Ne muoiono più di crepacuore

Saul Bellow

Traduttore: M. Paggi, D. Paggi
Editore: Mondadori
Edizione: 4
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788804474760
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    Giuseppe Russo

    26/06/2015 16:57:44

    Solo parzialmente riuscita, questa operazione di sincretismo fra le tensioni forti del romanzo psicologico (di cui Bellow è stato uno specialista) e le melliflue riflessioni di stampo minimalista che imperversavano sulla costa orientale nell'America degli anni '80. I due protagonisti, Kenneth e Benn, formano una strana coppia che aspira al completamento reciproco e alla compensazione delle rispettive ansie esistenziali, ma alla fine risultano due vasi comunicanti il cui liquido di trasmissione ha un sapore piuttosto dolciastro. La protagonista costante della narrativa bellowiana - la morte, o meglio la costante prossimità della morte - fa anche qui la sua apparizione come per alludere alla stupidità e vanità della loro relazione, e così si ricava la sensazione che alla fine sia stato più che altro un gioco fra l'autore e i suoi lettori più affezionati.

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Bulgheroni, M., L'Indice 1988, n. 1

Se Balzac - o Dostoevskij, o un altro grande romanziere ottocentesco - rinascesse oggi nell'America "poststorica" di cui ci parla Saul Bellow, quali vicende ci narrerebbe? e come? riuscirebbe a far udire la propria voce, a soverchiare il composito frastuono del sottofondo? Mai rassegnato alla "morte del romanzo" o al luttuoso elogio delle grandi forme narrative del passato, e tuttavia convinto, fin dagli esordi, che il romanzesco abbia natura anfibia, infida, metamorfica, Saul Bellow sembra aver dato in "Ne muoiono più di crepacuore", best-seller negli Stati Uniti come in Italia, la sua risposta a queste domande impronunziabili. Sì, sembra dirci, Balzac troverebbe nell'America reaganiana infinite trame narrabili, perfidamente balzachiane, demoniaci intrecci di amore e denaro, desideri potenti come primordiali soffi creativi, duplicità accertabili soltanto al microscopio dell'indagine romanzesca; ma una "commedia umana" dovrebbe oggi dilatarsi fino a includere il disumano, il barbarico, l'ibrido delle nuove metropoli di vetro e di ruggine, ed essere recitata da una sola voce che contenga tutte le altre, imperiosa e volubile come la voce di un commentatore televisivo che improvvisamente esploda, folle, da un piccolo schermo rimasto acceso nella notte... O, forse, più che una risposta, questa di Saul Bellow è una sfida: il suo ultimo romanzo ha la sapiente tessitura musicale di un lunghissimo monologo la cui unità si fonda sul ricorrere dei 'leitmotiv' - sesso e denaro, eros e morte, natura e artificio - e delle "sigle" che accompagnano l'evocazione fisica dei personaggi: lo zio Benn dagli occhi a forma di "otto coricato" che gli stampano in volto il segno dell'infinito, Matilda dai "capelli di giacinto", dal "volto classico"; Harold Vilitzer, il vecchio filibustiere dalla frangia di "imperatore romano", il bellicoso dottor Layamon dal "colorito arancione delle giovani salamandre"; l'amorosa Treckie dalle "gambe sfigurate dai lividi".
Unico, forse tra i romanzieri che ancora si dichiarano "tradizionali", Bellow ha teso a imprimere all'io narrante del grande sperimentalismo modernista l'attualità di una voce ricca di dissonanze, iperbolica, mimetica, spettacolare. Dietro Balzac, nume europeo di "Ne muoiono più di crepacuore" ("Senza "La cugina Bette" io sarei stato perduto!" esclama lo zio Benn") si profila Mark Twain, nume americano di "Le avventure di Augie March", maestro del colloquiale.
Il narratore dell'ultimo romanzo di Bellow è Kenneth Trachtenberg, parigino di nascita e insegnante di letteratura russa, che ritorna nel "Midwest", nella metropoli senza nome ricalcata su una visionaria Chicago, per essere vicino al suo più grande amico, lo zio Benn - "B. Crader, il noto botanico" - o, meglio, per registrarne quotidianamente la conversazione, in diretta o al telefono - come un devoto biografo, un Boswell sulle tracce del suo Johnson, o come un demoniaco osservatore, un Mefistofele alla ricerca del suo Faust. Tra zio e nipote, entrambi ebrei di origine russa, entrambi professori universitari, si ripresenta quel rapporto di affinità e conflittualità insieme che lega l'uno all'altro i protagonisti di altri romanzi bellowiani: l'ebreo Leventhal e il "gentile" Albee di "La vittima", l'americano Henderson e il re africano Dafuh di "Il re della pioggia", Humboldt, il poeta folle, e Charlie Citrine, il romanziere di successo di "Il dono di Humboldt". Ma nell'ultimo romanzo il vincolo tra protagonisti, ognuno paradossale "doppio" dell'altro, si complica: il dinamismo della duplicità sembra spostarsi dall'area tematica alla narratologica. Ken, il nipote, non solo racconta, ma cerca di dirigere e modellare la vita di Benn, lo zio, quasi fosse una sua invenzione. Il rapporto non è tra protagonista e "doppio", ma tra narratore e narrato, tra autore alla ricerca del personaggio e personaggio in fuga dall'autore. Vedovo inquieto da anni, lo zio elude il controllo del nipote sposando, in sua assenza, Matilda Layamon, "simile", in bellezza, "agli antichi navigli di Nicea" come la Helen di Edgar Allan Poe, e sottraendo al suo biografo un materiale narrativo carico di suspense, che soltanto una grave crisi esistenziale lo spingerà a rivelare. Il "progetto" di Ken non è tanto di "proteggere" la stranezza e l'innocenza dello zio, un "deviante" di genio convinto che si "muoia più di crepacuore che di radiazioni", quanto di usarlo ai propri fini teorici: come esemplare di un'umanità in estinzione e tuttavia capace di opporsi alla cultura "poststorica" dell'ibrido e dell'artificio. Ma lo zio è "una fenice che corre dietro agli incendiari" e, seguendo incautamente Matilda nel sontuoso superattico dove vive con i genitori, rischia di farsi alleato dei propri nemici naturali: i grandi faccendieri, come il dottor Layamon, gli aspiranti finanzieri, come la stessa Matilda, e i giudici, gli avvocati, i politici abilissimi nel vendersi e nel corrompere. Dall'alto del superattico, come da una falsa vetta montana, gode del privilegio di contemplare le lande della desolazione suburbana e di avere perennemente sotto gli occhi il mostruoso grattacielo sorto dove un tempo era la casa dei suoi genitori, possibile oggetto di ricatto, di guadagno. "Se in Oriente", teorizza Ken, "la prova da subire è la privazione, in Occidente è il desiderio". Ed è il prezzo del desiderio appagato contro ogni intima premonizione che lo zio dovrebbe ora sborsare, piegandosi a chiedere, a estorcere. Dove tutto è immagine soltanto il denaro produce quella patinata illusione di realtà in cui vive la "bidimensionale" Matilda; e con il denaro non si compera il sesso, ma un simulacro di eros pronto a mutarsi in morte, in gelo del cuore, in cimiteriale notte della mente. "Perspicace dopo il fatto", il vulnerabile zio Benn cerca la via dell'espiazione, e della discesa dalle altezze illusorie, quando scopre che la sua chiaroveggenza "druidica" non gli ha impedito di scambiare per vera un'azalea fatta di seta, suo unico "punto fermo", unico "vero contatto" in casa Layamon. Smascherato, così, l'inganno mortale, si rifiuta di restare, e di pagare, e sceglie invece di percorrere a ritroso, come in una nuova diaspora, il cammino dei padri: si immergerà nella notte artica, nel gelo fisico della Nuova Zemlia, riprenderà lo studio dei licheni, forme di vita rallentate e minacciate, ma reali e resistenti ai millenni. Il nipote/biografo si troverà, a sua volta, a divulgare l'inatteso cimento dello zio, narrandolo così come lo ha intercettato di giorno in giorno, di momento in momento.
L'invadenza della voce narrante, segnalata da molti critici come il limite di questo romanzo, è in realtà l'ultima delle strategie narrative dell'inquieta Saul Bellow. Allontanandosi sempre più dalla scrittura rigorosamente selettiva dei primi libri - "L'uomo in bilico", "La vittima" - Bellow ha affinato, a partire dai racconti di "Quello col piede in bocca" (Mondadori 1984), la sua abilità ironica di grande istrione, di grande teatrante capace di coinvolgere l'attenzione del lettore fino a trasformarlo in spettatore della propria pagina scritta, qualunque cosa gli racconti. Senza rinunciare alla sua sapienza linguistica, al gusto della citazione dotta o curiosa, al rapido gergo della metropoli, all'uso del soliloquio mentale interrotto dai minimi accadimenti quotidiani o dalle pazze bordate della memoria, è riuscito a strappare ai media, grandi rivali del romanziere americano, il loro sortilegio: il potere d'incantare, di tenere il lettore/spettatore in propria balìa. E ci è riuscito cedendo a quello che una volta ha definito "l'impoetico potere" dell'America - lo stesso a cui cedono zio e nipote - ossia traducendo in un linguaggio narrativo eterogeneo, ora orizzontale, ora labirintico, le continue mutazioni o i frantumi di una cultura, quella occidentale, e le insorgenze di un'altra, quella del computer, facendosi ora archeologo, ora astronauta della parola.
Sempre in fuga da se stesso, come i suoi personaggi, Saul Bellow, premio Nobel, si espone con ogni nuovo libro - e quest'ultimo non fa eccezione - come un esordiente. E se forse non possiamo aspettarci da lui il romanzo che porti definitivamente alla luce la "poesia sepolta" del cosmo urbano, sappiamo che continueremo a leggerlo come grande visionario, gran e veggente del mondo che muta ogni giorno sotto il nostro sguardo.