Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà

Guido Viale

Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2000
Formato: Tascabile
Pagine: 184 p.
  • EAN: 9788807815850
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recensione di Cases, C., L'Indice 1995, n. 3
recensione pubblicata per l'edizione del 1995

Di Viale si parlò molto a proposito del Sessantotto, sia come animatore del movimento, sia come suo teorico (con il celebre articolo "Contro l'università"), sia come suo storico dieci anni dopo ("Il Sessantotto tra rivoluzione e restaurazione", Milano 1978). Nel frattempo Viale si è occupato di rifiuti, anche qui sia nella teoria che nella prassi, non nel senso che sia diventato netturbino (chissà, occasionalmente forse anche) ma nel senso che ha partecipato a iniziative e istituzioni che hanno a che fare con questo mondo sommerso dei rsu (rifiuti solidi urbani). Un modo, ci sembra, estremamente decoroso di passare dalla rivoluzione alla restaurazione o almeno al riconoscimento dell'esistente. Si aggiunga che Viale fin dal suo primo saggio è e resta uno dei migliori prosatori di lingua italiana e che la sua rassegnazione allo specialismo dello studioso dei rsu è molto relativa, dato che i rifiuti abbracciano tutto l'universo e quindi il loro studio utilizza tutte le discipline accademiche o meno, dall'archeologia alla psicoanalisi alle varie letterature, già esplorate a questo riguardo nel libro fondamentale e qui costantemente citato di Francesco Orlando sugli "oggetti desueti". Tanto basti per capire che anche dove sembra inaugurare una nuova disciplina Viale è più che mai contro il sapere universitario e la sua divisione del lavoro. In questa il rifiuto trova tanto poco posto quanto nell'economia politica, che si occupa dell'utile mentre il rifiuto è per definizione inutile e come tale non interessa più nessuno, salvo qualche pensatore perdigiorno. Ma se non interessa la vita, interessa la morte, come ci accorgiamo quando ci dicono che in realtà non ce ne sbarazziamo mai, ma soltanto li nascondiamo alla nostra vista per rimandare a più tardi il loro problematico smaltimento, che forse potrà avvenire solo insieme al totale smaltimento di noi uomini. Sarebbe l'espiazione per il nostro allontanamento dalla natura, che ci fa separare radicalmente il rifiuto dalla risorsa, mentre in natura c'è ricambio tra i due e nulla cessa radicalmente di essere. Questo suona molto heideggeriano e Heidegger è in realtà sovente citato. Mai ci sembra invece citato Adorno.
Ora avevamo lasciato Viale (in "Contro l'università") intento a smembrare i sedicesimi della "Dialettica dell'illuminismo" per distribuirli equamente tra i suoi compagni senza accettare l'idea borghese della lettura solitaria e integrale. Nel frattempo Viale si sarà certo accorto che qui la rivoluzione approdava allo strumentale e all'utilitario e che era meglio tornare all'antico per andare avanti, secondo uno dei possibili sensi di lettura della nota opera di Horkheimer e Adorno. Ma avanti i due filosofi, a differenza di Heidegger che si aspettava la salvezza solo da Dio, volevano comunque andare anche se si avvedevano bene delle difficoltà, che non consistono soltanto nell'eliminazione dei rsu. Infatti se Viale avesse proseguito nella lettura si sarebbe accorto che la sua proposta di riassorbire i rifiuti nel ciclo produttivo, girando per così dire il film a ritroso, in modo che a ogni tappa della catabasi da risorsa a rifiuto ne corrisponda una nell'anabasi (per esempio chi ti porta le bottiglie di birra si assume la responsabilità di riprendersele e di riciclarle), se ti libera dall'incubo da una parte te lo aggrava dall'altra, in quanto aggrava il peso del "mondo amministrato" discaro ai due francofortesi. Poiché la catabasi funziona avendo come propellente il denaro, ma l'anabasi non può funzionare senza un rigido sistema di controllo, che sia a base di scartoffie o di tabulati di computer. So che c'è chi si fa illusioni sul "principio responsabilità" come il suo inventore Hans Jonas o il suo seguace Guido Viale, ma io non mi fiderei troppo, almeno nei paesi cattolici. Recentemente è stato introdotto anche in Italia l'obbligo della raccolta differenziata. Sta bene, c'è la legge, ma chi pon mano ad essa? Viale si rallegra delle iniziative che già ci sono in proposito, per esempio della raccolta della carta organizzata da privati o dai missionari. Dalle mie parti qualche anno fa c'erano parecchie iniziative del genere, di cui io approfittavo come discreto produttore di rifiuti cartacei. Ma adesso non passa più anima viva. Se anche i missionari si sono stancati del "principio responsabilità" (e ne avrebbero qualche diritto), andiamo bene. Per parte mia continuo a sperare nel principio "abolizione della proprietà privata". So che i modesti tentativi di realizzarlo non hanno dato buoni risultati e che non è più di moda, ma continuo a crederlo meno assurdo di tanti altri. È l'unico che ci garantisca la sopravvivenza senza bisogno di ricorrere a Dio.
Ma la recensione dov'è andata a finire? Dove va a finire la maggior parte delle recensioni: in un colloquio con due o tre interlocutori immaginari. Sarei molto lieto se il lettore, esasperato dalla recensione, si fosse messo a leggere il bellissimo libro di Viale, cioè se la recensione avesse adempiuto a quello che dovrebbe essere lo scopo di ogni sua simile. Dopo di che può affrontare tranquillamente il suo destino di rsu che non sente alcun bisogno di essere riciclato.