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Ministri e giornalisti. La guerra e il Minculpop (1939-43)

Curatore: N. Tranfaglia
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: XXXIII-331 p., Brossura
  • EAN: 9788806150044
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30 settembre 1938. Il treno che stava riportando Mussolini da Monaco a Roma venne fatto segno di manifestazioni di entusiasmo da parte della folla assiepata lungo il percorso. Riprodotte dai cinegiornali fascisti, le manifestazioni apparvero sincere. Si comprese poi che racchiudevano in realt‡ un paradosso. Contro ogni apparenza, rappresentarono infatti il prologo della crisi del regime. Che cos'era successo? Il giorno prima, a Monaco, il duce aveva fatto accettare a Francia e Inghilterra la cessione dei Sudeti alla Germania da parte della Cecoslovacchia. Non bastÚ, com'Ë noto. Undici mesi dopo ci sarebbe stata egualmente la guerra. Eppure, quel popolo dall'aria ansiosamente dimessa non si compiaceva cinicamente delle sventure della Cecoslovacchia. Ostaggio di un fraintendimento clamoroso, e pur indicativo di uno stato d'animo, la folla individuava nel duce il custode della pace. Non pochi italiani erano infatti ancora disposti a concedere, proprio in cambio della pace, scampoli di appoggio al regime. E il Patto di Monaco era ingenuamente interpretato come una sorta di anacronistico prolungamento di quella pax romana che si poteva compitare rovistando nei sillabari di regime. Se le folle plaudenti non potevano dunque che essere deluse e ingannate, anche il capo del fascismo fu, a sua volta, ingannato dal commosso giubilo che si poteva leggere sui volti osservati attraverso i finestrini del vagone. Fiducioso negli esiti pedagogici della ripetitiva retorica bellicistica, immaginÚ probabilmente che quei volti esprimessero sentimenti intrepidamente guerrieri.
Sulle drammatiche conseguenze di questo duplice fraintendimento abbiamo ora, qui pubblicata grazie alle ricerche effettuate da Nicola Tranfaglia tra le carte del gabinetto del ministero della Cultura popolare, una fonte di gran rilievo e di avvincente lettura. Tale fonte ci aiuta infatti a effettuare, incrociandoli fra di loro, tre percorsi conoscitivi. In primo luogo essa esibisce l'umiliante condizione di sudditanza della stampa in un regime totalitario. In secondo luogo, e sia pure in modo pi˘ indiretto, evidenzia il corpo a corpo tra un regime che la forza delle cose imprigiona sempre pi˘ nella logica di una guerra dalle dimensioni assolutamente impreviste e il consenso popolare che, con i disastri provocati dalla guerra stessa, evapora sino a diventare insicurezza, paura del futuro, rifugio nel ìparticulareî e progressiva disaffezione. In terzo luogo mette in luce la visione che il governo fascista, con umori nel tempo cangianti, ha, e vuole imporre, del conflitto mondiale.
La fonte Ë costituita dai verbali - ottanta in tutto - che riportano i colloqui effettuati, nel corso di periodici incontri, tra il ministro della Cultura popolare e i direttori dei giornali appositamente convocati. Al centro vi sono le indicazioni dei ministri Dino Alfieri, Alessandro Pavolini e Gaetano Polverelli. A tali indicazioni i giornali, tutti fascistizzati, dovevano ovviamente attenersi. I verbali rinvenuti hanno a che fare con il periodo 5 gennaio 1939 - 27 marzo 1943. Protagonista indiscusso degli incontri, e autore di autentiche e interessantissime relazioni, fu Alessandro Pavolini, ministro, tranne un breve intervallo di guerra in Grecia, dal 31 ottobre 1939 al 6 febbraio 1943. Gi‡ squadrista toscano, e fascista intransigente, diventer‡ poi segretario del partito fascista repubblicano. E finir‡ i suoi giorni, con gli altri gerarchi di SalÚ, sul lungolago di Dongo. Pavolini, uomo dall'acuta percezione delle cose, comprese comunque sin dall'inizio che gli italiani erano assai esitanti davanti alla guerra. E, tuttavia, ai giornalisti, servilmente disponibili all'apologia indiscriminata, non chiese mai di minimizzare eccessivamente le difficolt‡. Non si doveva cioË presentare sui giornali la situazione come entusiasticamente favorevole. Non si dovevano negare le ristrettezze annonarie. Non si doveva, soprattutto, una volta sbaragliata la Francia dal Reich, dare gli inglesi per spacciati. Li si doveva piuttosto considerare inseriti in un processo di decadenza che avrebbe causato la scomparsa dell'impero britannico e l'inevitabile ascesa di nuovi imperi, animati dai popoli giovani dell'Asse.
Quasi che i machiavellismi della politica e il gran scenario del conflitto fossero prerogativa della Èlite dei governanti, erano invece gli Arcana Imperii delle relazioni internazionali, e i giochi complessi delle alleanze, che dovevano essere sottaciuti, o comunque non enfatizzati, ai lettori. Dopo l'ingresso dell'Italia stessa nel conflitto, in particolare, non si doveva pi˘ scrivere sui giornali di Vaticano e di Russia. Se il primo, come soggetto politico, aveva infatti una strategia autonoma e non sempre gradita al governo fascista (l'ìOsservatore Romanoî, oltre tutto, vendeva duecentomila copie!), la seconda era alleata del Reich e sarebbe risultato arduo spiegare ai lettori le motivazioni geopolitiche dell'alleanza fra Hitler e Stalin. Si poteva fare dell'antibolscevismo ideologico, ma senza usare in proposito la propaganda specifica e ingannevole dei paesi democratici. Non ci si doveva soprattutto opporre alla Russia come potenza. Non si doveva neppure insistere, nel 1940, sulla simpatia che poteva suscitare la Finlandia attaccata dai russi. I fascisti italiani, consci delle proprie limitate possibilit‡, erano del resto contrari a ogni allargamento della guerra. E il patto fra Hitler e Stalin sembrava una garanzia in merito ai limiti della guerra.
Per quel che riguardava la Francia, la consegna era di sostenere il governo di PÈtain senza perÚ dare l'impressione di stimarlo. Era evidente che l'Italia scommetteva su una guerra mediterranea e balcanica che si presentava come parallela rispetto alla guerra euronordica del Reich. Tra le ambizioni di tale guerra vi erano anche le acquisizioni di Nizza e della Corsica, ritenute dinasticamente assai appetitose dallo stesso re imperatore. La qual cosa escludeva un'intesa cordiale con il regime di Vichy, protetto peraltro dai tedeschi e quindi non facilmente rosicchiabile. Dinanzi alla Francia il ministro Pavolini avvertiva del resto quasi esclusivamente disprezzo, dinanzi all'Inghilterra odio e perÚ anche una lancinante preoccupazione, dinanzi alla Russia inquieto timore e insieme una non ben celata ammirazione mista a un rifiuto d'ordine ideologico. Gli Stati Uniti, invece, erano all'inizio piuttosto sottovalutati. Si dava poi un gran peso, certo eccessivo, a quel che negli altri paesi si sarebbe potuto pensare leggendo la stampa italiana. Per quel che riguardava gli Stati Uniti, ad esempio, non si dovevano esaltare troppo gli influenti circoli anti-interventisti per non ìbruciarliî facendoli bollare come possibili amici delle potenze fasciste. Le foto di donne nude o seminude non dovevano poi comparire sui giornali. Potevano distrarre le truppe. E non importa se i giornali dei camerati germanici erano generosi nel proporre immagini piccanti. Non si doveva inoltre parlare troppo del duce, dei figli del duce, degli eventi mondani, della voglia estiva di svago. I soldati e il loro eroismo quotidiano dovevano essere sempre, e senza pietismi, al centro dell'attenzione. Non ci si doveva perÚ fidare delle fonti straniere. Neppure di quelle tedesche. I tedeschi, certo alleati formidabili, facevano infatti la ìloroî guerra.
Con le batoste prese in Grecia, la guerra, da parallela, divenne esplicitamente subalterna a quella del Reich. E subito si rivelÚ troppo vasta per le risorse geostrategiche e materiali a disposizione degli italiani, gi‡ presenti nei Balcani, in Africa, nel Mediterraneo. Con un rassegnato disappunto sembrÚ poi venir accolta da Pavolini la troppo onerosa campagna di Russia. La guerra, globalizzatasi, era ora davvero troppo grande per l'ormai sgretolato impero fascista. La Russia venne comunque a questo punto di nuovo definita con il suo nuovo nome: Urss. E Pavolini temette che i reduci - i piccoloborghesi pi˘ che i contadini e gli operai - potessero tornare contaminati dal bolscevismo. I giornali, cosÏ, non dovevano menzionare i racconti di chi rientrava dall'Ucraina e dalla Russia. E il ministro raccomandÚ inoltre che non si parlasse pi˘ dell'Urss come di un ìpaese di selvaggiî.
Venne poi Pearl Harbor e lo stesso ministro parve sperare, affascinato dall'immensit‡ della scena, che l'Oceano Pacifico, e il fervore militare dei giapponesi (in cui viene intravisto un che di fanatico), potessero inghiottire tutte le iniziative dell'America plutocratica e ebraicizzata. A questo punto le indicazioni ai giornali ebbero un pi˘ marcato indirizzo ìterzomondisticoî. Occorreva dare spazio al Medio Oriente, all'Egitto e soprattutto all'India, dove gli ìestremistiî dell'indipendentista radicale Bose conducevano la guerra contro l'Inghilterra a fianco del Giappone. Per lo stesso Gandhi ci doveva essere un occhio di riguardo. Tutto inutile. Anche nel Mediterraneo, e a El-Alamein, il fascismo perse definitivamente la partita. Negli ultimi mesi, le indicazioni, soprattutto con l'arrivo di Polverelli al ministero, si fecero pi˘ insipide e burocratiche. Gli italiani, in gran maggioranza, non desideravano che la fine della guerra. Il fascismo era in agonia.

Bruno Bongiovanni