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Ci sono dei libri unici, di quei libri tutti cose che si scrivono una volta sola, e che possono riuscire anche al non scrittore quando parla di sé, del proprio mestiere, delle proprie gesta: il De bello gallico, Il Milione, l'Autobiografia del Cellini. Stendendo il bilancio d'un mezzo secolo di vita spesa nella scuola e per la scuola, Monti ha scritto uno di questi libri. E siccome è anche scrittore, ha combinato i pregi dell'una e dell'altra condizione, dell'esperienza letteraria e della concretezza pratica. Mezzo secolo di scuola intesa come fabbrica. Fabbrica di che? Fabbrica di uomini, «perché gira e rigira tutto si riduce alla pianta uomo». La scuola, che insegna a parlare: linguaggio, analisi logica, «leggi del conoscere, dell'esprimersi, dell'entrare in relazione - in società - con i tuoi simili». Cioè la scuola come fucina di vita associata, come mezzo per entrare in comunicazione col mondo. Perciò la scuola come specchio ed immagine viva del paese: di questa lunga Italia, che il professar Monti impara a conoscere nelle tappe del suo servizio, da Bosa in Sardegna a Chieri, da Reggio Calabria a Sondrio, da Brescia a Torino. Il conflitto di tecnica e umanesimo è il filo su cui è tesa tutta l'opera. «Maestro classico di vita moderna»: cosí Pieto Gobetti aveva definito Monti. E in questo libro appare chiaro che non si tratta tanto di cose da insegnare, quanto di metodo nell'insegnarle.