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ROMANO, LALLA, Romanzo di figure, Einaudi, 1986

ROMANO, LALLA, La treccia di Tatiana, Einaudi, 1986
recensione di Marenco, F., L'Indice 1987, n. 1

Due operine in cui le immagini sono il testo, e le parole scritte non più che annotazioni, postille. Entrambe aspirano alla qualità del romanzo, ma con caratteri molto diversi, e così dicasi dei risultati. L'idea dell'album di famiglia commentato, Lalla Romano l'aveva già sperimentata nel 1975, e intitolata un po' pedantemente "Lettura di un'immagine"; ora pubblica le lastre originali di quelle fotografie, con un titolo più impegnativo, ma che si rivela a conti fatti sorprendentemente giusto. Perché l'età del suo album - gli inizi del Novecento fino alla prima guerra - e ancor più la sensibilità e la cultura che lo informano - l'"estrema provincia" che erano allora, e sono ancora oggi, le valli del cuneese e la cittadina di Demonte - possiedono tutto ciò che conosciamo ormai come "romanzesco"; la lontananza al di là del ricordo, la pienezza della vita vissuta dentro un orizzonte limitato, l'ordinarsi di tante storie singole in una storia comune, gli eventi imprevedibili in una sempre prevedibile trama.
L'angolo visuale della scrittura è collocato nello stesso punto dell'obiettivo fotografico; l'A. si interroga sulla storia di ogni immagine, su ciò che nasconde, sugli umori dei soggetti, sull'intenzionalità delle pose, sulle predisposizioni e gli orientamenti del gusto, sui particolari rivelatori. Ne nasce un monologo insieme candido e sapiente, un racconto che si spezza ogni volta che raggiunge lo stato di abbozzo. Protagonisti ostentati il Padre con i suoi compiacimenti borghesi, la Madre con il suo fascino ombroso; comprimarie le figlie, una buffa e svagata, l'altra accigliata e precoce; ma insieme a loro, protagonisti segreti e tanto più intensi, i tipi del paese e della campagna - i cacciatori, i contadini, i gruppi di famiglia, i preti - e, non ultimo, il paesaggio.
La Romano si rifà alla cultura geograficamente più vicina, e invoca a numi tutelari Courbet, la linea Renoir-Monet-Matisse, e si spinge fino a individuare un caso di "eleganza all'inglese"; a noi però non bastano echi così sparsi: noi siamo continuamente tentati da una dimensione ulteriore, che li amplia e li unifica. Oggi è diventato impossibile parlare di provincia, vedere la provincia, se non attraverso i filtri di quella Grande Provincia che, fra Otto e Novecento, ha inventato gli animali angelici di Chagall e i cavalieri dorati di polvere di Joseph Roth, la natura impassibile di Conrad e di Munch, gli eroi liberty di Yeats e gli anti-eroi di Svevo, e che da noi ha continuato a dare, in ritardo ma inesauribilmente, grandi "figure" come gli uomini persi tra gli alberi di Calvino e Fellini, e gli insofferenti di Fenoglio, e gli epici bestemmiatori di Meneghello (e i cortili assolati di Paolo Conte). Tutto questo - tutto questo davvero - è presente nel microcosmo di quell'antica famiglia piccolo-borghese di Demonte (Cn); e a qualcuno piacerà sapere, da noi che ce ne intendiamo, come esso esista intatto nei dossi vellutati dagli alberi spogli sulla neve, negli occhi canzonatori dei più evoluti, ilari di incredulità dei semplici, e, un po' in tutti, cupi di divieti e repressioni.
Diverso il caso della "Treccia"; il pomeriggio in campagna presentato dalle belle fotografie di Antonio Ria è in realtà un pomeriggio in villa, non senza stemmi nobiliari, pergole curatissime, biliardi preparati per il gioco. Il gruppo è ora ultracittadino, o direi meglio post-industriale, con poeti che sembrano banchieri e banchieri che sembrano poeti, e tutti che si curvano sotto una stanchezza attualissima, di nervi, per niente muscolare. L'ornamento che provvede il titolo è il simbolo della presenza ovvero della sopravvivenza, della giovinezza in una scena che ne è per altro cospicuamente priva. Ne sono esaltate le spalle di Giuliana, che la memoria dell'Oneghin vuole ribattezzata Tatiana, e che sopporta bravamente la solitudine guardando sicura l'orizzonte, e accarezzando il gatto. Un romanzo anche il suo? Forse, o forse oggi non si può fare di più, ma diciamolo: l'avremmo voluta più fortunata.