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Alberto M. Banti

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: XII-389 p. , Brossura
  • EAN: 9788806178154
Di questa formazione discorsiva Banti si propone di analizzare gli addensamenti e la genealogia dal punto di vista di una storia della cultura intesa come "scienza dell'intertesto". Estetizzazione della violenza e segnatamente della violenza sessuale e aggressività virilista e misogina spesso morbosa e quasi sconfinante nella pornografia risultano essere sempre a quanto si legge nella premessa l'aspetto saliente di tale genealogia che costruita "quasi totalmente" dalla produzione di intellettuali maschi ha sostanziato il nazionalismo europeo ottocentesco e contribuisce "forse anche" alla comprensione della cultura di guerra elaborata durante il primo conflitto mondiale (a cui è dedicato l'ultimo capitolo del volume).
La gamma delle fonti analizzate è ampia e include accanto a molti altri David e Hayez Goethe e Schiller Garibaldi (per la sua produzione letteraria) e Mazzini Alfieri Kleist Richarson Rousseau Sue Scott e Wagner. Il contributo di Banti presenta all'interno del dibattito sulle forme moderne della politica e sulle ideologie nazionali alcuni aspetti salienti. Dal punto di vista dei referenti teorici e storiografici accanto a suggestioni foucaultiane e freudiane è centrale il riferimento a Mosse e alla sacralizzazione della politica. Rifacendosi alla tradizione mazziniana e ai nazionalismi ottocenteschi all'interpretazione di Emilio Gentile (e per alcuni aspetti anche a spunti offerti da Clifford Geertz e a René Girard) l'autore si differenzia dalle tesi di Paolo Prodi sostenendo che la separazione fra chiesa e politica non condusse a una secolarizzazione delle pratiche politiche ma a una loro progressiva e autonoma sacralizzazione attinente per certi versi anche alla sfera metafisica. La religione (anche nelle sue versioni cosiddette "laiche") viene cos8 intesa non in modo riduttivo come mezzo per edulcorare ed esorcizzare le esperienze della vita ma piuttosto come sistema culturale capace di dare loro senso sostenibilità e sopportabilità laddove risultano inadeguati strumenti concettuali d'altra natura e non metafisici (Geertz). Anche la morte di sé e dell'altro (il diverso il nemico) in particolare se concepita e ottenuta in forma "sacrificale" per il bene della comunità (Girard) acquisisce pertanto come accade per un aspetto cruciale del discorso nazionalistico un significato esplicativo e nobilitante.
In ambito storiografico il libro (come quello precedente sul Risorgimento) suggerisce in primo luogo che le ideologie nazionali risultano da una costruzione operata da minoranze appartenenti all'alta cultura. L'approccio privilegiando gli aspetti comuni lascia inoltre sullo sfondo le distinzioni fra le diverse esperienze nazionali e le diverse declinazioni (prevalentemente politiche culturali o etnico-naturalistiche) che di volta in volta assunsero enfatizzando piuttosto una prevalente e diffusa connotazione in chiave etnica connessa al linguaggio della razza e alla comunità di sangue e di discendenza. Anche le differenze fra determinati caratteri (emancipatori inclusivi talora universalistici) assunti dal nazionalismo per gran parte dell'Ottocento e la natura pi· esclusiva antagonistica e aggressiva propri delle sue versioni degli ultimi decenni del secolo e del Novecento passano in secondo piano a favore di una linea di continuità che va dalla fine del Settecento sino agli esiti cui si giunse nel corso della Grande guerra.

Gian Carlo Jocteau