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recensione di De Federicis, L., L'Indice 1989, n. 9

In un tempo di vacanze, un tardo agosto, in Sardegna, è ambientato questo romanzo. Avrebbe appunto potuto intitolarsi, ce ne informa Mannuzzu stesso obliquamente a p. 37, "Vacanza", nel senso di un dispiego di mezzi che non hanno alcun fine, oppure "La vita breve", che è la stessa cosa (e, con l'aggiunta di un po' di strazio, il "morso di formica" ne sarà l'equivalente metaforico).
Salvatore Mannuzzu, nato nel 1930 e narratore non professionista, lo pubblica ad appena un anno di distanza dal precedente "Procedura", che è stato un'opera quasi d'esordio (dopo un primissimo tentativo, giovanile, uscito sotto pseudonimo) di cui ora riprende e perfeziona parecchie componenti: non solo il tipo di scrittura, controllatissima e assottigliata fino a una preziosa semplicità, e il tipo di racconto, incentrato sul punto di vista e la voce di un personaggio, ma il nocciolo speculativo, che riguarda le difficoltà dei rapporti tra persone e la natura sfuggente, inconoscibile, del cosiddetto reale.
In "Procedura" però l'argomento - l'inchiesta inconcludente sulla morte di un magistrato - e la sua collocazione d'epoca - negli stessi mesi del sequestro di Moro, di cui arrivano nell'isola, ad accompagnare la vana indagine, notizie vane - sembravano sovraccaricare di valenze allusive le frammentarie storie private e autorizzavano un'interpretazione anche in senso sociale e, remotamente, politico. Ora Mannuzzu ha sciolto l'ambiguità, ritagliando con precisione il suo tema e restringendosi all"'imbroglio dei sentimenti". Potrebbe essere un impoverimento. Ne risulta invece un romanzo che a me pare più denso, complesso: tutto costruito, con grande abilità e qualche virtuosismo, attorno a una storia di amore deluso, secondo lo schema del semplice triangolo e della legge naturale ("quella che fa cedere la vecchiaia alla giovinezza; o comunque rende infine la vecchiaia alla giovinezza; o comunque rende infine la vecchiaia a se stessa", p. 37), che ha un paradigma nel molieriano "La scuola delle mogli". Ma non pensi il lettore di poter riconoscere con immediatezza il sorprendente modello che gli viene additato, tali sono e così (nel fondo) ironici gli scarti.
Piero è il Vecchio. (È anche il narratore, il protagonista e in duplice accezione, come vedremo, l'autore). Ha 58 anni; una moglie più giovane, anglista importante, con lenti azzurre da studiosa e il nome Miriam, noto segnale di mistero nella tradizione romanzesca; conoscenti estivi, benestanti e intellettuali, che si muovono tra ville, cene, mare e leggerezza. Ha alle spalle lutti precoci e tragedie di famiglia, che tornano nel testo per cenni, ripetuti e reticenti, come un motivo conduttore; un cane, il suo doppio, chiamato Zero; un nipote, Sergio, già perso di vista e ritrovato a caso, che condivide con lui la vacanza. Sergio, 23 anni, è il Giovane, anzi il Ragazzo. Ed è fatalmente deluso l'innamoramento del Vecchio per il Ragazzo, sottratto a questa tardiva, frustrata, paternità dalle Rivali, o soltanto dalle distrazioni e dai pericoli dell'esistenza.
Rispetto alle convenzioni solite del triangolo amoroso lo spostamento è decisivo. Mentre celebra la potenza, ancora una volta, delle passioni e gioca al confronto con Molière, Mannuzzu ci comunica, ed è la singolarità del suo romanzo, che il punto di maggior sofferenza può essere (oggi?) non la miseria sessuale ma la perdita, vera o simbolica, del figlio. Che la volontà pedagogica può avere la stessa presa di un appassionamento erotico: desiderio di accudire l'altro e attenzione, attrazione, ossessione per il suo modo di stare al mondo, il modo del Ragazzo, del Giovane contro il Vecchio. Nella vecchiaia definitiva Pietro entra al termine della vacanza e del libro. Di Sergio veniamo a sapere in poche righe svelte che è morto in autunno: per barbiturici con il 'walkman' alle orecchie, sdraiato in cuccetta nella pancia dalla barca (aveva detto con compiacimento a p. 137: "Io qui ci sto come nella pancia della mamma").
Mannuzzu dunque, nel momento in cui limita la sua materia all'esperienza esistenziale, non teme di affrontarne, con un interesse più morale e metafisico che strettamente e riduttivamente psicologico, gli aspetti estremi. Sembra guidarlo l'idea di una letteratura che abbia una speciale forza conoscitiva grazie ai contenuti alti e patetici. Insieme però egli accarezza l'idea diversa, a cui siamo da tempo abituati, della letteratura come finzione e arte combinatoria. Gli accorgimenti che ha usato per attenuare il coinvolgimento sono infatti moltissimi e vari. Vanno dallo spessore e dallo schermo delle citazioni, talora evidenti e talora no o addirittura fittizie, a una tecnica narrativa ellittica che elude di continuo le aspettative messe in atto dalla vicenda, lasciando in sospeso interrogativi capitali (di quale dissipazione muore Sergio?) e domande di contorno ("Sa perché è in galera?", a proposito di un carcerato qualsiasi intravisto all'Asinara). Fino al più vistoso, che caratterizza forma e sostanza del libro: Piero si racconta in presa diretta, "Live", e inoltre racconta il "Romanzo" a cui sta lavorando, e scrive qualche "Lettera" a Miriam lontana. Così sono tre le serie di testi che si alternano e succedono. In ciascuna torna la stessa storia, rileggiamo gli stessi episodi, ma con cambiamenti che ne modificano ogni dettaglio, scompigliando l'ordine dei fatti c rendendo più enigmatiche le situazioni. "Live" è la cronaca al presente, destinata a produrre l'effetto illusorio di una registrazione puntuale. In "Romanzo" tutto è già accaduto e in maniera più romanzesca: con un patetico più accentuato e con maggiori crudeltà e complicazioni. In "Lettera" prevalgono le strategie evasive e seduttive del discorso di coppia.
Finzioni, finzioni, ribadisce Mannuzzu, volendo risolutamente allontanare da sé il sospetto di troppo contenutismo, troppa fedeltà ai dati del reale o peggio alle ragioni dell'autobiografia. Eppure la presenza sempre dominante di Piero ne fa naturalmente, al di là delle coincidenze anagrafiche, il portavoce visibile dell'autore, con la sua mappa mentale piena di film e libri francesi, e il suo gusto per la musica, il divertimento degli accostamenti imprevisti, il filo di una riflessione ininterrotta, e insomma una consistente, unitaria, soggettività. L'intreccio è "di equivoci e di inganni" (p. 36), moltiplicati dallo scambio o confusione tra Molière e Mannuzzu, Molière e Piero, il romanzo di Piero e il romanzo di Mannuzzu, personaggio e autore. Eppure lo sfoggio di artificio, l'eccesso forse di eleganza, non riescono a incrinare n‚ il potere suggestivo dell'affabulazione n‚ la triste verità di Piero. Che la donna con cui Sergio consuma il tradimento sia (in "Live") una qualunque Miriam, provvisoria vicina d'estate, o (in "Romanzo") la moglie Miriam, fa poca differenza, se essa ha comunque, rispetto a ciò che più sta a cuore, il ruolo della Rivale. E così che il cane Zero sia decrepito e morente (in "Romanzo") o ancora robusto e voglioso (in "Live"), se la brevità è il carattere essenziale di una vita di cane, e di qualsiasi vita. L'idea del testo come possibilità di variazioni che nascono su una struttura elementare e fondamentale si compenetra qui senza sforzo con una tematica che riduce l'esperienza, quella che conta, a pochi nuclei intensamente emotivi.
E la Sardegna? La Sardegna in quanto luogo storico e specificità sociale, culturale? Qualcosa ne compariva in "Procedura", uno sfondo di abitudini, di immobilità e complicità. Ora resta l'isola come spazio metaforico per la vacanza, per comportamenti e personaggi che hanno le caratteristiche comuni al mondo attuale dappertutto. Resta un paesaggio, una natura dove le cose diventano facilmente segni e fanno scattare i corto-circuiti associativi (occhio vitreo e brillante di cormorano = orecchino di Sergio).
E la figura politica di Mannuzzu? Il suo lavoro di magistrato, la presenza in parlamento con il Pci, l'attività nelle istituzioni e sui grandi temi dello stato? Resta, sperduta e resa irriconoscibile, la minuscola frase di un Gramsci atipico (riguardo al tempo, che importa più di tutto ed è anzi "un semplice pseudonimo della vita", p. 87).
Di una scissione che è avvenuta nella cultura di sinistra, di una lacerazione profonda, tra quanto si investe nell'impegno pubblico e l'altra parte di sé, con cui si pensano i sentimenti e si immagina magari un romanzo, viene da questo bel libro una testimonianza toccante.