La musica nella tradizione ebraica

Enrico Fubini

Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1994
Pagine: 155 p.
  • EAN: 9788806135850
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recensione di Campogrande, N., L'Indice 1995, n. 4

Non una storia, come segnala l'autore nell'introduzione, ma una raccolta di brevi saggi che illuminano alcuni aspetti del rapporto tra la cultura ebraica e la musica. Saggi in qualche caso già pubblicati su riviste ma per la maggior parte inediti; tutti impostati e sviluppati con una chiarezza straordinari ria. Fubini ha la capacità di portarti al centro del problema in poche righe e di condurre poi le proprie argomentazioni lungo un processo logico e letterario in grado di vincere qualunque resistenza alla comprensione: non è possibile nemmeno al lettore meno avvertito giungere in fondo a un capitolo senza aver afferrato in pieno le tesi che l'autore intende proporre. Il che è già molto bello.
"Le radici" è il titolo della prima parte del volume e vi si affrontano dunque alcuni argomenti preliminari. Un esempio: perché la cultura ebraica ha un legame così forte con la musica? Non solo per il divieto della figurazione, che induceva i potenziali pittori a farsi musicisti, ma, spiega Fubini, perché l'ebreo ha una particolare relazione con il tempo più che con lo spazio, una relazione con i ritmi precisi che scandiscono la vita ebraica, con il dovere di ricordare, di interpretare e reinterpretare la Bibbia; e dunque con la musica, che del tempo è un'espressione. Oppure: qual è il rapporto tra testo e musica nella tradizione ebraica, quale il parallelo possibile con la tradizione greco-latina e cristiana? La musica, spiega Fubini, è parte integrante del testo biblico, la cantillazione è l'unico modo di cogliere il significato profondo della parola nel mondo ebraico non esiste il concetto occidentale di musica accessoria, di musica come abbellimento, come optional; la musica è originata dal ritmo logico e sintattico del testo che viene cantato, ha con esso un rapporto di corrispondenza implicita che e ignoto alla cultura cristiana.
La seconda parte del libro è invece "Verso la modernità" e il suo nucleo più intrigante è quello dedicato al rapporto tra Schönberg, la dodecafonia e la tradizione ebraica. Qui, con un affetto verso il compositore che pervade ogni pagina, Fubini propone una lettura della tecnica dodecafonica in cui le ragioni del suo esistere diventano radicalmente ebraiche, "il senso della legge, del suo rigore e della sua necessità, la sua accettazione come principio trascendente e come strumento di una più ampia libertà, e infine il senso dell'unità da cui discende ogni molteplicità che non degeneri nel caos e nell'informale". La tonalità, esistita fino a (e nonostante) Schönberg, "è il mondo della comunicazione, dell'espressione e perciò irrimediabilmente banale e degradato"; la dodecafonia è "il mondo del dover essere, forse irraggiungibile dall'uomo, un punto limite, una tensione verso il silenzio", la dodecafonia è, per Schönberg, "una metafora del suo modo di concepire Dio".