Le mille luci di New York

Jay McInerney

Traduttore: M. Caramella
Editore: Bompiani
Edizione: 6
Anno edizione: 2000
Formato: Tascabile
In commercio dal: 9 febbraio 2000
Pagine: 158 p.
  • EAN: 9788845243677
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Recensioni dei clienti

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    Roby

    21/10/2017 08:07:11

    Questo libro trasmette un continuo stato di torpore, di confusione e senso di incertezza. È una lettura veloce, ma in poche pagine si percepisce benissimo quella frenesia che solo a New York si può ritrovare. Lettura piacevole, certo non è per me il romanzo del secolo, ma mi fa piacere averlo dentro di me e riscoprirlo di tanto in tanto.

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    luigiru

    09/12/2015 11:57:27

    Scritto in seconda persona costringe a entrare a piè pari nel libro e a volte a gamba tesa verso la propria autoindulgenza e autocommiserazione. Anche se è passato un po' di tempo da quella/e New York rimane attuale e divertente. Il ruolo della collega? Epico!

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    Lomax

    19/04/2015 17:33:30

    È' un'elettrizzante e forbita divagazione narrativa, originale nella prosa e ricca di fulminanti (e solo all'apparenza contorte) riflessioni esistenziali. È come un giro in Go Kart: non si parte per la destinazione, ma per l'adrenalina del viaggio.

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    Rory

    14/10/2014 20:37:34

    Fantastica scrittura, stratosferica, direi, ricca di invenzioni, paragoni azzardati e calzanti, con un ritmo funambolico. La trama, sono d'accordo, è poca cosa, ma non tutti i romanzi sono necessariamente " di trama". Alcuni, come questo, sono incentrati sui sentimenti, sulle sensazioni, su uno scavo psicologico che, sicuramente, non mancano. E dove lo mettiamo il ritratto d'ambiente ? Io me li ricordo, gli yuppues!

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    manolita

    17/04/2014 13:14:25

    Belle le descrizioni ma la trama -se così si può definire- è piuttosto sterile e,direi,inesistente.

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    GianniF.

    23/03/2014 11:30:34

    Graffiante ed avvincente romanzo con protagonisti abitanti della 'grande mela'descritta stupendamente, come lo sono gli stessi, con probelmi e complessi che la vita di artisti, nella metropoli, impone:compromessi,ipocrisie, droghe e sesso.

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    taty

    23/10/2012 12:39:37

    Io non l'ho trovato chissà che libro. Non mi trovo d'accordo con la maggior parte dei commenti precedenti. Probabilmente non è il mio genere.

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    Luce

    21/04/2009 15:23:30

    Sono perplessa. E' da premettere che questo romanzo è ambientato nella New York anni '80. Notti folli, droghe, cocaina cocaina cocaina. Il protagonista si ritrova spinto nelle notti newyorkesi dopo che la moglie, fotomodella, lo abbandona da un giorno all'altro. ("sono le sei del mattino...lo sai dove stai andando?"). Il libro narra la vita sul filo del rasoio di questo personaggio..di cui non mi ricordo già più il nome. La consapevolezza di essere sul filo del rasoio, ed il suo intimo desiderio di una vita normale. Sinceramente non mi ha convinta. Sarà che lo yuppismo è oramai passato..che la Milano da bere e la folle new york...sono ricordi come la dolce vita...che mi ci sono avvicinata pensando di trovare tuttatro, visto che l'autore è stato "stra-intervistato" sul caso Maddox.. poco coinvolgente

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    xino

    26/04/2008 10:55:37

    Un romanzo davvero sorprendente. L'ho letto inizialmente per non perdermi uno dei pochi grandi libri scritti in seconda persona - "Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero. Il locale è lo Heartbreak oppure il Lizard Luonge. Tutto diventerebbe più chiaro se potessi fare un salto in bagno e sniffare una bella riga di tiramisù boliviano". Leggere una storia raccontata con il "tu" fa uno strano effetto all'inizio, è un po' come star giocando a un videogioco o a un librogioco; poi diventa del tutto normale. E' un romanzo leggero e profondo allo stesso tempo. Coglie perfettamente quell'atmosfera di vertigine spensierata che porta all'annientamento, propria delle grandi metropoli degli anni '80 - New York certo, ma qui in Italia c'era la famosa Milano da bere - che poi è dilagata un po' dappertutto. L'ultima parte è più sentimentale con il protagonista che fa i conti con se stesso e decide di darsi la possibilità di una rinascita, ed è prorio questa seconda parte che dà un valore aggiunto tutto il romanzo.

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    Mimmo

    27/11/2007 02:35:10

    Probabilmente l'ho letto in un periodo di stress abbastanza alto e soprattutto di stanchezza... ma questo libro ha un po' deluso le mie aspettative. Da rileggere! Per il momento il mio giudizio resta nella media. Sarà per la prossima lettura.

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    Lorenzo Berti

    20/06/2007 09:44:58

    Sarà una mia mancanza, ma non vedo molto del "campione del minimalismo", in questo romanzo e in questo autore. Il minimalismo, per come la vedo io, è Carver. E senza scomodare dei o numi tutelari, ci sono comunque altri autori che praticano il genere. Così su due piedi mi viene in mente T. Coraghessan Boyle, per dirne uno. O alcune cose di Cheever, per andar più indietro. Questo è un bel romanzo, con alcuni tratti magistrali (si legga la conversazione con la madre morente, p. 140) e con una passività di fondo che può anche essere considerata (a torto, secondo me) minimalismo. Ad allontanarcelo, sono proprio le mille luci di new york, che se danno comunque una perfetta idea di vuoto, non sono esattamente presentate come un costante basso profilo. Idem per la tristezza di fondo del protagonista, che brucia (ed è un bene, una caratteristica propria ed unica) troppo, per non farsi notare. Infine, un limite della forma: l'impianto verbale su cui è costruito il romanzo - una seconda persona che è quasi come un'esortazione costante, un'invocazione un po' troppo classica (a me venivano in mente le metamoforsi di Ovidio) - alla lunga può stancare, un po' ripetitivo e un po' fuori tempo com'è...

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    Fabio

    05/02/2007 21:38:26

    Se dovessi riassumere la storia sarei in grossa difficoltà. La trama è scarna semmai ce ne fosse una. Il preludio ad una stroncatura? Niente affatto... Un romanzo geniale per COME è scritto, il COSA c'è scritto passa in secondo piano. Amanti delle trame complesse, degli intrecci cervellotici: alla larga! Questo libro non fa per voi. Per chi sa giudicare un libro da poche righe eccovi un assaggio: "La notte ha ormai girato quell'impercettibile chiavetta con cui si passa dalle due alle sei del mattino. Tu sai benissimo che il momento è arrivato e passato, ma non sei disposto ad ammettere di aver superato il limite oltre il quale tutto è effetto collaterale gratuito e paralisi di terminazioni nervose."

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    Matteo

    06/11/2006 16:06:40

    Un libro incantenvole. E' il primo che leggo di Jay McInerney e per un amante incallito come me di New York non potevo perdermelo per nessuna ragione al mondo. Che dire, ha una scrittura che ti cattura, ti lega e ti rapisce. Non è mai banale, non è mai prolisso, ti arriva direttamente al cuore e nella testa. E' molto bravo a disegnare i sentimenti umani e colorare la società nei suoi eccessi, nella sua eccessiva importanza data alla ricchezza materiale e delinea bene a livello psicologico e anche "coreografico" i suoi personaggi. E' un libro bellissimo. Bellissimo. Bellissimo. Solo 153 pagine, questo per insegnare che non ci vogliono per forza 500 pagine per sfornare un gran libro. Messaggio chiaro per alcuni autori che eccedono nel numero delle pagine perchè cosi' facendo credono di rendere migliore il proprio scritto. Sbagliato.

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    MARCO DA VR

    20/09/2006 14:45:46

    IO ADORO QUESTO SCRITTORE. HA UNO STILE CHE CATTURA E CHE TI IMPEDISCE DI MOLLARE IL LIBRO FINCHE' NON ARRIVI ALLA FINE. IL PROTAGONISTA IN PARTICOLARE E' TALMENTE SFORTUNATO DA FARV TENEREZZA...

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    marcello

    19/09/2006 21:58:06

    E'un libro bellissimo.C'è tutto:passione,sofferenza,un pò di follia,energia ma soprattutto tanta verità perchè tutti ci si possono ritrovare. Sarà un romanzo sempre attuale perchè sviluppa con una sincera intensità i temi classici della nostra vita.Per me è eccellente!

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    Francesco

    28/02/2006 13:00:37

    semplicemente il più bel libro che abbia mai letto.

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    Urizen

    11/02/2006 00:11:41

    Ho adorato alla follia American Psycho che descriveva con feticistica compiacenza l'edonismo anni '80. Poi è arrivato Bright light, big city ed è stato come scoprire il lato nascosto, malinconico ed umano di Patrick Bateman. Mcinerney dona umanità, tenerezza alla no-generation descritta dagli scrittori minimalisti. Ellis distrugge, lui raccoglie i pezzi e cerca di rimetterli insieme..Assolutamente da non perdere... Consiglio di accompagnare la lettura di questo libro con "Turn on the bright light" degli Interpol: stesse suggestioni, stessa classe, stessa fatale, indimenticabile New York.

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    Nereo

    09/01/2006 14:19:27

    Leggere il libro dopo aver visto il film toglie inevitabilmente un po' di sapore, ma lascia comunque la possibilita' di dare interpretazioni personali. Marcatissima la New York degli anni '80 che letta oggi sembra quasi "antica". Divertente all'inizio per scemare in un terremoto emotivo del personaggio verso il finale. Da consigliare ad un giovane lettore.

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    vincenzo

    16/12/2005 09:25:35

    Se arrivi a McInerney dopo Ellis, il paragone è inevitabile. Il minimalismo del secondo traborda le esigenze di approfondimento del primo. C'è il problema del romanzo d'esordio, incerto e traballante in alcuni momenti di 'picco' ma comunque complessivamente ben pensato e ben scritto. Meglio averlo letto, che il contrario.

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    paola

    03/11/2005 11:46:10

    Niente a che vedere con Holden e compagnia bella. La parte migliore è riportata pari pari in "Nudi sull'erba" edito da Bompiani. Un autore che si ricicla non ha più nulla da dire. Secondo me

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Sabbadini, S., L'Indice 1987, n. 2

Si sa bene, ormai, che è dagli anni '50, da "The Catcher in the Rye" almeno, che i nipotini di Huck Finn non navigano più lungo il grande fiume, ma, come tutti i nuovi pìcari, si aggirano in cerca d'iniziazione, sempre più sofferenti, tra le mille luci della città. Incompresi,orfani, usciti da famiglie sconvolte; abbandonati da amica, moglie, compagna; cacciati da scuola, università, lavori e impieghi vari; paiono attraversare attoniti l'inferno urbano sino ad arrivare, come il loro più adulto padrino e santo rappresentante, Herzog, quasi all'orlo della follia: ma alla fine tutto si risolverà, generalmente e preferibilmente tramite un'epifania familiare - immagini di papà e mamme morte, vecchie cose e case di famiglia, sapori d'infanzia, - tutto, insomma, liricamente si concilierà, acquisterà un suo senso e una sua chiarezza; si riprenderà a vivere.
Anche di fronte al successo di "Le Mille Luci di New York" di Jay Mc Inerney, come d'altra parte sempre più spesso accade, è difficile fare una recensione del libro senza recensire il suo pubblico e la sua campagna promozionale fatta di tours internazionali, foto d'attor giovane, lunghi servizi stampati prima ancora che il libro sia uscito - (i recensori, si sa, leggono in bozze, collaborando e non distinguendosi più dagli uffici stampa) - dal tono vagamente sociologico, cioè fitto di quelle etichette che di lì a poco serviranno all'affermazione di mode mirate: e nel caso specifico, dopo gli yuppies e i preppies ci si aspetta già la scarpa minimalista e il look post-lost.
Negli Stati Uniti il mercato per simili operazioni è quello degli studenti dei colleges, ormai abbastanza vasto se non per competere con quello delle casalinghe che acquistano Robbins facendo la spesa, almeno per permettere l'affermazione di generi da noi ancora sconosciuti come il campus novel. In Europa, invece, il libro si rivolge a tutti i giovani col loro bel mito americano dentro, quel mito che fa dell'America il gigantesco teatro dove vengono esposte le merci del mondo, quel teatro con la sua bella fila di voli charter e richieste di borse di studio. E questi lettori, che sono poi gli stessi della Jong, di Leavitt, dei films di Woody Allen e delle "commedie urbane sofisticate", fruiscono questi romanzi capovolgendone le intenzioni, o forse, meglio, realizzandone quelle vere e nascoste. Perché se il messaggio letterale vorrebbe essere di angoscia e sofferenza, quello reale è di invidia e identificazione: com'è bello "farsi" in un loft di Soho, essere piantati da una moglie ed essere consolati da mille modelle, fuggire in case isolate delle Berkshires e piangersi addosso nei supermercati giganteschi e notturni! Non importa quale sia il tasso di realtà di questi sogni, ma è della loro stoffa che è fatto il nuovo mito americano.
L'apporto particolare di Mc Inerney al genere non è di gran rilevanza: l'aggiornamento dei dilemmi da giovane Holden è perseguito con l'aggiunta d'una cocaina che non fa male, come i bicchieri di whisky degli investigatori dei romanzi gialli. Per il resto i passaggi topici del genere sono scrupolosamente osservati: abbandono da parte della moglie, indossatrice, ma costante presenza femminile; licenziamento, ma costante abbondanza di soldi; lutto familiare, con morte della madre, e relativo romanzo psicoanalitico; epifania finale, addirittura con il "sapore del pane" che riconcilia con la figura materna.
Anche le varianti sono collaudate, quelle culturali non sono certo fatte per spiazzare nessuno: si va da "Qualche titolo a caso basta a indurre in te uno stato di vertigine: "Mentre morivo, Sotto il vulcano, Essere e tempo, Anna Karenina, I fratelli Karamazov". Devi aver avuto una gioventù ambiziosa... " a un "Volevi essere Dylan Thomas senza la pancia, F. Scott Fitzgerald senza l'esaurimento nervoso...". Lo stesso avviene per una psicologia sempre in bilico tra A. Miller, T. Williams e il tormentone su chi era il più amato dalla mamma : "Non hai mai dovuto fare il minimo sforzo per avere quello che volevi e non hai intenzione di cominciare adesso, vero? Sempre promosso, ragazze a piovere, premi lavori prestigiosi - ti casca tutto in grembo, eh? Non devi nemmeno fare lo sforzo di andartele a cercare, queste cose. Così immagino che sia facile dar tutto per scontato...".
Come si vede dalle citazioni, sul piano tecnico, l'unica originalità è data dalla scelta, infrequente, della seconda persona al posto della prima che ci si sarebbe aspettata, così da allontanare l'ansito autobiografico in una parvenza d'oggettività nouveau-romanzesca. Per il resto, la cosa migliore del romanzo è la citazione hemingwayana d'apertura: "Come hai fatto ad andare in rovina?" chiese Bill. "In due modi", rispose Mike, "gradatamente prima, e poi di colpo"
Nel romanzo di Mc Inerney di rovina si parla soltanto, ma non si ha la minima idea di cosa sia.