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Metropoli. La nuova morfologia sociale della città

Guido Martinotti

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Editore: Il Mulino
Collana: Saggi
Anno edizione: 1993
In commercio dal: 3 maggio 1993
Pagine: 244 p.
  • EAN: 9788815036971

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Dopo aver analizzato le contradditorie dinamiche della trasformazione metropolitana, l'autore esamina le specificità che questi fenomeni assumono nel nostro paese, a partire dalla definizione delle aree metropolitane italiane e della loro struttura sociale. Vengono quindi individuati diversi tipi di città e di popolazioni in competizione tra loro all'interno dello spazio urbano (abitanti pendolari, "city users", "metropolitan businessmen"), i conflitti che ne scaturiscono e le ipotesi per un possibile "governo delle metropoli".
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recensione di Becchi, A., L'Indice 1993, n.11

È banale riconoscere che nelle forme dell'organizzazione sociale come si sono storicamente definite, la città ha rivestito un ruolo "superiore". Ed è per questa ragione che alla città si sono spesso riferite sia le riflessioni sulle inebrianti frontiere del progresso, sia gli apocalittici scenari sul collasso della civiltà. Nell'ultima transizione delle società industriali, che è tuttora in atto, le città hanno subito profonde modificazioni legate da una parte alla contrazione della quota di lavoro assorbita dal settore manifatturiero, e dall'altra alla cosiddetta mondializzazione, o globalizzazione, del sistema economico e finanziario, ma anche ai mutamenti dei modi di vivere e soprattutto dei modi di usare il tempo libero per masse sempre più numerose di persone. La ristrutturazione del lavoro dall'industria al terziario e i nuovi usi del tempo libero hanno influito profondamente sull'organizzazione delle città e sulle destinazioni delle sue aree centrali. La globalizzazione ha moltiplicato le relazioni tra città portando alla configurazione di una grande "rete" in cui alcuni centri emergono con funzioni di leadership e gli stimoli alla competizione o alla cooperazione diventano, di volta in volta, più aggressivi.
Le sollecitazioni che da queste tendenze derivavano non sono state sempre ben comprese, non solo perché, era difficile leggerle con i tradizionali strumenti di analisi, ma anche perché, non erano sempre agevolmente riconoscibili gli interessi che ne venivano premiati o penalizzati. I tentativi di interpretazione - da quello sulla deurbanizzazione o sulla fine della città a quello sul postindustriale come approdo alla "fine del lavoro"- hanno rispecchiato quest'incapacità di cogliere le implicazioni del mutamento. Ma l'incapacità si è, non di rado, riflessa (e in modo più pronunciato laddove le classi dirigenti, nel loro insieme, erano impreparate - come nel caso italiano) in difficoltà e ritardi nel governo della trasformazione urbana.
Sono questi i temi trattati nel nuovo libro di Guido Martinotti, che parte da questa duplice constatazione, dell'eclissi delle capacità di governo e delle distorsioni nei paradigmi interpretativi. "Nelle fasi di transizione tra due grandi cicli, è in primo luogo l'apparato conoscitivo a essere investito dalle perturbazioni del mutamento". Bisogna dunque cercare di dotarsi di strumenti concettuali appropriati.
In contrasto con ciò che sostiene la tesi della deurbanizzazione, le innovazioni fondamentali prodottesi nell'ultimo periodo sono il risultato di un processo di maturazione della metropoli: "in realtà, la città è ben lontana dal morire o dal declinare, ma non vi è dubbio che la città che ci è stata tramandata dalla storia di due secoli di urbanesimo industriale si stia trasfigurando radicalmente. Anzi si e già in tal misura modificata da rendere la nuova forma urbana profondamente contraddittoria con l'idea di città che ci è tuttora familiare". Così dalla metropoli di prima generazione che "è fortemente caratterizzata dal fenomeno del pendolarismo", si è transitati per la metropoli di seconda generazione in cui agli abitanti e ai pendolari si sono affiancati i consumatori metropolitani, "gli ospiti delle città in cui viviamo: desiderati e detestati al tempo stesso, ma ineliminabili nuovi cittadini. E si sta ora transitando verso la metropoli di terza generazione che alle tre popolazioni precedenti ne aggiunge "una quarta, ancora numericamente limitata, ma di dimensioni crescenti, costituita da quanti si recano in città per affari o scambi". Non è che le funzioni oggi emergenti non fossero presenti anche nel passato. "Le città hanno da sempre attirato popolazioni di questo tipo: pellegrini, mercanti, viaggiatori e vagabondi di ogni genere. Ma nelle metropoli contemporanee questa funzione sta assumendo una importanza crescente, grazie alla progressiva trasformazione delle economie urbane in economie di servizi".
Dalla vecchia definizione della metropoli come intreccio di relazioni tra residenze e attività, si deve perciò passare a una definizione più complessa. E questi mutamenti sono difficili da analizzare perché, "gli strumenti tradizionali della conoscenza sociologica e demografica 'vedono' con una certa precisione gli abitanti, ci dicono qualcosa sui lavoratori e poco sui pendolari. Ma non colgono in alcun modo le nuove popolazioni".
Le quattro popolazioni convivono e confliggono, sebbene in forme meno evidenti, anche perché, non istituzionalizzate, rispetto al tradizionale conflitto di classe. In quello il conflitto matura nel luogo di produzione e si rispecchia sulla città. Qui il conflitto verte sull'uso della città, sulle diseconomie che dalla "popolazione" dei consumatori esterni derivano ai residenti, sugli investimenti non prioritari per gli abitanti che la "popolazione" degli uomini d'affari richiede, e contrappone la parte dei cittadini che trae benefici netti dalle trasformazioni a quella che ne deriva costi, talvolta proibitivi. "Mentre le classi e gli altri soggetti organizzati partecipano oggi alla dialettica sociale tramite intermediazioni a volte persino eccessivamente istituzionalizzate, sono le popolazioni a creare i maggiori problemi".
Una componente sempre più importante nella formazione del reddito urbano, rispetto all'ubicazione nella città di industrie manifatturiere competitive, è rappresentata dalla spesa dei non-residenti. Per questo si assiste "alla strenua competizione tra le classi dirigenti delle diverse città per ottenere l'assegnazione di importanti funzioni di ricreazione collettiva" o per entrare a far parte del network in cui si muovono gli uomini d'affari metropolitani, "per attrarre la localizzazione delle funzioni superiori - non tanto le fabbriche, ma le sedi manageriali". Ma le soglie delle reciproche compatibilità sono difficili da individuare. E Martinotti lo ricorda con riferimento a un caso emblematico: la contestata ipotesi di realizzare l'Expo 2000 a Venezia. Governare queste trasformazioni è, dunque, difficile. Esse infatti mettono in mora la vecchia struttura delle appartenenze: nella metropoli si collocano squarci sempre più importanti di lavoro e di vita di chi alla città non appartiene, n‚, come residente, n‚, come addetto a un'unità produttiva ivi localizzata. In ragione di questi squarci si appartiene a una comunità (quella dei tifosi della squadra di calcio, dei fan del cantante rock, dei finanzieri d'assalto) la cui sede fisica è irrilevante. Le comunità tradizionali riferite a un luogo si intrecciano con queste, ma solo alle prime fanno riferimento le istituzioni rappresentative. E tuttavia è alle seconde, alle comunità emergenti, che guarda il potere economico e finanziario - cui le stesse istituzioni non possono essere indifferenti. Anche per questo è arduo, in questa metropoli, "ottimizzare la difficilissima combinazione delle tre variabili chiave di crescita, equità e qualità ambientale".
E il caso italiano? Il caso italiano (all'analisi delle tendenze del fenomeno urbano in Italia è dedicato il capitolo centrale del libro) è emblematico delle conseguenze che le distorsioni interpretative e l'eclissi delle capacità di governo - anche con la mancata istituzione delle autorità metropolitane previste dalla legge 142 del 1990 - possono determinare. "Il ritardo è grave, non solo perché, ci impedisce di "vedere" la nuova città e favorisce inoltre la propagazione di folle ruraleggianti da parte dei mezzi di comunicazione di massa, ma anche perché, ostacola l'individuazione di quelle aree che... forniscono la base su cui deve poggiare la capacità competitiva delle nuove economie regionali urbane".
Note legali