La nuova America. Le sfide della società multiculturale

Samuel P. Huntington

Traduttore: R. Merlini
Editore: Garzanti Libri
Collana: Saggi
Anno edizione: 2005
Pagine: 511 p., Rilegato
  • EAN: 9788811597124
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    Michele Lucivero

    13/09/2011 09:10:03

    Il titolo originale dell'opera, Who are we?, è molto più significativo della traduzione italiana, giacché è sintomatico del tentativo di avviare una riflessione sull'identità degli americani, ormai minacciata da più parti, e, al tempo stesso, rilanciare la sfida, generando parole d'ordine, slogan e sensazioni di smarrimento per porre la premesse per una ripresa dell'identità autentica. Dopo il successo mediatico del controverso The clash of civilization, Huntington replica con questa proposta costruttiva di radicare l'identità americana nella sua originaria cultura anglo-protestante, di cui il testo si rivela una vera e propria difesa apologetica. Il meccanismo adottato è sempre lo stesso: l'euristica della paura, la minaccia di un fantomatico internazionalismo islamico, identificato con il nuovo nemico da sostituire all'ormai decaduta Unione Sovietica, ma anche la sensazione di accerchiamento da parte dei messicani. Huntington pare quasi ossessionato dalla minaccia che il vicino Messico possa costituire per l'identità americana, fino a paventare una ispanizzazione totale degli Stati Uniti. La cultura ispanica, poco intraprendente, poco disposta al lavoro, poco istruita, e Huntington ha le sue buone ragioni per credere che tale resterà per sempre, sta lentamente erodendo l'identità anglo-protestante dei coloni, non immigrati, come spesso li hanno erroneamente definiti, perciò l'autore auspica una vistosa e massiccia ripresa del nazionalismo fondato sulla lingua inglese, sul protestantesimo e sulla tradizione anglosassone.

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    Antonio Donno

    24/09/2005 10:24:01

    Condivido in buona parte il commento di Giovanni Borgognone. Ma la sua critica all'attacco che Huntington sferra al multiculturalismo tradisce un'impostazione "politicamente corretta", cioè convenzionale e piuttosto conformista. Huntington dimostra, con un'impressionante serie di dati e con un'analisi lucidissima, il pericolo che il multiculturalismo porta ai valori basilari e condivisi che hanno dato vita alla nazione americana. Del resto, il dibattito odierno sul fallimento del multiculturalismo nelle società occidentali rende pienamente giustizia all'analisi di Huntington. Quanto, infine, all'accusa di Borgognone di "razzismo sofisticato" da parte di Huntington, purtroppo siamo al di fuori di un'analisi seria.

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Dopo l'assassinio ad Amsterdam del regista olandese Theo van Gogh (noto per le sue provocazioni cinematografiche sulla cultura islamica), nell'autunno scorso i neoconservatori americani, e analogamente gli epigoni nostrani, come "Il Foglio" di Giuliano Ferrara, hanno colto l'occasione per riflettere sulla crisi di identità che "l'utopia del multiculturalismo" ha prodotto in Occidente. Originario del Marocco, il killer di van Gogh – ha sottolineato Michael Ledeen sulla "National Review On Line" (indubbiamente tra le più interessanti riviste conservatrici in rete) – non era affatto un indigente, non subiva alcun tipo di discriminazione e viveva in una società, quella olandese, tra le più "politicamente corrette" e meticolosamente tolleranti. L'omicidio di van Gogh, secondo Ledeen (confortato peraltro anche da un commento di Magdi Allam apparso sul "Corriere della sera"), rivela pertanto la crisi del sogno europeo di una società multiculturale. Gli europei deridono gli statunitensi per la loro fede "arcaica", e accostano la religiosità americana al fondamentalismo islamico, ma da quanto sta accadendo sul Vecchio continente dovrebbero capire, questa è la conclusione a cui giungono sia Magdi Allam, sia il suo collega neocon d'oltre Oceano, che solo un Occidente dotato di forte identità religiosa, morale e culturale può affrontare le sfide del mondo odierno.

In questa stessa direzione si spinge anche il nuovo lavoro di Huntington, significativamente in originale Who Are We? (Chi siamo?), ma per il quale l'editore italiano ha scelto, al di là del titolo poco incisivo, un sottotitolo fuorviante: se le "sfide" affrontate dall'autore provengono infatti da una società multirazziale e multietnica, il multiculturalismo è il vero e proprio pericolo che l'America, a suo avviso, deve assolutamente scongiurare. È poi importante segnalare che non si tratta certamente di una svolta a destra nel pensiero di Huntington, quanto di una logica conseguenza delle tesi presentate nel precedente volume Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (ed. orig 1996, Garzanti, 1997, cfr. "L'Indice", 1998, n. 2). Qualche lettore europeo poteva forse fraintendere l'opposizione di Huntington all'interventismo statunitense su scala planetaria e i suoi timori per uno "scontro delle civiltà", ma la collocazione dell'autore nel quadro politico americano era, in realtà, già del tutto chiara: egli rappresentava, e rimane tuttora, il massimo esponente di un versante isolazionista del conservatorismo. Nel libro del '96 Huntington insisteva molto sulla necessità di accettare il pluralismo culturale mondiale, ma chiariva anche, fin dalle prime battute e poi nelle conclusioni, un altro aspetto del proprio intento prescrittivo: per la sopravvivenza dell'Occidente è necessario che gli Stati Uniti confermino la propria identità occidentale (religione, arte, letteratura, filosofia, scienza, ecc.), proteggendola dalle sfide provenienti dalle società non occidentali.

Nel suo nuovo lavoro, analogamente, Huntington avverte che l'America, di fatto multirazziale e multietnica, può sopravvivere solo se non cade nella trappola del multiculturalismo e se conserva la propria radice "anglo-protestante". Più che da "immigrati", osserva acutamente l'autore, l'America fu fondata da "coloni", che avevano un obiettivo assai più alto di quello di semplici migranti: creare una "nuova comunità", una "città ideale". La loro cultura era costituita essenzialmente dalla religione cristiana, dal moralismo protestante, dall'etica del lavoro, dalla lingua inglese e dalla tradizione britannica del rule of law. L'autore è critico nei confronti della cosmesi troppo lockeana e illuministica a cui i coloni sono stati spesso sottoposti dagli storici: l'America nacque come "successione di frammenti protestanti", e questo processo "era già in atto nel 1632, quando nacque Locke".

Naturalmente la fondazione dell'America fu il prodotto di motivazioni non solo religiose, ma la religione ebbe un peso determinante: non molto forte per lo stato di New York e per le due Caroline, ma certamente decisivo per la Virginia, la Pennsylvania, il Maryland e il Massachusetts. La Costituzione è un testo rigorosamente laico, ma i suoi estensori "erano fermamente convinti che il governo repubblicano a cui stavano dando vita potesse durare solo se affondava le sue radici nella moralità e nella religione". Negli scritti di Adams e Washington non mancano affermazioni nette sulla centralità dei principi religiosi e morali per sostenere la vita della repubblica. L'assenza di riferimenti religiosi nella Costituzione non fece dell'America un paese "laico": l'assenza di una religione di stato limitò i poteri del governo in tale ambito, e rafforzò la religione all'interno della società, favorendo peraltro l'eterogeneità delle sette (molto diverse tra loro, ma anche, spesso, con dei punti in comune, come l'idea di un rapporto diretto, individuale con Dio, l'infallibilità delle Scritture e la centralità di un'esperienza trasformativa di "rinascita" nella vita cristiana).

I successivi immigrati, secondo Huntington, "adattarono" le proprie convinzioni religiose e la propria cultura a quelle americane. I cattolici, ad esempio, dopo un lungo periodo di forti contrapposizioni (il papato romano fu a lungo presentato dai predicatori protestanti come l'incarnazione dell'Anticristo), gradualmente si "americanizzarono", de-romanizzando la loro fede e aderendo alla visione degli Stati Uniti come "nazione eletta". Oggi, tuttavia, molti figli di immigrati, pur essendo nati negli Stati Uniti, si identificano nella cultura di altri paesi o si riconoscono esclusivamente in culture "subnazionali" (è emblematico il caso dei neri, che si sentono più "afroamericani" che "americani"). Questo è il pericolo del multiculturalismo, favorito peraltro, secondo l'autore, dalla condanna dei fattori nazionali da parte delle élite intellettuali impregnate di utopie transnazionali e cosmopolite (che, di fatto, trasferirebbero la sovranità alle Nazioni Unite, alla World Trade Organization e alla Corte mondiale).

Onde evitare l'esito catastrofico di tale processo, che naturalmente Huntington individua nello scontro delle civiltà e nel declino di quella occidentale, è necessario, a suo parere, interrogarsi sul modo più efficace di proteggere l'identità americana. Gli Stati Uniti non possono reggersi unicamente su un ideologico contratto sociale (è un collante troppo debole per tenere unita una nazione), né possono accontentarsi di una soluzione interna "bipolare", affiancando l'identità ispanica a quella anglo-protestante, o puntare su un modello razziale bianco "esclusivista", che provocherebbe, ovviamente, elevati livelli di conflittualità.

In politica estera, infine, l'autore è contrario, come è noto, a un'America "imperiale" (quella auspicata, invece, dai neocons interventisti dell'amministrazione Bush), che rischia di avverare il "paradosso della democrazia": imponendo le istituzioni democratiche in paesi ostili, gli Stati Uniti finiscono per fare emergere, democraticamente, forze populiste antiamericane. La migliore soluzione possibile è rappresentata, in ultima analisi, da un'America nazionale, che difenda la propria cultura, tenendola distinta da quella di altri popoli. "L'alternativa al cosmopolitismo e all'imperialismo, spiega Huntington, è un nazionalismo dedicato alla preservazione e al rafforzamento delle qualità che hanno definito l'America fin dalla sua fondazione" (in primis la religione), e qui egli è pienamente in linea con Irving Kristol e con la tradizione "classica" del conservatorismo e dello stesso neoconservatorismo statunitensi.

Questa è la tesi di fondo del volume di Huntington, esposta con lucidità e chiarezza ammirevoli, senza inibizioni nell'illustrare anche il razzismo e il fanatismo che hanno avuto larga parte nella storia americana. L'esito apocalittico e inappellabile del multiculturalismo è, però, il punto forse meno solido dell'edificio argomentativo, altrimenti logico e coerente, costruito dall'autore. In questo caso egli sembra avvalersi più che altro dell'emotività suscitata da tragici eventi che, per quanto gravi, non devono necessariamente mettere fine alla paziente ricerca di soluzioni conciliatorie. Huntington, invece, punta dritto a un rimedio "estremo", che, per molti versi, si basa sulle teorie delle "origini etniche delle nazioni", alla Anthony Smith, non identificando tali origini con fattori sociobiologici e "naturalistici", bensì con elaborazioni mitiche e simboliche, ossia "culturali" e in grado di produrre e mantenere in vita una nazione. Un'idea di sicuro avvincente, ma che, nell'uso di Huntington, finisce per riproporre una sorta di "razzismo" sofisticato, giustificato non su basi biologiche ma, appunto, culturali, elemento caratteristico, e non certo nuovo, della destra americana.

                                                                                                          giovanni borgognone

Come sta cambiando l'America? E come sarà nel futuro? In un'epoca di globalizzazione in cui le società sono multiculturali e multietniche, dove si intrecciano religioni, usi e costumi diversi e dove convivono sistemi di valori spesso in conflitto, anche le identità nazionali risentono di possibili trasformazioni. Da questo punto di vista gli Stati Uniti hanno lunga esperienza poiché sin dalla loro nascita ospitano un crogiolo di razze e culture diverse unificate sotto la bandiera dell'identità nazionale. Ma in cosa consiste questa identità? A quali trasformazioni è sottoposta? è destinata a reggere saldamente o rischia di soccombere ai colpi degli intensi flussi migratori del presente? Sono questi gli scottanti temi affrontati dal nuovo saggio di Samuel Huntington, politologo e professore della Harvard University, famoso per i suoi saggi citatissimi e controversi, tra cui Lo scontro delle civiltà, un libro scritto prima dell'attentato di New York, in cui lo studioso presagiva un mondo caratterizzato dallo scontro tra culture.
Ancora una volta Huntington tocca temi e avanza argomentazioni che non hanno tardato a sollevare dibattiti. Di fronte al luogo comune del melting pot determinato dall'adesione agli stessi valori culturali, democratici e liberali, nonché dalla prospettiva del progresso economico individuale e collettivo, denuncia le sfide di cambiamento legate alle ondate di immigrati, soprattutto ispanici, che rischiano di sconvolgere l'equilibrio interno del Paese. Bilinguismo, multiculturalismo, diversità religiosa, svalutazione del concetto di cittadinanza sono fenomeni che richiamano prepotentemente l'attenzione degli osservatori e dell'opinione pubblica, proprio in un periodo in cui i fatti dell'11 settembre e i conflitti con il mondo islamico sembrerebbero favorire una rivivescenza del patriottismo e del nazionalismo. Chi sono oggi gli Americani? E chi saranno domani? "Io credo che una delle maggiori conquiste, se non la maggiore in assoluto, dell'America – scrive l'autore nell'introduzione - sia stata la capacità di eliminare le componenti etniche e multirazziali, che hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella sua identità, e di essersi trasformata in una società multietnica e multirazziale in cui le persone vengono giudicate per i loro meriti. Io credo che tutto questo sia avvenuto grazie all'impegno delle successive generazioni di americani nei confronti della cultura anglo-protestante e nel credo dei padri fondatori. Se quell'impegno verrà mantenuto nel tempo, l'America sarà ancora l'America, anche dopo che i discendenti WASP dei suoi fondatori saranno diventati una piccola e ininfluente minoranza."
Documentatissimo e ricco di intuizioni, questo saggio di profonda riflessione sull'America d'oggi avanza ipotesi che coinvolgono non solo il futuro degli Stati Uniti ma di tutto il mondo. Non mancherà dunque di alimentare con le sue testi il dibattito dei lettori più attenti e interessati alle tematiche di scottante attualità.