro, di un territorio e di un popolo, ricavando poesia dal sangue e giocando in piena coscienza con le proprie radici, che sono poi quelle che da Deledda arrivano al Padre padrone di Gavino Ledda e alla malinconiche elegie di Sergio Atzeni, passando attraverso Il disertore di Giuseppe Dessì e tutta la tradizione dei poeti di piazza come Raimondo Piras, che hanno fatto la storia della Sardegna letteraria coinvolgendo attivamente la gente nella gestione del patrimonio memoriale.
In questa sua dimensione epica, la "memoria" di Fois sembra destinata a diventare un punto di riferimento essenziale per uno scrittore che ha dimostrato di non volersi limitare a essere un giallista di successo, ma che sta cercando una sua strada nella scia della nostra miglior letteratura, consapevole di confrontarsi con la storia, aggiungendo una sua misura linguistica moderna ed essenziale – ma giustamente ricca di arcaismi – alla testimonianza di un passato nobile, generoso di pagine mai dimenticate.
  Sergio Pent