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LORENZO DÈ MEDICI, Rappresentazione di San Giovanni e Paolo, Pratiche, 1992
LORENZO DÈ MEDICI, Opere, Einaudi, 1992
scheda di Noce, M., L'Indice 1993, n. 4

Nel quinto centenario della morte di Lorenzo de' Medici Einaudi colma elegantemente una lacuna del suo catalogo pubblicando una raccolta di opere del Magnifico che si distingue da altre operazioni similari, perché fornisce i testi prescelti nella loro interezza, senza ricorrere a discutibili scelte antologiche che ammanniscono al lettore di tutto un po', ma quasi nulla di completo. Intelligentemente curata da Tiziano Zanato, filologo da anni impegnato nello studio dei codici laurenziani, la raccolta comprende non solo le opere più note di Lorenzo, quali le "Canzone carnascialesche", la "Nencia da Barberino" e il "Canzoniere", ma anche molte opere meno famose, e note solo agli specialisti, come le "Laude", le "Selve", il "Comento", l'"Ambra", il "Corinto", il "De summo bono" (o "Altercazione"). I testi sono tutti presentati in edizione critica, rivista e corretta rispetto a precedenti edizioni (grande impegno il curatore ha riservato all'uniformazione ortografica, in cui mi pare di veder prevalere il criterio di una moderata semplificazione delle forme tardoquattrocentesche), corredati di ricche note non solo esplicative, ma anche linguistiche o tese a individuare fonti e 'loci' paralleli, e preceduti da ampie ed esaustive introduzioni con notizie storico-critiche e filologiche ed essenziali indicazioni bibliografiche. Peccato che non si tratti di una raccolta completa, ma che, per ragioni - a quanto sembra - di budget, siano stati tralasciati alcuni testi minori o frammentari, come i "Capitoli", l'"Apollo e Pan* e la "Rappresentazione di San Giovanni e Paolo". Quest'ultima opera compare ora stampata dall'editrice Pratiche, a cura di Guido Davico Bonino, in un volume che comprende anche le "Laude". Il volumetto fornisce dunque due esempi di poesia religiosa del Magnifico (databili al 1491) diversi tra loro, ma entrambi fondati sul recupero della tradizione popolare fiorentina. L'edizione, pur non fornendo elemento alcuno di novità da un punto di vista critico o esegetico, ha tuttavia il pregio di offrire al lettore i due testi nelle versioni filologicamente più valide e aggiornate, corredandoli con un apparato di note chiaro, benché ridotto all'essenziale, e una valida introduzione incentrata soprattutto sul significato teatrale della "Rappresentazione".

Lorenzo uomo politico ha avuto due laudatores d'eccezione, Machiavelli e Guicciardini, che l'hanno reso un personaggio mito per le generazioni successive, soverchiando di gran lunga l'altro Lorenzo, lo scrittore. Questa sottovalutazione dell'attività letteraria laurenziana è giunta praticamente fino a noi: ancora nel 1968 Gianfranco Contini definiva Lorenzo poeta come un "elegante dilettante". Solo negli ultimi anni sono stati messi in debito rilievo la sua presenza e il ruolo centrale che ha avuto nella storia letteraria del Quattrocento, così che oggi finalmente, a cinquecento anni dalla morte, possiamo leggere le sue opere filologicamente ordinate, studiate e giudicate come quelle di uno dei massimi autori del Rinascimento volgare. Lorenzo lo fu soprattutto per l'inesausta vena di sperimentatore di generi letterari, vena che più fluente, prima di lui, ebbe solo il Boccaccio. E poi per la consapevolezza storica dei percorsi della poesia a lui precedente e contemporanea e per l'indicazione, anche concreta, con la Raccolta Aragonese, di una linea sì toscana, ma articolata e composita, aliena dall'integralismo petrarchista che si sarebbe imposto di lì a pochi anni a partire dalle "periferie" (Sannazaro a Napoli, Bembo a Venezia). Il toscocentrismo laurenziano è fondato sugli stilnovisti, che Lorenzo poteva facilmente sposare al neoplatonismo di Ficino; su Dante, di cui, nella sua opera più ambiziosa, il "Comento", riprende il modello del prosimetro, a metà fra "Vita Nuova" e "Convivio"; e naturalmente su Petrarca, un Petrarca di prima mano, senza intermediazioni o automatismi imitativi. Ma Lorenzo non ha trascurato di ripercorrere gli altri filoni della poesia toscana (primo fra tutti quello della linea comico-burlesca) e di dare prove importanti sulle strade dell'avanguardia del suo tempo. La sua era una proposta per una lettura toscana vincente ma viva, non idealizzata o astratta.