I narcisi di Colono. Drammaturgia del mito nella tragedia greca

Dario Del Corno

Collana: Scienza e idee
Anno edizione: 1998
Pagine: 196 p.
  • EAN: 9788870784855
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recensioni di De Blasio, G. L'Indice del 1999, n. 01

Il libro offre una lettura globale della tragedia greca antica che ancora oggi ammalia e affascina: proprio la fortuna negli ultimi decenni della tragedia "rappresentata" - afferma in tracciato intelligente e chiaro Del Corno - è evidente segno della duratura "efficacia teatrale, della tensione artistica e concettuale" che dalla scena si riflette su di un pubblico emotivamente coinvolto, proteso a vedere e disposto ad ascoltare gesti e parole che continuano a farci riflettere sul "precario statuto dell'individuo, smarrito nella solitudine del suo confronto con il mistero dell'esistere".

La fruizione del messaggio teatrale avviene mediante la partecipazione diretta del pubblico che recepisce il vettore comunicativo senza la mediazione della lettura, sulla base di un'esperienza visiva e auditiva, ma la diffusione attuale del dramma greco dipende anche in massima parte dalla lettura, in quanto il testo teatrale ci è stato a lungo veicolato dal libro scritto. Un'esauriente comprensione dell'opera drammatica non può prescindere, tuttavia, dalla conoscenza dei significati e delle modalità che erano pertinenti alla rappresentazione.

Il libro poggia su di una struttura compatta che, dopo una necessaria premessa (Forma della tragedia e idea tragica) presenta cinque studi della tragedia greca, ognuno dei quali è preceduto dall'antefatto che la tragedia presuppone, dall'argomento del dramma scelto e da una parte del testo in traduzione (Eschilo, Sette a Tebe, vv. 369-719; Sofocle, Edipo a Colono, vv. 668-719; Antigone, vv. 376-581; Euripide, Eracle, vv. 1029-1162; Alcesti, vv. 1006-1163). Segue un attento apparato di annotazioni.

L'autore, una delle voci più limpide e autorevoli degli studi classici, si sofferma sull'immagine del tempo mitico che si sintetizza nell'evento assoluto della catastrofe, e rimane immune dalla linearità continuativa del tempo reale. L'eroe tragico che agisce sulla scena vive la responsabilità della scelta e rivendica la propria capacità decisionale pur nell'ambito di quel passato ineludibile in cui il mito, sintesi di necessità e libertà, lo costringe; la sua spasmodica autonomia di giudizio non può prescindere dalla ferma necessità impostagli dal destino. Eteocle (Sette a Tebe) sceglie la morte e la colpa del reciproco fratricidio, e diviene "colpevole per un atto della sua volontà", in grado di decidere anche quando in realtà nulla può più di fronte all'incalzare degli eventi. Edipo (Edipo a Colono) si incammina solo e senza guida verso il luogo destinato a sciogliere l'enigma della sua sorte: l'ultimo suo giorno è in fondo il giorno tanto atteso da tutti gli uomini, "per sapere cosa sono stati, e per augurarsi che il male di vivere abbia un compenso". Metafora dell'imperscrutabilità con cui il reale si fa gioco della ragione umana, la fine di Edipo rimanda al mistero della morte. Impossibile il compromesso nella tragedia, e l'autore ce lo spiega con lucidissima analisi nel saggio su Antigone, dove gli affondi raggiungono la forma più perfetta: Antigone e Creonte nell'inconciliabilità del loro agire vivono un insanabile contrasto permeato di amaro destino per entrambi: la fanciulla ferma e fiera procede verso il suo destino di morte, il re precipita in una insanabile angoscia determinata dalla propria inflessibile assolutezza a favore della ragion di Stato. Difensori entrambi di una causa legittima, e parimenti colpevoli: Antigone di eludere il decreto della città, Creonte di violare le leggi degli dei, l'uno e l'altra trasgressori della misura e dell'equilibrio. L'azione drammatica trova "nella sofferenza della condizione umana il terreno per ragionare sulla precarietà e fragilità dell'individuo"; Eracle (Eracle) porta con sé per tutta la vita il marchio della sofferenza, Admeto (Alcesti) vive la sua storia drammatica con la fragile sensibilità dell'uomo. Nella coscienza dell'ineluttabilità del dolore, ma privo dello sgomento dell'eroe tragico, il protagonista euripideo riflette ormai la natura di un "uomo che ripone la propria identità nei solidi fatti della vita": la sua infelicità è solo strettamente individuale.