€ 7,65

€ 9,00

Risparmi € 1,35 (15%)

Venduto e spedito da IBS

8 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:
Aggiungi al carrello


recensione di Onofri, M., L'Indice 1994, n.11
(recensione pubblicata per l'edizione del 1994)

Il bel libro-intervista di Consolo "Fuga dall'Etna", apparso nel 1993 per Donzelli, si chiude con queste parole: "Mi sono sempre sforzato di essere laico, di sfuggire, nella vita, nell'opera, ai miti. La letteratura per me, ripeto ancora, è il romanzo storico-metaforico. E poiché la storia è ideologia, come insegna Edward Carr,credo nel romanzo ideologico..., cioè nel romanzo critico". Questa del romanzo storico-metaforico, del romanzo critico, testimoniata a partire da "Il sorriso dell'ignoto marinaio" (1976) fino alle pagine corrusche di "Nottetempo, casa per casa" ( 1992), a cui aggiungiamo gli amari divertimenti di "Ner¢ metallico" (1994) ci pare la variante arrecata da Consolo al corpo di un singolare platonismo intellettuale, tutto siciliano, secondo cui la letteratura può intendersi come costellazione di archetipi, alla luce della quale i fatti umani sembrano rivelarsi nella loro verità.
Si tratta di un'attitudine intellettuale, all'incrocio di memoria e profezia, che induceva Borgese, nel suo purtroppo dimenticato "Poetica dell'unità" (1934), a definire la poesia come "sistema di tangenti sulla curva dell'essere", a ritenere il genere romanzo più storico della storia stessa. Quell'attitudine che consentiva allo Sciascia di "Cruciverba" (1983) di ipotizzare una ciclica e siderale vicenda letteraria, dentro la quale le opere del passato splendano, si eclissino, tornino a splendere, in una diversa luce di verità. La stessa attitudine che ha prodotto nell'isola quella controstoria d'Italia letteraria e civile, scritta quasi in concorrenza con la grande storiografia italiana, e capace di assumere la Sicilia a pietra dello scandalo della mancata democratizzazione del paese, una controstoria che, per stare al solo Novecento, ha avuto come suoi capitoli "I vecchi e i giovani" (1913) di Pirandello, "Rubè" (1921) di Borgese, "Gli anni perduti" (1941) di Brancati, "Gli zii di Sicilia" (1961) di Sciascia. Entro questo orizzonte, Consolo si è guadagnato una posizione originale, la quale sta già nella scelta, quasi drammatica, di una scrittura insieme credula e disincantata, quella che si nutre di miti, ma sempre assumendoli al vaglio di una laicità non arresa alle menzogne del Potere. C'è in Consolo, insomma, il coraggio di parlare ancora di ideologie, quando molti intellettuali italiani, spesso in cattiva fede, ne dichiarano la morte, e col terrore che la morte delle ideologie possa implicare, nella logica dei media, anche quella delle idee. Ma c'è, soprattutto, la convinzione che nel "romanzo storico-metaforico" la critica alle ideologie del Potere si giuochi sul piano della lingua, una lingua plus-comunicativa se non anti-comunicativa, orientata verso l'alto della grande tradizione letteraria o verso il basso del dialetto, ma mai al livello di un linguaggio colloquiale coincidente con quello televisivo. Cosa che avvicina Consolo assai più a poeti come Zanzotto, che non a tanti romanzieri coevi dalla lingua snella e dal pensiero grosso. "L'olivo e l'olivastro", che toglie il titolo da una citazione dell'"Odissea" posta in epigrafe, a significare come "il selvatico e il coltivato, l'umano e l'inumano, nascano da uno stesso ceppo, è un libro che, nel contempo, ricapitola e complica il cammino sin qui percorso dallo scrittore. Cerchiamo di spiegare il perché. Siamo a Gibellina, subito dopo il terremoto, quando il protagonista, un ventitreenne che somiglia a Consolo, parte per la Lombardia. È suo l'occhio del ritorno, quello attraverso cui lo scrittore, non di rado attingendo alla livida visionarietà di un Coleridge, ripercorre le città e i paesi di una Sicilia che, in tempi remoti, poteva essere la patria "della civiltà più vera, della cultura", ma che ora si rivela come la madre di tutte le nefandezze, l'isola che può avere per capitale una Gela petrolchimica, abusiva e torva, "triste buco", "pozzo oscuro" sul quale gravita ogni cerchio dell'infernale Italia". A scandire una vicenda che non ha redenzione, e come a simbolico controcanto, alcune tappe del viaggio di quell'Ulisse che, pur tra tanti dolori, riesce invece a redimersi, tornando a Itaca. Il tutto punteggiato dall'apparizione delle figure di una contro-Sicilia del passato, il toccante Verga alle soglie della morte, o del presente, la Maria di Caltagirone, il Nino di Marsala, poeti pietosi e purissimi. Questo, dunque, il carattere riassuntivo del libro: in esso confluiscono il saggismo de "Le pietre di Pantalica" (1985) e le oltranze espressive di "Nottetempo". Pure l'incipit disarmato ("Ora non può narrare") si ricollega inequivocabilmente alla chiusa di "Nottetempo" ("Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro"). Il fatto è, però, che, proprio mentre tutto pare chiarirsi, tutto si complica. Come in un crogiuolo, il racconto diventa magma incandescente. Una terza persona ieratica si sovrappone a quella che articola il punto di vista del protagonista, nel conflitto di sublime e quotidiano. Dalle profondità della memoria ai vivi subentrano i trapassati. Lacerti di documenti, stralci di cronache si mescolano all'invettiva, agli scatti memoriali, alle pause liriche. Col risultato che il romanzo esplode, annulla i confini dei generi, sfiora l'indicibile; fino all'azzardo di una scrittura arditamente metaforica, ma tesa a uscir di metafora, per dire di un male che potrebbe esser detto solo avvicinandosi al grado zero della scrittura. Di fronte alla nuova barbarie, che possibilità ci sono ancora per la letteratura? Questa sembra essere la domanda di Consolo, quasi l'ultimo messaggio affidato alla bottiglia. Sulla scorta di una scrittura che ha saputo andare oltre Lucio Piccolo, ma guardando sempre a Vittorini e Sciascia, quasi modulando ciò che restava contratto, e come illuminando quel che s'annottava "in aenigmate" Consolo ha finito per comporre un libro in cui tutto, nonostante il dolore, sembra risolversi in pura voce narrante.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Giorgio

    01/09/2005 11:57:59

    Non ho parole dinanzi ad uno scrittore capace di creare simili immagini con un linguaggio infinitamente sublime.

  • User Icon

    Bartolomeo Di Monaco

    08/04/2003 15:14:40

    Inizia con una fuga, dopo il terremoto, dalla nativa Gibellina, questo libro che già mostra agli inizi l’eredità di una lingua antica fatta di serrata poesia, di aridi solchi e di sassi: “pietrosa e aspra”. Dal traghetto il protagonista volge il capo all’indietro: “Messina non esiste”. Incontra smarrimento, curiosità e stupore dappertutto. Il treno su cui è salito percorre la penisola, lentamente, con frequenti fermate, giacché quel che è successo (“sacco d’orde barbare o furia di natura”) ha prodotto un mastodontico sconquasso. Il protagonista lascia il paese, ma ad ogni immagine che gli si para davanti, egli vi legge la storia, le vicende, anche sanguinose, di un popolo antico e nobile. Lasciare l’isola è davvero possibile? Messina distrutta dal terremoto s’insinua dentro queste visioni, come se là fosse rimasto il cuore a pompare la sua vita. Non solo: a cercare, in un tentativo disperato e necessario, di preservare la Sicilia tutta dalla morte. La mente compie un pellegrinaggio al tempio della vita, che è il ricordo: “Viaggiatore solitario per un itinerario di conoscenza e amore”. Sfilano nomi, immagini, paesaggi, da cui l’isola trae il ceppo e il genio della sua immortalità. Quanto più il protagonista si allontana, tanto più la sua isola rinasce alla vita dallo squasso, dal torpore, dallo svenimento. Di fronte ad una tragedia di morte, il pensiero e l’amore vi contrastano con l’effluvio della eternità, generato dal sentimento e dalla ragione. È una rabbiosa sfida contro “l’impotenza” e “la vulnerabilità” delle cose. Che, nel momento in cui veste i panni di una fuga, di un esilio, sia esso provocato da un terremoto, dall’eruzione dell’Etna o genericamente dalla insofferenza e dalla povertà, si trasforma in lamento, in bruciante rimorso. Non basta fuggire, non basta gridare lo scempio, per sentirsi lontani. Nella sua isola, nuotatore quasi vinto dalla furia del mare, trovò rifugio Ulisse: “trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro”. V’incontra il regno dei Feaci, “che sono vicini agli dèi”, e viv

Scrivi una recensione