Morgana e Melusina. La nascita delle fate nel Medioevo

Laurence Harf Lancner

Traduttore: S. Vacca
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1989
Pagine: XVIII-572 p., ill.
  • EAN: 9788806116637

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recensione di Le Goff, J., L'Indice 1989, n.10

Buone o cattive, le fate si sono, da sempre, chinate sulle nostre culle. I bambini occidentali hanno tutti, chi più chi meno, ricordi d'infanzia che vedono queste donne, belle o brutte, benevole o malefiche, colmarli di doni o perseguitarli con maledizioni. Da dove vengono le fate che molto tempo fa Louis Maury aveva presentato in uno studio allora pionieristico, ma ormai completamente superato ("Le fate del Medio Evo", 1843)? Vengono dal Medio Evo. Lo dimostra Laurence Harf-Lancner in un nuovo libro, ricco ed appassionante, che colloca in quell'epoca la "nascita delle fate", mostrando, tuttavia, che le fate non sono prive di antenati. Esse raccolgono una triplice eredità: quella delle tre parche, le "Tria Fata", quella delle "Fatuae" (poi diventate le ninfe) dell'antichità, e quella delle divinità madri di numerose religioni protostoriche, in particolare celtiche. Si osservi che, anche se predominano le divinità femminili, questi esseri soprannaturali possono assumere la sembianza maschile di Fauni o di Silvani; e nel Medio Evo ci saranno personaggi "fate" sia maschili che femminili o, addirittura, animali. Si tratta dello stesso processo che ha condotto la società occidentale dal culto antico degli dei. Espressione equivoca, perché se i santi hanno in parte potuto sostituire gli dei, hanno però assunto nel cristianesimo fisionomia e funzioni assai diverse. Sono soltanto intercessori, dal momento che non compiono nessun miracolo, privilegio riservato esclusivamente a Dio. Il monoteismo ha cambiato tutto, o quasi.
Il caso delle fate è simile e diverso. Simile per una certa continuità che traspare già dal nome. Diverso, perché le fate non si sono integrate alla religione cristiana, ma sono rimaste, al massimo, marginali o persino escluse dall'ortodossia cristiana. Testi fondanti dimostrano, dal V all'XI secolo, questo rifiuto cristiano delle fate, nelle quali la chiesa non vede altro che divinità pagane più o meno camuffate. Il primo e più importante di questi testi è di Sant'Agostino, nella "Città di Dio" (XV, 23): "I Silvani ed i Fauni, chiamati volgarmente 'incubes', si sono presentati impudicamente ad alcune donne, ed hanno desiderato e consumato l'unione con loro. Così anche certi demoni chiamati 'Dusi' dai Galli non cessano di tentare atti impudichi nei confronti delle donne e di porli in atto".
Compaiono qui due tratti fondamentali della natura delle fate medioevali: la demonizzazione e l'erotizzazione. La vita sotterranea delle fate, raccontata di tanto in tanto da un testo che solleva un lembo del velo steso sulla loro esistenza, prosegue nelle profondità delle credenze popolari.
Nel XII secolo, invece, le fate strappano l'involucro misterioso che le circondava e vengono alla luce invadendo la letteratura sotto l'influsso congiunto di tre aspetti caratteristici della storia culturale di questa epoca: lo sviluppo della letteratura cortese, in cui l'ordine cavalleresco costruisce la propria immagine; l'irruzione nella cultura laica dotta del folklore, indipendente dalla cultura clericale; la relativa tolleranza della chiesa nei confronti delle credenze popolari e pagane, fino ad allora respinte. Tra il sovrannaturale miracoloso e divino ed il sovrannaturale magico e satanico, si sviluppa un sovrannaturale più umano: il meraviglioso. Le fate non sono le ultime tra i personaggi "meravigliosi" che popolano nel XII secolo l'immaginario medioevale.
Il contributo particolarmente originale ed interessante di Laurence Harf-Lancner consiste nell'aver riconosciuto, definito ed analizzato tra le fate medioevali due tipi ben distinti: la melusina e la morgana. Queste fate compaiono in due serie di novelle, racconti, romanzi e poemi molti dei quali sono annoverati tra i fiori della letteratura cortese medioevale.
In un caso, un essere sovrannaturale - per lo più una donna - incontra un essere umano mortale, di solito un uomo, e per lo più un cavaliere, quasi sempre in una foresta accanto ad un torrente o ad una sorgente, lo segue nel mondo degli uomini e lo sposa imponendogli di rispettare un divieto. Assicura la fortuna dello sposo mortale dissodando foreste, costruendo castelli e città, dandogli numerosi figli, spesso segnati da una tara fisica (ciechi, zoppi, gobbi, o con un dente di un colore o di una lunghezza eccezionali). Lo sposo viola il divieto, scopre che la moglie assume le sembianze di un pesce, di un serpente o di un drago, che è una creatura demoniaca. A questo punto l'essere sovrannaturale sparisce, prende il volo e torna nell'altro mondo lasciando al suo sposo terrestre i frutti della sua creatività e della sua fertilità. È una Melusina, quel tipo di fata che Emmannel Le Roy Ladurie ed io abbiamo chiamato "materna e feconda", la fata della visione ottimistica della feudalità.
Nell'altro caso, un essere sovrannaturale, in genere una donna, incontra nelle stesse condizioni di prima un essere umano, per lo più un uomo, ma questa volta lo trascina nel proprio mondo, in un mondo sotterraneo od acquatico. In quest'ultimo caso, si tratta della Donna del Lago. Il mortale ottiene il permesso di ritornare sulle sue terre tra i suoi, sempre a condizione che rispetti un divieto. La trasgressione del tabù comporta, in questo caso, la morte dell'eroe o la sua definitiva scomparsa nell'altro mondo, e la sua unione con la fata che è rimasta sterile. Questa fata è Morga o Morgana, l'aspetto pessimista della 'féerie' feudale.
Laurence Harf-Lancner esplora con fortuna le ricche varianti di questo immaginario fatato medioevale, in particolare del personaggio di Morgana, donna fatale, incantatrice illusionista.
Ciò che conferisce maggior spessore a questa stupefacente storia è il presentimento che la storia delle fate sia anche un capitolo della storia delle immagini della donna nel Medio Evo ed un contributo al ricorso alla psicoanalisi, in una storia eminentemente interdisciplinare.
Il grande poeta romantico Gérard de Nerval aveva intuito che le fate e le sante, imparentate ma allo stesso tempo lontane, si situavano ai due estremi del concetto di femminilità medioevale, riunendole in questo bel verso malinconico: "Les soupirs de la sainte et les cris de la fée".



recensione di Tramontana, S., L'Indice 1989, n.10

In uno dei punti salienti del volume, nell'affrontare il problema del nesso tra fate, mondo demoniaco e volontà divina, Laurence Harf-Lancner annota: a proposito del romanzo "Amadas et Ydoine" "le dee del Destino devono sottomettersi alla volontà divina, ma non per questo i loro poteri sono sminuiti. Il santo infatti può costringerle a rivelare il destino di Ydoine, ma è impotente a modificarlo. L'impressione che si trae da questa notevole scena è quella di una coesistenza pacifica delle due forze: le fate, dee pagane, si inchinano davanti alla superiorità di Dio, ma mantengono intatte le loro prerogative. La Provvidenza divina e la dea Fortuna rappresentata dalle fate sembrano convivere in buona armonia. Le fate non sono affatto cristianizzate; nondimeno non c'è netta opposizione tra meraviglioso pagano e meraviglioso cristiano". E par di cogliere, attraverso le attente considerazioni dell'autrice, il tormento di un'epoca largamente coinvolta nel fascino del meraviglioso ma già attirata dall'ansiosa velleità di sottrarsi alla schiavitù del diabolico e aprirsi a Dio. Si era andata accentuando del resto, nella società di quegli anni, quella convergenza fra il mondo e Dio, fra il terreno e l'eterno che spingeva a trasferire ogni manifestazione magica dalle incertezze del demoniaco agli inquietanti eppure vaghi sospetti dell'odor di zolfo, dalla dimensione del meraviglioso pagano al terreno delle spiegazioni cristiane. Che era poi il terreno della progressiva trasformazione della fata in strega già presente nel "Partonopeu de Blois", il ben noto romanzo in versi composto alla fine del secolo XII. Perché, annota la Harf-Lancner, solo "collegando le fate alle streghe, privandole del loro carattere soprannaturale, poteva essere risolto il problema, altrimenti insolubile, di quale posto dar loro nella cosmologia cristiana".
La questione è assai complessa, e già nel 1939 R. L. Wagner, nel contributo alla storia del vocabolario della magia intitolato "Sorcier et magicien*, ne aveva precisato fondamentali aspetti. E nello stesso "Lancelot", in cui si dice che "a quei tempi venivano chiamate fate tutte le donne che sapevano di incantamenti", cioè le semplici mortali che grazie a una segreta scienza magica avevano acquisito particolari poteri, si precisa tuttavia che alcune "bellissime donne" che abitavano "nella foresta" venivano dette fate perché non si conosceva nulla della loro natura". Anche se la simpatia dell'ignoto autore che evocava per la prima volta il tragico amore di Viviana sembrerebbe riversarsi più che su "una damigella di grande bellezza che entrava in contatto col meraviglioso solo attraverso la mediazione di Merlino", su figure dai notevoli contorni, ma dai tratti incerti della propria natura. Ciò che nel medioevo si intendeva per fata non ha le ambiguità e le imprecisioni introdotte progressivamente dalla tradizione erudita avviatasi nel secolo XVII: e Laurence Harf-Lancner lavora con accuratezza critica proprio sulle flebili tracce dell'originaria nozione medievale.
A chi spettava dunque nel Medioevo questo appellativo? Ovviamente la risposta non può essere unica anche perché la domanda andrebbe forse posta in modo più articolato. E infatti per cogliere lo specifico dei valori e le sensibili variazioni della 'féerie' - e coglierle, è da sottolineare, sia in relazione al modo odierno di intendere la natura e funzione della fata, sia soprattutto in rapporto alle Parche dette appunto 'Fatae' e considerate divinità dalle quali le strane creature medievali avrebbero ereditato il nome e gran parte delle prerogative - l'autrice non solo sceglie il percorso di una minuziosa analisi filologica dell'uso dei sostantivi 'fata' e 'fée' e degli aggettivi 'fatatus' e 'faé' nei testi letterari in lingua latina e in lingua volgare. Ma si sofferma opportunamente sui fenomeni, descritti da Marc Bloch, della "pressione delle rappresentazioni popolari sulla religione dei dotti". Ne risulta una gradevole leggibilità e un taglio scientifico sapientemente calcolato con particolare attenzione verso quei riferimenti testuali secondo i quali le protagoniste appaiono avvezze a subire la discordanza fra essere e apparire, a sottostare cioè a un processo di metamorfosi, processo che testimonia come la fata, "pur assumendo sembianze umane per sedurre un mortale, conservava sempre un tratto della sua primitiva forma animale".
Si pensi, tanto per ricordare i testi letterari più di frequente studiati, alle "strane creature" che nel "De nugis ourialium" di Walter Map, negli "Otia imperialia" di Gervasio di Tilbury, nello "Speculum naturale" di Vincenzo di Beauvais e soprattutto nei romanzi di Jean d'Arras e di Couldrette, dopo aver sposato un mortale, gli elargivano, come manifestazione concreta della loro presenza, ricchezza, potere, felicità e numerosa e bella figliolanza. Ma che ogni sabato si trasformavano in serpente per riprendere subito dopo la loro forma umana se veniva rispettato il divieto che coincideva quasi sempre con l'impegno dello sposo a non porre in luce ciò che la moglie con tanta pena nascondeva. O per scomparire definitivamente, e con loro a poco a poco tutta la fortuna elargita, se veniva infranto il divieto. "Non bisognava infatti rivelare al mondo degli uomini l'unione di uno di loro con un essere dell'altro mondo" in quanto "occorreva dissimulare la condizione ferica. La natura primitiva delle fate si manifestava con un tratto preciso che dava origine a un divieto particolare. L'essere fantastico doveva celare il proprio nome o mantenere il silenzio per evitare, rivelando l'uno o infrangendo l'altro, di tradire l'origine soprannaturale".
Al contrario delle Parche - il cui compito, spiegavano le fonti dotte, era quello di presiedere, fin dalla nascita, al destino dell'uomo - le fate medievali offrivano dunque un'armonica simbiosi tra attitudine profetica e disponibilità erotica. Avevano cioè il potere di "féer la gent", di intervenire appunto sul destino degli uomini "modificandone il corso secondo le proprie volontà", ma possedevano soprattutto una valenza erotica che le spingeva verso amorosi incontri e rifletteva a un tempo l'esigenza di integrarsi nell'umano e il fascino e lo sgomento della gente del Medioevo di fronte al meraviglioso. Nel diciannovesimo capitolo del "Decretum" di Burcardo si parlava già di "creature femminili agresti che venivano chiamate donne della foresta e di cui si diceva che fossero di sostanza corporea che si mostrava, quando volevano, ai loro amanti per prendere piacere con loro, ma che, quando lo volevano, si nascondevano e svanivano". E tutti i testi successivi, nei quali vengono evocate le belle fanciulle che sembrano sorgere dalla notte, offrono documenti preziosi sul modo con cui la gente del tempo considerava le fate. Nell'immaginario medievale, esse sono dotate di fascino irresistibile come la sconosciuta che Walter Map faceva sposare a 'Henno dai grandi denti'; bellissime ed elegantemente vestite con serici abiti regali come la donna-serpente di Langres le cui vicende venivano raccontate dal cistercense Goffredo d'Auxerre, esperte nella danza, nel canto e nel suono delle ronde e delle carole al chiaro di luna come la strana creatura rapita da Edrio il Selvaggio; inquietanti per bellezza sovrumana nella duplice cornice silvestre e acquatica al pari di Melusina nel romanzo di Jean d'Arras, lussuriose e perfide come Morgana.
Il problema delle fate nel Medioevo non è tanto quello di cogliere la straordinaria capacità di suggestione esercitata dalle loro proprietà erotiche sull'immaginario collettivo, o di richiamare alla mente le proiezioni emotive del desiderio diluito nei labirinti incantati dei sogni e della memoria. Ma è quello soprattutto di verificare caso per caso, e sulla base di precisi recuperi testuali, i valori di identità o di diversificazione fra le rappresentazioni mitologiche delle tre Parche e delle ninfe del mondo greco-romano e le nuove figure di donne che, nei romanzi del Medioevo, incarnavano gli archetipi dell'amore femminile. E di chiedersi subito se le fate di età medievale aprivano al nuovo o si limitavano invece a un semplice giuoco di specchi e a una stanca ripetizione dei poteri divinatori di quelle che, scriveva Isidoro di Siviglia, plasmavano il destino degli uomini ed "erano chiamate Parche perché non risparmiavano nulla".
Semplificare non è certo risolvere. Ma il fatto che in sede critica siano state avanzate discordanti interpretazioni giustifica la tendenza della Harf-Lancner a porsi al centro di una visione unitaria della civiltà medievale e a cogliere il significato delle fate nel contesto di un processo che non si esauriva attorno al nucleo della eredità greco-latina. Al contrario di Alfred Maury che nel 1843 vedeva nelle fate medievali le discendenti delle Parche e delle 'nymphae', o di Henry Charles Coote che nel 1879 le considerava discendenti dirette delle 'Fatuae' dalle quali ereditavano nome e prerogative, questo volume spiega il duplice volto delle fate medievali "attraverso una contaminazione di due figure mitiche di cui l'una è simbolo del destino, l'altra è rappresentazione immaginaria del desiderio". Una contaminazione che traeva origine dalla opposizione al paganesimo ufficiale, non alle vecchie superstizioni, e quindi dalla lenta e risoluta volontà degli autori cristiani di integrare le divinità del passato in un sistema di pensiero ortodosso. Ma contaminazione, si precisa, favorita da strutture mentali sensibili alle suggestioni di culture che mescolavano le cose umane e le sovrannaturali, e che 'coagulavano e prendevano corpo nel secolo XII, quando il folklore irrompeva nella letteratura scritta. Perché, annota l'autrice, per determinare "la creazione nella letteratura medievale di una nuova figura immaginaria in cui si sovrappongono i tratti delle antiche Parche e delle amorose soprannaturali dei racconti meravigliosi", sarebbe stato necessario un incontro tra cultura dotta e cultura popolare.
Le fate dunque, benevole e temibili a un tempo, distribuivano la loro esistenza fra al di là e mondo terreno. Disponibili alle improvvise passioni degli uomini prescelti, erano portatrici di quadruplice felicità: amore che invadeva i cuori e tutto avvolgeva, denaro, potere e nascita di bella figliolanza. Fragile felicità, comunque, che avrebbe finito col rivelare le prime incrinature destinate ad allargarsi in paurose crepe e a dissolversi del tutto. Con la irreversibile scomparsa della fata, e di ogni prosperità legata alla concretezza della sua presenza, finiva ogni rapporto di coppia, ma dell'unione sopravviveva talvolta la prole e la sua discendenza dava origine a quei casati illustri "che si attribuivano per antenato un essere fantastico" .
È ovvio che ci si trova nel regno del meraviglioso. La via che portava alla foresta lungo la quale si incamminava il nobile di Langres, la sorgente dove Elinas re di Scozia incontrava la bella sconosciuta, le roccaforti, le città e le abitazioni costruite fra le montagne di Forez e le rive del Rodano dalla dama della fontana che aveva sposato Hervy de Léon, i castelli sorti come per incanto ad opera di maestri fatti venire da luoghi misteriosi, le partite di caccia, i fiumi e ancora le foreste come confine impreciso fra mondo reale e mondo immaginario, sono tutti motivi fiabeschi. Che recuperavano però concretezza nelle condizioni materiali, nelle tonalità economiche e politiche di un ambiente e nelle ambizioni sociali intorno alle quali quei motivi fiabeschi trovavano giustificazione narrativa e storica. A questo incontro fra reale e immaginario riconduce per esempio Goffredo d'Auxerre quando narra che, nel tempo in cui egli scriveva, "numerosi nobili e potenti signori" della diocesi di Langres avevano come antenata una fata. E soprattutto Jean d'Arras e Coudrette, che facevano di Melusina la prestigiosa antenata soprannaturale dei Lusignano, vassalli dei conti di Poitiers che avevano offuscato i loro potenti signori. I riferimenti suggeriscono un nesso profondo fra storia e letteratura, fra moti dell'anima come espressione della propria cultura e concreta coscienza del corpo e del vissuto quotidiano. I miti infatti, scriveva nel 1968 Georges Dumézil, "non si lasciano comprendere se vengono scissi dalla vita degli uomini che li raccontano. Quantunque chiamati presto o tardi a una carriera letteraria propria, essi non sono delle invenzioni drammatiche o liriche gratuite, senza rapporto con l'organizzazione sociale o politica, con il rituale, la legge o la consuetudine; il loro ruolo è al contrario di giustificare tutto ciò, di esprimere in immagini le grandi idee che lo organizzano e lo sostengono".