Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
Pagine: 192 p.
  • EAN: 9788806127985

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recensione di Dorowin, H., L'Indice 1998, n. 3

Da ormai quarant'anni Hans Magnus Enzensberger è considerato uno dei massimi poeti di lingua tedesca; grazie all'introduzione di una grande varietà di registri linguistici, a volte gergali, a volte ironico-sarcastici, a volte scientificamente distaccati, e grazie all'uso sistematico del montaggio, ha contribuito a svecchiare il linguaggio poetico. Contemporaneamente si è imposto a livello internazionale come lucido analista e commentatore di processi politici, socioculturali e storici. Da sempre, la sua produzione si è articolata sul doppio binario della saggistica e della poesia e, di conseguenza, si può osservare la trasmigrazione di certe tematiche e di certi stilemi da una forma letteraria all'altra.
Eppure, proprio grazie a questa specie di osmosi fra le due attività dell'autore, emerge con maggiore chiarezza la funzione insostituibile dei componimenti poetici: in essi Enzensberger riesce a dare visibilità, tangibilità e significato emblematico a impressioni a volte estremamente sottili e soggettive, che sfuggono alla rete del discorso critico o teorico. Così il poema "Spuma" del 1969 evoca una sensazione quasi epidermica di fastidiosa opulenza, che i saggi coevi sulla società dei consumi non ci possono restituire. Negli anni settanta e ottanta, il venir meno di una speranza rivoluzionaria e il progressivo incupirsi dell'orizzonte storico trovano la loro espressione più efficace negli splendidi ritratti di "Mausoleo", nel "Naufragio del Titanic" e nella "Furia della caducità", dove comincia ad affacciarsi quel paradigma antropologico "hobbesiano" che dominerà nelle più recenti riflessioni enzensbergeriane sulla "grande migrazione" e sulla "guerra civile". Di fronte alla recrudescenza universale dell'"homo homini lupus", l'autore ribadisce per la poesia il diritto di sottrarsi alla contingenza per riacquistare la sua congenita leggerezza e prendere il volo.
Da queste premesse nasce, nel 1991, la raccolta "Zukunftsmusik", che Einaudi pubblica ora, sotto il titolo "Musica del futuro". Il libro rappresenta, all'interno della produzione dell'autore, un felicissimo momento di sintesi, in cui una disincantata visione della "condition humaine" si rivela pur sempre aperta verso le istanze della solidarietà, e un linguaggio sobrio, meno beffardo rispetto al passato, denota una maturazione artistica, senza per questo soffocare la voce di una fondamentale irrequietezza. Articolato in quattro sezioni, il volume riflette le grandi tematiche che impegnano l'autore: le potenzialità e i limiti del linguaggio, della poesia e dell'arte ("La pagina bianca"), l'uomo nella sua dimensione storico-sociale ("Tanti auguri") e cosmica ("Alla pace eterna"), l'Io di fronte alla solitudine, alla vecchiaia, alla morte ("Deriva").
Sulla "pagina bianca" rovesciamo i nostri sogni, le nostre menzogne, angosce e contraddizioni, nell'illusione di stabilire una comunicazione autentica e duratura. Ma ciò che si salverà dalla decomposizione sarà forse solo la filigrana che si vede tenendo la carta controluce. Il segno, nella sua materialità, ci tradisce mille volte, e mille volte torneremo ad affidarci a esso, sperando che da qualche parte qualcuno sia capace di accogliere quel bagaglio fragile che è il nostro messaggio. Ma potrà mai la parola "velluto", da me pronunciata, suscitare in un altro quella stessa sensazione morbida e pelosa che sento sulla lingua mentre la dico? Chi sostiene questo, è un "mentitore" che lavora a cose "totalmente futili" ("Il mentitore"). L'arte è possibile proprio grazie al paradosso di comunicare là dove mancano le premesse della comunicazione, di rappresentare ciò che sfugge alla rappresentazione e di veicolare ciò che è privo di consistenza: "Tu non sai dove / l'hai preso, dove / si diriga e a che / serva. Ma senza di esso / poca cosa saresti" ("Consistenza").
Guardandosi intorno, il poeta si trova in mezzo a un'umanità alla deriva, di cui si fa acuto osservatore. Dallo sguardo distaccato del sociologo all'empatia di chi vede soffrire un suo simile, il passo è a volte brevissimo, appena percettibile. Enzensberger ci presenta tutta la fenomenologia della distruttività umana che si è ormai insediata nei gangli della nostra civiltà avanzata, quella "guerra civile diffusa" che nasce dall'infausto connubio fra "mediocrità e follia": "Il nazista dopo un meeting di urla / porta a toilettare il cagnolino / e il terrorista scampato / si abbandona, con un gran sospiro, / nel dondolo col baldacchino" ("Sulla questione dei bisogni").
Nemmeno le irruzioni della Storia cambiano il quadro; la caduta del muro di Berlino suscita un'euforia collettiva, che sotto lo sguardo disincantato del poeta si rivela un'effimera ubriacatura. Mentre il cemento si sbriciola, fradicio di champagne, i nuovi arrivati si rovesciano nella zona pedonale "in cerca di identità e di frutti del sud" e "si fanno sciogliere in bocca / cartamoneta color del valium" ("Aria di partenza"). Per Enzensberger, l'utopia di una società senza ingiustizie e costruzioni è tramontata e invecchia da qualche parte fra i cimeli della rivoluzione cubana, un tempo da lui caldeggiata ("Vecchia rivoluzione"), ma non per questo il senso d'insoddisfazione e d'inquietudine si placa perché, come recita una bellissima poesia dedicata a Cesare Cases, "La ferita del possibile sanguina ancora" ("Pragmatismo").
Come si è visto, l'inconfondibile cinismo di Enzensberger non manca nemmeno in questi testi, ma là dove il poeta guarda da vicino l'uomo singolo e il suo sforzo di dare un significato alla propria vita, prevale un tono elegiaco di fronte a tanta vanità, e il "cauto avvertimento" che siamo tutti sostituibili è rivolto a se stesso prima ancora che al lettore. Il poeta non è chiamato a dare le risposte, ma a porre le domande. Egli non tollera le parole saccenti di coloro che credono di possedere la chiave del sapere - "se i corifei chiudessero il becco!" - e rivendica il diritto a una, seppur agnostica, "venerazione dell'insondabile" ("Turbolenze nelle fasce più alte"). Con preoccupato stupore Enzensberger osserva la nostra specie che, sospesa sopra gli abissi della filogenesi, si gode comodamente le sbalorditive conquiste della civilizzazione - "fatti inauditi, unici / nella storia dell'universo" - senza accorgersi della loro fragilità: "Inquietante. Normale. Che disastro. / Tu non noti che non noti più niente" ("Episodio"). Forse quella lepre nel centro di calcolo, oggi la nostra cavia, ci sopravvivrà un giorno tutti, perché la "brutta vigliacca" è cinquanta milioni di anni più vecchia di noi, "arriva a balzi dall'eocene / e ci sorpassa dritta a un futuro / irto di nemici" ("Una lepre nel centro di calcolo").
L'animaletto che salta per aria e si slancia a zig zag fra le massicce strutture di monitor e calcolatori rappresenta la straordinaria allegoria di una leggerezza che, frutto di antichissima sedimentazione genetica, diventa uno strumento di salvezza. Immagini di leggerezza percorrono tutto il volume come un filo segreto, quasi che il poeta avesse voluto accogliere l'invito di Italo Calvino di tramandare al prossimo millennio non già l'inerzia e l'opacità del mondo che abbiamo sperimentato, ma la mobilità dell'intelligenza che, "con agile salto improvviso", ha saputo sottrarsi ad esse.
La traduzione di Anna Maria Carpi coglie con particolare sensibilità le variazioni del livello stilistico, le sfumature gergali, le allusioni idiomatiche. Poche sono le rese imprecise o equivoche che vanno segnalate. Nel "Cauto avvertimento", il poeta definisce il pasticcere Schimmel "unvorstellbar entbehrlich" (incredibilmente sostituibile), mentre la traduzione ("impossibile fare a meno... del pasticcere Schimmel") inverte il significato; e la frase "Ich kenne mich aus" ("Illuminazione fredda"), significa "me ne intendo", "mi so orientare", anziché "io mi conosco". Infine il termine "immigrati" non calza esattamente agli "Zuzügler", cioè i nuovi arrivati, provenienti dalla Ddr ("Aria di partenza"). Numerose sono invece le soluzioni che, come si è visto nelle citazioni precedenti, meritano di essere menzionate, sia per la loro finezza (come "esili sillabe" per "einsilbige Silben", "rantoli di stampanti" per "stotternde Drucker") sia per il virtuosismo nella resa delle metafore e dell'idiomatica tedesca. La filastrocca "Ich sehe was / was du nicht siehst", variata da Enzensberger in "Ich glaube was / was du nicht glaubst" ("Brillanti prospettive"), trova addirittura una traduzione migliorativa, degna di essere adottata dai bambini italiani: "Io vedo vedo ciò che tu non vedi / Io credo credo ciò che tu non credi".