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Cristina Peri Rossi

Traduttore: V. Spada
Editore: Einaudi
Collana: Nuovi Coralli
Anno edizione: 1990
Pagine: 170 p.
  • EAN: 9788806116699

recensione di Martinetto, V., L'Indice 1990, n. 7

Notissima in Spagna, dove vive in esilio dal 1972, l'uruguayana Cristina Peri Rossi pubblica ora in Italia trenta brevi racconti che gravitano, in varia misura, intorno al tema dell'esilio inteso in senso esistenziale. Le storie che Cristina Peri Rossi fa raccontare ai personaggi del "Museo" non sono che l'oggettivazione delle infinite sfumature di un solo esilio: il proprio. I temi dell'alienazione sociale e individuale dello straniero, della perdita di identità e di legame con il reale, nascono da motivi autobiografici: tuttavia, il modo simbolico di narrarli e la loro proiezione su piani immaginari fa sì che il pessimismo di un contenuto storico tragicamente reale si stemperi nell'ironia congenita al racconto fantastico.
Una volta frantumata la routine con un semplice dubbio, un'indecisione, una domanda, si crea immediatamente un vuoto in cui l'immaginario può mettere in scena i suoi fantasmi. Per lo più senza motivare il crearsi della condizione paradossale che, tutta contenuta nella prima frase, ne costituisce l'avvio, l'io narrante procede a esporre la propria tranche - de - vie secondo i ritmi e la logica di un minuzioso quanto improbabile resoconto "reale". Che lo slittamento dal quotidiano all'assurdo sia repentino o che rappresenti uno stato già acquisito, le creature del Museo mostrano di assuefarsi senza imbarazzo alle loro iperboliche situazioni, salvo in alcuni casi dove, tuttavia, all'esitanza succede immediatamente l'adattamento o la rassegnazione.
Le assurde trovate - ma quale versante del quotidiano non è assurdo? - e le stravaganze dei protagonisti non causano stupore nemmeno agli occasionali spettatori, i quali le percepiscono come ozioso elemento di disturbo in un sistema di vita placidamente assestato su indiscusse consuetudini. Le vicende che si dipanano in margine alla norma del mondo là fuori, ne vengono totalmente ignorate con gregaria indifferenza o vi creano scompiglio, rivelando inattese crepe sulla superficie apparentemente continua della realtà. Naturale conseguenza di una vita confinata sul piano di un reale simmetrico e inverso a quello dell'altro, la trasgressione sembra essere l'unica modalità di approccio a un mondo in cui i protagonisti non cessano mai di sentirsi estranei e che si mostra insensibile alla loro partecipazione, anche quando con febbrili movimenti, ora tragici ora comici, essi si prodigano per provocarlo. Ai personaggi del "Museo degli sforzi inutili" risulta, così, più facile varcare le frontiere fra astratto e concerto, fra immaginato e percepito, fra sogno e
quotidiano, che rimuovere le barriere fra sé e gli altri o comunicare la propria immagine capovolta di un mondo che l'altro vede in modo univoco e scontato: ogni tentativo si rivela infatti uno "sforzo inutile", e il loro esilio diventa metafora della solitudine umana. L'inventario degli sforzi inutili è interminabile, e Cristina Peri Rossi non pretende di esaurirlo. Ne fa un'enumerazione non tassativa, fornisce solo alcuni punti di orientamento per muoversi nel museo del disorientamento. Riporta il caso dell'innamorato che cerca la Gioconda senza sapere che è un uomo e non una donna, dell'uomo che socializza con i pesci del proprio acquario piuttosto che con i vicini di casa, dello psicoanalista che invece di ascoltare il paziente si fa psicoanalizzare da lui, del viaggio che non porta in nessun luogo ma da cui nemmeno si può tornare indietro, delle bandiere ricevute in cambio dei parenti morti per la patria ma di cui nessuno sa che fare, di una scala che non si saprà mai se serve a scendere o a salire, di un museo dove si catalogano indefessamente gli sforzi inutili dell'umanità.
Pupazzi rotti, meccanismi guasti, manichini sfasciati: così appaiono, al mondo conformista e sufficiente che sta fuori, questi individui usciti dai binari, siano essi folli o bambini. Non è un caso che a simili personaggi sia delegato di preferenza il compito di interpretare lo straniamento che prova l'esiliato. La logica di un pazzo o l'innocenza di un fanciullo - prive di automatismi - li conducono, infatti, paradossalmente verso stati di saggezza e di lucidità visionaria. Nell'abbandonarsi con fiducia al sogno si può intravedere, in forma di una gigantesca onda, la catastrofe incombente su un vivere pietrificato dalle abitudini; partecipando alla vita dei pesci o dei maiali, si recupera quella simbiotica unione con la terra da cui l'uomo urbano si è allontanato una prima volta. Lo stato infantile riscatta una perduta ragionevolezza, i confini tra il folle e l'uomo di genio si fanno molto labili. La dissidenza implicita nella perdita del senso acquisito delle cose ne recupera inaspettatamente il senso.
La sovrapposizione di ordini inconciliabili vissuta e narrata dai suoi stravaganti personaggi trova piena rispondenza nelle scelte formali dell'autrice: il racconto fantastico permette infatti di verbalizzare l'assurdo che sta dietro e dentro la realtà senza dare spazio allo stupore; contemporaneamente, in virtù della sua ambiguità polisemica, il fantastico si fa veicolo di molteplici riferimenti allegorici. A creare il sottile spazio - tra il fantastico e l'allegorico - in cui si collocano i racconti di Cristina Peri Rossi, c'è un linguaggio non trasparente e diffusamente significativo, che fa ampio uso di metafore, di giochi di non pertinenza, di parole e di aggettivi mai innocenti. Il senso di un'espressione può esplodere e svolgere un ruolo chiave nello sviluppo dell'azione, una metafora può essere occasione di un intero racconto, un aggettivo può costituire di per sé uno strumento di scavo nel significato. Al di là dei contenuti, è il modo di raccontare ad assumere l'antitesi fra il quotidiano e il metafisico: le parole non sono etichette incollate alle cose che esistono in quanto tali, ma acquistano, qui, un'autonomia che le cose sembrano avere perduto.