Mirador. Irène Némirovsky mia madre

Élisabeth Gille

Traduttore: M. Ferrara
Curatore: C. Bigliosi
Editore: Fazi
Collana: Le strade
Anno edizione: 2011
Pagine: 359 p., Rilegato
  • EAN: 9788864112015
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    nihil

    09/02/2012 09:13:01

    Mirador. Irene Nemirowsky, mia madre. di Elisabeth Gille Scritto dalla figlia Elisabeth, è un vero è proprio atto d'amore verso la madre. Scritto in prima persona, come se fosse la madre a raccontare, non rende giustizia alla stessa. L'rene che vive in questo libro appare diversa dall'Irene autrice, manca lo spessore del suo pensiero e la sagacia nel descrivere le situazioni.

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    Romolo Ricapito

    12/11/2011 15:36:16

    Elisabeth, figlia di Irene Nemirovsky, che racconta la madre; superato l'equivovo delle prime pagine, nel quale i ruoli si confondono, il volume è riuscito soprattutto nella narrazione del privato della letterata, con la ricostruzione dettagliata dei sapori e degli odori di un'epoca ormai scomparsa. Ma la lettura è utile per gli appassionati di storia (e non): si parla della Russia zarista, della Rivoluzione d'ottobre e quindi della Francia anni Trenta, quella nazione che Irene crede la più corretta, la più illuminata, fallendo miseramente il suo giudizio. Lo stile della Némirovsky è un po' "imitato", ma ciò è inevitabile. Ci si chiede quanto ci sia di verosimiglianza e quanto di verità. Il libro è del 92, esce adesso in Italia in quanto la Nemirsky è diventata da noi improvvisamente popolare. Prima della guerra era in Francia un' autrice di grande scesso, il cui nome venne messo in soffitta dopo la guerra e già durante, anche per le "accuse" nei suoi onfronti, ovvero di essere una traditrice della sua razza, per i difetti degli ebrei che ella deride e mette all'indice nei romanzi . Più che godibile.

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    elisabetta

    08/11/2011 18:51:18

    Testimonianza della vita di Irene Nemirovsky attraverso i ricordi della figlia minore, Elisabeth Gille. Lettura splendida e molto scorrevole. Eccezionale anche la parte, quasi sempre abbandonata, della situazione storica e politica della Russia e quella francese. Meraviglioso!!!

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    gianluca guidomei

    18/09/2011 22:30:31

    Eppure Irène Némirovsky ha ricevuto in dono questa autobiografia sognata. Avevo letto il libro della figlia maggiore, Denise Epstein, avevo ascoltato dalla sua voce il ricordo di cotanta madre, ma Elisabeth Gille ha fatto qualcosa di straordinario. "Mirador" è uno splendido omaggio alla madre, ma non il solito santino ricordo o la solita triste litania agiografica con cui si ricorda il caro estinto. Anzi, la figlia non perdona alla madre il fatto di non essere fuggita, di aver sottovalutato il pericolo, di non aver voluto andare "due volte in esilio". Ha fatto quello che dovrebbe fare ogni scrittore: ha sognato Irène, ha immaginato il suo cuore e la sua anima di fronte alle prove di una vita travagliata eppure così feconda. Quell'anima che vaga nel cielo di Auschwitz, accanto a milioni di altri nomi e che forse può trovare la pace che le è mancata nell'infanzia, con la soddisfazione di aver "creato" capolavori. Non soltanto con le sue mani, ma anche ispirando la figlia. Elisabeth ha donato a tutti noi un "autoritratto" di una delle più importanti autrici del novecento. Per me la più grande.

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    Debora

    25/08/2011 13:18:15

    Una narrazione impeccabile per una storia vera che ti fa riflettere, per l'ennesima volta, su come è stato mai possibile che mezzo mondo dichiarasse cosa buona e giusta perseguitare e sterminare gli ebrei, solo pochi decenni fa. L'ho divorato in pochi giorni, nonostante gli ostacoli dei molti nomi ostici, e l'ho concluso su un autobus con la gente che mi passava i fazzolettini di carta per asciugare le lacrime. Consigliato a tutti.

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La "galassia Némirovky" si arricchisce in Italia di un nuovo tassello con la pubblicazione di Mirador, biografia della madre scrittrice "sognata" dalla figlia minore di Irène, Élisabeth Gille, prematuramente scomparsa nel 1996. Testo perturbante, che aspira a (ri)appropriarsi della vita e della voce materne cancellate dalla Shoah assumendone la maschera narrativa: pseudo-diario in prima persona della madre consegnata alla morte, redatto da una figlia che cerca di esorcizzare lo stato di orfanità in cui è stata relegata dalla brutale sparizione della coppia genitoriale. Mirador, uscendo ora in Italia a vent'anni dall'edizione francese, può dare la falsa impressione di essere l'ultimo frutto della "Némirovsky Renaissance": le cose stanno esattamente al contrario. È stato questo testo intenso e inatteso a riaprire in Francia il recupero della scrittrice, che culmina nel 2004 con il premio Renaudot assegnato postumo a Suite française. Molto prima di arrivare a questa data spartiacque, con largo anticipo sulle due corpose biografie di Némirovsky – uscite una nel 2005 (Jonathan Weiss), l'altra nel 2007 (Philipponnat-Lienhardt) – e sul tenace lavoro memoriale della primogenita Denise, il libro di Élisabeth Gille rompe il silenzio in cui era sprofondata l'opera di una delle romanziere più acclamate nella Francia dell'entre-deux-guerres.
Mirador è un libro complesso: non è una tanto la biografia romanzata di Némirovsky né un monumento alla madre morta, quanto una domanda reiterata sulla fragilità e la cecità di una storia individuale intrappolata nei sussulti della grande storia, molto simile all'operazione scritturale compiuta da Perec in W ou le souvenir d'enfance. Non a caso il diario in prima persona attribuito a Irène è preceduto da una paginetta in corsivo, scritta in terza persona, con una data precisa (marzo 1937, nascita di Élisabeth): "La bambina è nata in un bell'appartamento parigino (…) Molti anni dopo, la bambina leggerà queste righe di Georges Perec: 'Anche se, per puntellare i miei ricordi improbabili, ho soltanto l'ausilio di foto ingiallite, di testimonianze rare e di documenti irrisori, non ho altra scelta se non richiamare alla memoria quello che troppo a lungo ho definito l'irrevocabile'". Alla fine di ognuno dei dodici capitoli del diario di Irène "sognato" da Élisabeth troviamo dunque intercalate altrettante paginette in corsivo: si sgrana così una cronologia divaricata, all'inizio lontanissima, poi sempre più vicina a quella del diario, fino a incrociarla e a superarla (febbraio 1953, dicembre 1956, aprile 1957, luglio 1962, ottobre 1991). Se l'io-Irène ci fornisce la narrazione di un vissuto che cade brutalmente nel silenzio, è l'ultima paginetta in terza persona a chiudere il diario interrotto, perché "la bambina che da anni non è più tale" possa forse diventare "la madre della propria madre, che ha trentanove anni per l'eternità".
Le recensioni italiane a Mirador insistono sui nodi tematici del libro: il groviglio avvelenato dei rapporti madre-figlia tante volte ripreso e variato nei romanzi di Némirovsky, la fuga e l'esilio dalla Russia, l'eredità ebraica rimossa e le radici russe, la Francia degli "anni folli" come patria sostitutiva, il successo e le sue illusioni, l'avanzata implacabile dell'antisemitismo, la disillusione, la guerra, la morsa della persecuzione che si stringe. Il libro di Élisabeth Gille si ridurrebbe allora a una sorta di coda o di postilla-pastiche ricamata su quelli di Irène, con gli inevitabili confronti stilistici: la voce della grande romanziera verrebbe frammentata e/o diluita nel suo pseudo-diario "sognato" dalla figlia minore. Ma stabilire un paragone permanente fra i romanzi della madre e le reinvenzioni-variazioni operate della figlia significa far torto a entrambe le scrittrici: sbilanciando la lettura di Mirador e appiattendola sull'opera di Némirovsky, perdiamo proprio la nota acutissima di sofferenza con cui e da cui Gille parte per scrivere la vita della madre, rivivendola/riscattandola alla luce della propria orfanità. Perdiamo l'ostinato contrappunto fra la vita della grande romanziera e le scarne paginette in corsivo che precedono, intercalano e chiudono seccamente la narrazione diaristica attribuita a Irène. Perché mirador, parola che può suonare esotica o innocua al lettore italiano, in francese evoca immediatamente e non a caso una seconda accezione, sinistra e precisa: ossia, la torretta di osservazione in prigioni o zone di confinamento, la torretta di guardia dei campi di concentramento e di sterminio nazisti. Proprio da questo mirador – estremo punto di osservazione del fantasma materno svanito ad Auschwitz – Gille procede per integrare, ripetere e variare le coordinate della vita della romanziera, le sue illusioni, la sua cecità, la sua irreparabile scomparsa: e contemporaneamente per riflettere, a frammenti, sulla inspiegabile "salvezza" concessa alle sue figlie.
Se la scrittura di Irène Némirovsky nasce in un bozzolo di marginalità e rancore contro una madre il cui narcisismo sconfina nella follia, e se la sua cecità politica ha molto a che vedere con la fissazione sulla "mostruosità" familiare, l'opera di Élisabeth Gille e quella di Denise Epstein partono da un bisogno opposto: quello di riparazione e di catarsi, di riappropriazione di un vissuto interrotto In casa Némirovsky, l'orfanità-scrittura passa di madre in figlia: "la madre dentro" può essere una dura eredità, ma anche un dono.
Lina Zecchi