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Alberto Cappi

Editore: Marietti
Collana: La sabiana
Anno edizione: 2008
Pagine: 120 p.
  • EAN: 9788821159169
"Less is more": l'aforisma programmatico e operativo che l'architetto Mies van der Rohe adattò al proprio lavoro si potrebbe utilmente estendere al comportamento in versi di uno degli autori meglio definiti della generazione dei nati negli anni quaranta oggi attiva, Alberto Cappi. Mantovano della maestosa e fluviale Ostiglia, luogo topico di cerniera e slancio, fondatore e ordinatore di riviste, traduttore e importatore di molta e non ancora nota poesia del subcontinente americano di lingua spagnola, saggista nucleare e non esoso, decisamente antinarrativo e intensamente metafisico, pensatore per non oziosi aforismi, provocatore compromesso e compromettente di pensieri sulla relazione tra il poetico e il destinato, coraggiosamente liberato della rete di protezione della storia e però criticamente insidioso. E ancora, intrecciato dialogicamente alla condotta confinante di artisti visivi e musicisti, organizzatore di eventualità non effimere, direttore di collane, produttore di libri di versi non appesantiti dalla categoria della definitività (ebbe a notarlo ampiamente Renato Barilli nel suo storico saggio-antologia Viaggio al termine della parola del 1981).
Molti libri di versi, appunto, tra i quali questo recente che esce nella ottima collana di Marietti già ornata di buoni nomi (vorrei ricordarne almeno uno: Canzoniere apocrifo di Massimo Morasso), sotto la guida di Davide Rondoni. Cappi rappresenta dunque oggi uno dei culmini del tipico storico-sociale, dentro quella generazione di sessantenni che hanno avuto il merito di continuare tenacemente a non isolare la poesia rispetto ad altrettante forme di dignità dell'agire culturale e pubblicistico. E questa sua poesia, questo libro in particolare (il più riuscito tra i tanti), sono lì a testimoniarlo. La cifra è, ancora una volta, la poetica dell'"esitazione prolungata tra il suono e il senso", per usare traducendola la celebre intuizione di Valéry: "Perché abbiamo gridato? Il bastone / svetta nel cielo come uccello in / volo. Sul filo dell'acqua svanisce / il carro, gorgoglia già il nitrito. / Sul filo del suono danzarono le / mura. Cadevano pietre come gemme / dissolta la collana. Il mio giorno / non è di oggi. Sfuma". La poesia è intitolata Esodo e, a poche settimane dalla tragedia di Gaza, sembra alzarsi come una profezia, forse come un'accusa: è singolare pensare che la sezione del libro nella quale questi versi sono inclusi, dietro il titolo apparentemente neutrale Prove di lettura, è una meditazione per capisaldi sul testo biblico. Quanto dunque la storia si ripropone al rovescio.
Ma che cosa significa, infine, questa esitazione prolungata che il lavoro di Cappi continua a ricordarci? Significa non rinunciare al linguaggio delle tradizioni e alla sua permanente riconoscibilità. Non collaborare alla mercificazione del linguaggio stesso, al tentativo di fare della poesia una sorta di appendice grafica di altro. Non rinunciare all'antico primato dei fertili sponsali tra poesia e verità. Si tratta indubbiamente di un progetto ambizioso, all'interno del quale agisce da un lato la legittimità del godimento del significante come restituzione, a favore del soggetto, del compenso del trauma. D'altro lato questa opzione documenta in itinere un luogo di resistenze speculari al processo di omologazione linguistica che vediamo riversarsi sui lettori-clienti in quantità preoccupanti. Se il linguaggio della poesia – sembra dirci implicitamente Cappi – non può cessare di essere minoritario, mantenga però i connotati stupefatti della sua "liberalità" essenziale e costitutiva. All'interno di questo denso problema c'è il segreto del legame fertile con la storia, la quale, peraltro, non viene mai esplicitamente chiamata in causa. Ma in realtà c'è, incalzante anche se insufficiente a comprendere tutto.
Giorgio Luzzi