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recensione di Rizzuti, A., L'Indice 1992, n. 1

"Apparentemente - avverte il curatore di questo volume - gli scritti [di Strauss] non aiutano a gettare luce sulla posizione dell'artista nei confronti della sua epoca"; sotto molti aspetti è invece vero "esattamente il contrario". La proverbiale duplicità straussiana, mai dissidio fra arte e vita, al contrario convivenza pacifica e proficua tra genio e mestiere, si coglie, forse più che nei singoli documenti, nella varietà del materiale antologizzato: articoli, lettere, prefazioni, biglietti d'auguri, riflessioni pubbliche e private.
Strauss si spense a Garmisch in quel 1949 che registrò l'apparizione della "Filosofia della musica moderna" di Adorno: il fatto che in quel libro la sua figura non trovi spazio induce a prendere sul serio le parole di Gould, il quale argomentava come "il più grande compositore del Novecento " poté arricchire la sua epoca proprio in virtù della sua non-appartenenza ad essa. La coerenza straussiana riposava su quelle "Virtù dell'uomo pratico" messe in rilievo da Sablich nel suo scritto introduttivo e ritenute così poco attuali e credibili dai paladini più intransigenti del le avanguardie storiche. La verità è che Strauss fece progredire la musica rinunciando a vergare manifesti ideologici e a puntare tutto sulla continua messa in discussione del linguaggio, tenendo piuttosto sempre un occhio vigile sulle garanzie della spettacolarità, anche quando esse dovevano ridursi alla sola intelligibilità del dialogo. Strauss, arrovellatosi tutta una vita sui problemi endogeni del teatro musicale, dedicò parecchie delle sue riflessioni pubbliche a quelli più esterni ma parimenti nevralgici, come testimoniano la "Proposta di un teatro per città consociate" e in particolare modo il "Testamento artistico". La modernità delle intuizioni straussiane relative al ruolo del teatro nella vita pubblica non si ritrova peraltro nelle pagine dedicate ai problemi dell'istruzione, le "Osservazioni sull'educazione musicale" e la "Lettera sul ginnasio umanistico", tuttavia importanti nell'economia del ritratto che il libro tende a disegnare per la loro natura di elementi di raccordo fra l'impegno artistico in senso stretto e il più generale coinvolgimento dell'uomo di cultura nella vita civile. Lo Strauss più immediato e per molti versi autentico è tuttavia quello dei numerosi scritti dedicati all'attività direttoriale, fra cui si segnalano le "Dieci regole auree scritte nell'album di un giovane direttore d'orchestra", un misto di fierezza e di bonomia un po' paternalistica di schietta impronta bavarese, in alcuni casi in verità irritanti anche a una lettura "da lontano" quale giocoforza è la nostra. L'altissima considerazione che Strauss aveva di sé stesso mai comunque pregiudica la bontà e l'utilità della lettura: per quanto fastidio dia leggere, per di più in un ammiratore dichiarato di Mozart e Wagner, che "una congruenza fra parole e musica come quella ... del mio "Lied Traum durch die Dämmerung" non è raggiunta spesso", le osservazioni sulla melodia contenute nel commento a "Opera e dramma" di Wagner sono fra le cose più preziose del volume.