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D'INA, GABRIELLA (A CURA DI), Caro Bompiani. Lettere con l'editore, Bompiani, 1988

BOMPIANI, VALENTINO, Il mestiere dell'editore, Longanesi, 1988
(recensione pubblicata per l'edizione del 1988)
recensione di Ferretti, G.C., L'Indice 1989, n. 4

Arnoldo e Alberto Mondadori Giangiacomo Feltrinelli, Valentino Bompiani, Giulio Einaudi: c'è qualcosa di sostanziale che lega tra loro personalità tanto diverse e tanto diversi destini. È la figura e funzione dell'"editore protagonista" (come lo definisce Bompiani), che continuando una tradizione illustre fa le sue prove tra gli anni trenta e sessanta, da una fase artigianale a una fase industriale dell'editoria libraria Italiana. Una figura e funzione caratterizzate da disposizione alla scoperta e alla ricerca, sicurezza nelle scelte dei libri e degli uomini (quadri interni, consulenti, autori), rapporto reale e personalizzato con ciascuno di essi, apertura e lungimiranza intellettuale, senso del momento e del tempo (il cosiddetto "fiuto"), e cioè capacità di lettura recettiva o anticipatrice dei processi di trasformazione sociale e culturale, della domanda dichiarata, diretta, presente o latente possibile, futura, e perciò anche consonanza con una situazione generale notevole di creatività e produttività culturale. Derivando da tutto ciò, tra l'altro, una forte specificità e una costante alimentazione del catalogo, e una tendenziale formazione di lettori abituali.
Ma nell'"editore protagonista" non c'è soltanto questo. C'è anche una contraddittoria e talora equivoca convivenza di imprenditorialità e mecenatismo (spesso formale quest'ultimo), di logica aziendale e costume paternalistico, di personalismo illuminato e autoritario verso i suoi uomini; e c'è ancora un difficile equilibrio tra tempo e momento, valori di cultura e valori di mercato, gestione industriale e familiare. Cui si aggiunge l'accettazione e prosecuzione del distacco tra pubblico elitario e popolare, tra area ristretta di lettori e masse di non lettori. Un complesso intreccio di atteggiamenti, ruoli comportamenti, che vede naturalmente prevalere questo o quell'aspetto nell'uno o nell'altro editore. Basti l'esempio di Arnoldo Mondadori, che si differenzia da tutti, tanto da rappresentare quasi un caso a sé, per essere stato "editore protagonista" dentro una più marcata logica industriale, preparando cosi oggettivamente il passaggio alla logica di apparato.
Tuttavia la costante, che finisce per accomunare oggi tutti questi editori, è la progressiva scomparsa di quella figura e funzione dell'"editore protagonista", anche se ci sono ancora editori, come Garzanti e Laterza, che ne mantengono alcuni tratti. Scomparsa che trova i suoi casi più emblematici, per la durata e per il rilievo editorial-culturale della loro esperienza, in Bompiani ed Einaudi, a prescindere dai rispettivi e assai differenti epiloghi. L'uscita dei loro libri (di quello einaudiano, "Frammenti di memoria", edito da Rizzoli "L'Indice" ha già ampiamente parlato) non fa che evidenziare oggi un fenomeno in atto da tempo.
In particolare, il crescente processo di concentrazione e ristrutturazione, e il sempre più esteso intervento del capitale extra-editoriale nell'editoria libraria, con una serie di operazioni finanziarie a livello anche internazionale, delineano attraverso gli anni settanta-ottanta il contesto nel quale si consuma definitivamente il trapasso: la sconfitta oggettiva cioè, di quella contraddittorietà equivoca e perciò vulnerabile, da parte di una logica di apparato più coerente e stringente nei suoi processi decisionali e nella sua organizzazione e programmazione produttiva, distributiva, promozionale, e più direttamente finalizzata al profitto e al mercato. Si può dire insomma che la scomparsa dell'"editore protagonista" configura anche la sconfitta di un'editoria che non ha saputo essere aziendalmente avanzata quanto lo era culturalmente.
Nei libri di Bompiani e di Einaudi manca un'analisi critica e autocritica di quella trasformazione e di quel trapasso, e dello sviluppo e crisi della loro stessa esperienza e funzione editoriale: un contributo dall'interno che sarebbe stato prezioso. La ragione non è soltanto in una reticenza difensiva, ma anche e soprattutto in quella contraddittorietà della loro figura di imprenditori tradizionali. Da un lato cioè, Bompiani e Einaudi identificano sostanzialmente per alcuni decenni la loro esperienza intellettuale e critica con la pratica editoriale già descritta, la risolvono e realizzano all'interno di essa; e una volta fuori da quell'ambito operativo non sono capaci di farne oggetto di riflessione e ripiegano sul ricordo, l'aneddotica, il ritratto di fatti e personaggi più o meno remoti (in Bompiani si aggiunge tutt'al più un'implicita e sfumata indicazione del suo ideale di editore e, dal libro a qualche lettera, la generica consapevolezza di una funzione superata dal mondo dell'"industria" e della "tecnologia"). Dall'altro lato, essi hanno nei confronti dei nuovi processi un atteggiamento più o meno inconfessato di intellettualistica e "aristocratica" incomprensione e ripulsa, che li porta alle stesse conseguenze.
Complessivamente poi il libro di Bompiani (come quello di Einaudi) dice assai poco del lavoro da lui svolto, della storia interna della sua importante esperienza editorial-culturale, dell'editore di Bontempelli e Savinio, Zavattini e Moravia, Alvaro e Brancati (e anche Kormendi e Cronin), degli americani degli anni trenta e di Sartre e Camus, di collane, come le "Idee Nuove" di Banfi e Corona, del "Dizionario" delle opere e dei personaggi e degli autori, via via fino alla presenza e consulenza di Eco. Quel libro dice altresì poco o nulla della sua complessa funzione (e "mestiere") di editore, fatta di molti ruoli e mansioni, fino a coprire l'intero iter del prodotto, dal primo contatto o lettura alla diffusione e promozione nel mercato.
Molto più ricco di interesse l'epistolario, che contiene circa 600 lettere scelte tra migliaia, e con Bompiani mittente e destinatario (epistolario va detto, impostato su una partizione secondo collane, fasi, autori, che per voler essere funzionale rende in realtà la lettura frammentata e discontinua, mentre i criteri della cura non sempre vengono chiaramente forniti). Le lettere vanno dai primi anni trenta agli ottanta, ma appartengono per la maggior parte agli anni trenta e quaranta, con qualche estensione ai cinquanta. Il che non dipende soltanto (come spiegano sostanzialmente i curatori) da ragioni pratiche contingenti o dal crescente uso del telefono, ma riflette anche il progressivo venir meno di quella intensità e vitalità di rapporti editoriali e intellettuali, di cui quell'uso crescente è solo un aspetto tecnico particolare (e ben al di là della Bompiani).
Nell'epistolario dunque si ritrovano vari aspetti della figura e funzione dell'"editore protagonista", con tutte le varianti e specificità del caso. Molte lettere degli anni trenta e quaranta parlano delle "due nature", editoriale e letteraria, di cui partecipa contemporaneamente Bompiani (da Bontempelli, 1942), della sua "volontà di editore" e del suo "senso dell'arte" (da Alvaro, 1938), e in generale della sua funzione imprenditoriale e culturale insieme (soprattutto nella fase della "ricostruzione"). Altre lettere integrano quelle due nature di professionalità specifica e di ricchezza umana. Bompiani è "amico", "editore" e "intenditore" (da Moravia, 1946), legge i testi "da artista'' e giudica "insieme da uomo e da editore" (da Alvaro, 1946), realizzando casi un'esperienza totale.
Al di là di qualche accentuazione enfatica (che tradisce già una disposizione adulatoria), queste affermazioni trovano riscontri oggettivi. Dall'insieme del volume (lettere, testimonianze, note documentarie) il Dizionario per esempio appare veramente "qualcosa di più di un libro, di un'impresa: una parte importante della sua vita", come Bompiani stesso scrive nel '46. Dai vari carteggi risalta inoltre la sua attenta ricerca dei testi, il suo rapporto affettuoso e schietto, concreto e produttivo con gli autori, la sua capacità di discussione intelligente e interna al loro lavoro, condotta con la competenza di un vero consulente e con la determinazione di un vero editore. Ad esse si aggiunge l'affermazione orgogliosa e polemica della propria funzione intellettuale (a Cecchi, nel '38): "Accade talvolta che i critici attribuiscano a se stessi delle opinioni e all'altra parte soltanto dei criteri d'affari: (che è un modo tanto pericoloso quanto gratuito di considerare il lavoro altrui)". Bompiani mostra poi un preciso senso del prodotto, del lancio e del mercato di allora delle esigenze, necessità, curiosità desideri del lettore (facendosi lettore egli stesso nelle scelte), e al tempo stesso manifesta tutto il suo impegno personale e editoriale per conquistare agli autori "difficili" un più vasto pubblico.
Tutte queste convivenze trovano certamente un terreno favorevole nel mercato ristretto, semplice e "povero" di quegli anni, e nella presenza di una società letteraria che agisce da interlocutore collettivo in ogni singola trattativa, e da mediazione critica nelle scoperte degli autori e nei successi di lettura; l'editore cioè deve tenerne conto e può al tempo stesso avvantaggiarsene. In molte lettere, tra l'altro, il pubblico appare quasi come un'estensione di quella società letteraria: "ti ho chiesto un elenco di amici per il nostro schedario, di persone di un certo gusto letterario, che possano seguire con interesse le nostre pubblicazioni" (lettera circolare agli autori }Bompiani, 1945).
Ma non mancano episodi in cui certe convivenze tradizionali mettono a nudo i loro equivoci. Bompiani insomma è un editore-intellettuale ma anche un editore-padrone; e Vittorini nel '43 è per lui un redattore-intellettuale e un redattore-funzionario, che assomma in se mansioni creative e mansioni impiegatizie. Ma quando Bompiani fa pesare il secondo momento ("occorre che tu disciplini In modo diverso il tuo lavoro" ecc., cui seguono altri sette "occorre"), Vittorini gli chiede risentito "Ora tu vorresti che mi trasformassi in un impiegato?"
On equivoci maggiori comunque, nascono dalla commistione e confusione di rapporti imprenditoriali e personali, aziendali e familiaristici con gli autori, non appena si passa dal dialogo sui testi a più pratici problemi editoriali Certe richieste di "solidarietà" da parte di Bompiani, possono essere motivate dall'emergenza dell'autunno '43 (la percentuale d'autore ridotta di un 3 per cento), o dalle difficoltà del dopoguerra (l"'aiuto" degli autori nella " campagna di propaganda in favore dei nostri libri"), e l'offerta per contro di una casa di vacanza a Lerici si può spiegare nello stesso clima. Ma a ben vedere essi sono gli episodi eccezionali di una regola di comportamenti che negli anni trenta e quaranta vede confondersi troppo spesso, da entrambe le parti, "amicizia" e "affari", "Casa Editrice" e "famiglia", con la conseguenza che la pubblicazione al un manoscritto o ut una ristampa, la corresponsione di anticipi o diritti, vengono considerate da molti scrittori come generosi favori mecenateschi. Di accorate "preghiere, umili giustificazioni e reverenziali ringraziamenti sono punteggiate numerose lettere, non senza tracce di piaggeria e sottomissione (particolarmente esplicite in Cardarelli, 1938).
Concludendo l'intero discorso sulle convivenze, se ne può trovare qualche curioso riflesso nei diversi inizi di lettera: "Caro Valentino", "Caro Bompiani", "Caro dottore", "Egregio dottore", "Illustre e caro Bompiani", "Caro Conte", fino al "Monsieur le Président" di Malraux, cui Bompiani risponde (in modo pertinente) "Monsieur le Ministre". Va detto peraltro che l'epistolario documenta più ali aspetti positivi di quella figura di editore che le contraddizioni o gli equivoci, più i rapporti ad alto livello letterario e progettuale che il lavoro della "macchina" (mentre non c'è quasi traccia di tutta la produzione di più dichiarato e vasto successo commerciale), più la serrata iniziativa e produttività che i lin1iti e le debolezze di una struttura artigianale e familiare (se poteva accadere nel '43 che il redattore Raguzzi si rivolgesse a Zavattini per avere le cifre della tirature dei suoi libri); ancora, più i reciproci elogi, accordi e consensi (anche con ripetitive ridondanze), che i dissensi, attriti e scontri.
Certo, da molti segni Bompiani appare portato a riassorbire i contrasti nella continuità, a smussare le punte, a evitare gli scontri. Le vicende censorie di Americana e di altri libri, sono più storie di compromessi che di conflitti, mentre dei resto alcuni episodi e comportamenti rivelano un tratto personale, da signore borghese, di prudenza e timore nei confronti del contrasto, dello scandalo, della polemica (soprattutto politica), delle posizioni troppo nette e dichiarate e antistituzionali o che comunque appaiano a lui non mediate (o non abbastanza) dalla letteratura e dalia cultura. Basterà ricordare, nel '46, le sue preoccupazioni per alcune voci del Dizionario, in cui Banfi prende posizione (con relative ironie dell'interessato sulla paura di "qualche falce e qualche martello" nascosti "sotto la filosofia"), o il rifiuto nel '52, del pamplJlct di Francati Ritorno alla censura, per la sua "arbitrarietà" scandalosa.
Ma c'è dell'altro. Che quei tratti generali prevalentemente positivi e composti (al di là delle lettere perdute) rispondano anche a criteri parziali e interessati di scelta della raccolta, possono farlo pensare alcune "spie": l'assenza delle lettere di Bompiani e del collaboratore Pogni (pubblicate nell'epistolario vittoriniano 1933`13, edito da Einaudi, pp. 250-2) sullo scontro con Vittorini, a proposito della sua attività politica clandestina e dei danni che ne derivavano alla casa editrice; e l'assenza altresì di qualsiasi traccia dell'episodio che vide Bompiani ritirare il suo finanziamento e il suo nome dalla rivista "Officina", in seguito a un polemico poemetto di Pasolini contro Pio XII, che nel '59 fece scandalo (una lettera di Bompiani a Leonetti per esempio, viene citata da Nico Naldini nella Cronologia che precede le Lettere 1955-1975 di Pasolini, edite da Einaudi, pp. XI.V-VI). Vuoti che ne sottintendono forse altri, e che finiscono, per tradire un maldestro tentativo di mondare, edulcorare, abbellire un'esperienza, carriera e figura abbastanza impol-tal1te da non averne bisogno.