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Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 1988
Pagine: LXXIV-890 p., Rilegato
  • EAN: 9788811586401
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recensione di Merola, N., L'Indice 1990, n. 4

All'epoca della sua gran moda, Gadda, per poco che se ne capisse, si sapeva almeno dove metterlo: ovviamente in alto; se non sopra a tutti gli altri scrittori del Novecento, così in alto da non potersi sbagliare. Il Novecento del resto era un paese. Ora che ha perso una collocazione certa nella coscienza dei lettori e che sulla sua stella non si orienta più nessuno, in compenso Gadda ha trovato casa. Con questa semplicità, Dante Isella ci invita ad accogliere la "meditata proposta filologica" dell'edizione quasi completa delle opere gaddiane da lui diretta, augurandosi di farla finita con lo scrittore "transfuga, non meno che di camera d'affitto in camera d'affitto, d'uno in altro editore". Com'è noto, i titoli che vediamo convenientemente sistemati nei due volumi dei "Romanzi e racconti", e quelli che confluiranno negli annunciati due di "Saggi giornali favole", sono rimasti sin qui dispersi sotto varie sigle editoriali, che hanno messo a repentaglio con i loro difformi criteri di pubblicazione un meccanismo delicato e prezioso, e smembrato un'opera invece paragonabile a "un complesso sistema di vasi comunicanti".
Che Gadda non fosse un autore alla portata di tutti, è sempre parso evidente, se persino il suo successo presso il grande pubblico, in crescendo per circa un ventennio, intorno alle edizioni in volume di "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" e della "Cognizione del dolore", rispettivamente uscite nel 1957 e nel 1963, si fondava sull'obbligo dello specialismo e delle relative predilezioni unilateralmente imposto anche ai lettori comuni dalle parole d'ordine neoavanguardiste. Destinando agli specialisti la sua impervia ricerca, lo scrittore peraltro non aveva certo preventivato una filologica leva di massa e comunque non si sarebbe mai sognato di trasformare una speranza di agnizione in una richiesta di aiuto. Con il senno del poi, si converrà anzi che quando seleziona il suo pubblico rendendogli la vita difficile e rimane in compagnia dei pochi intenditori capaci di tenere il suo passo e di apprezzare i meriti di un loro pari, Gadda ne ha ormai anticipato e reso superfluo qualsiasi ulteriore intervento. E non solo perché provvede del suo ad annotare abbondantemente gli scritti che licenzia, e che delle note via via cadute l'edizione di Isella opportunamente reintegra, e magari si guadagna i complimenti, da filologo a filologo, dell'allora giovane ma già agguerritissimo Contini, secondo il quale il suo contrappunto al "Castello di Udine" avrebbe costituito "il primo caso di commento d'autore schiettamente formale".
Anche senza l'avvertimento, come s'è visto, tempestivo delle annotazioni "autentiche", l'elaboratissima pagina gaddiana è abbastanza minacciosa e scoraggia con i suoi trabocchetti chiunque voglia porvi mano. Consapevole dell'efficacia illusionistica dell'intimidazione gaddiana, Isella ci conferma che persino gli specialisti sono indiziati di "feticismo", preferendo "non ammettere né 'lapsus calami' né svarioni tipografici", pure presenti e ora pazientemente snidati, nell'intangibile perfezione di "una eccezionalità che si vorrebbe totale". E chi specialista non è, dal canto suo, si lascia ricattare, né più né meno che come vent'anni fa, dalla nomea dello scrittore, comportandosi nel modo che lui irrideva e fomentava insieme: "fidenti in un domani migliore, lì per lì si davan per vinti, rinunciavano al significato generale, si contentavano di afferrare, passo passo, le bellezze dei dettagli". Tranne poi a non caderci più e a mantenersene prudentemente alla larga.
Capita così che i curatori delle singole opere comprese in "Romanzi e racconti" ricostruiscano sui documenti le faticose trattative che ogni volta precedettero l'uscita, e condizionarono la stessa composizione di qualche acclamato capolavoro di orologeria, e invano si sforzino di ricondurre a motivi extraletterari alcuni episodi della proverbiale instabilità dei testi gaddiani (qui per esempio arricchiti di un capitolo del "Pasticciaccio" inedito in volume e delle sconosciute conclusioni della "Meccanica"). È più eloquente lo spettacolare divenire in cui i testi quasi per virtù propria si disaggregano, con una facilità pari soltanto alla forza che li riconnette non solo idealmente da un capo all'altro dell'intero corpus, e perciò contemplano perfino l'utilizzazione dei medesimi "tratti" in situazioni e con funzioni diverse, ora come capitoli di romanzo, ora come racconti a sé stanti. E si può scommettere che questi studiosi per primi continueranno ad accostarsi a Gadda dal lato misterioso e suggestivo della sua vulcanica creatività, nella convinzione che, in ultima istanza, contratti pendenti, anticipi corrisposti e non restituiti, editori comprensibilmente preoccupati o solo fastidiosi e, peggio ancora, la necessità di procurarsi altrimenti le risorse economiche che non gli garantiva la letteratura, impedendogli di coronare il suo sogno di otium letterario, non interferissero più di tanto nella naturale espressione, o nell'espressione naturalmente drammatica, del suo talento e della sua personalità.
Al limite, gli inconvenienti determinati da quelle traversie editoriali finiscono per assecondare, sempre se si indulge al mito gaddiano, la prepotenza incontenibile di una ispirazione più forte di ogni avversa circostanza, e addirittura trionfante se sopraffà l'ordine costituito dei "generi", la convenzionale perfezione del romanzesco e del "finito". Le opere di Gadda si presentano infatti come cantieri aperti, monumenti allo scrittore che fino a un momento fa stava lavorando e alla imperscrutabile, forsennata operosità che su tutto ha impresso il suo sigillo e di cui tutto continua a vibrare: una giurisdizione vasta e capillare come quella del caso e dal caso indistinguibile.
Anche solo il sospetto scontato ma non per questo da passare sotto silenzio, che l'inconfondibile facies dell'invenzione gaddiana disimpegni talora funzioni meramente utilitarie, a noi gioca un brutto scherzo. Ci suggerisce la possibilità che, allo stesso modo in cui è stata ottenuta la solidarietà dei filologi e tanto brillantemente scongiurato il loro intervento professionale, pure l'autentica urgenza e la tragica grandezza di cui viene comunemente accreditata tutta questa opera sia il frutto di una macchinazione magari geniale, ma ugualmente inferiore alle aspettative e degna di una considerazione, se non meno attenta, disincantata. E ci troviamo quasi senza volere a confrontare le due contraddittorie immagini che di Gadda ci tramandano l'aneddotica abbondante e l'opera, quelle cioè della patologica timidezza e della più audace trasgressione, per escludere che allo scrittore sfuggisse il blasone letterario e scientifico di una scissione della personalità da lui per giunta proiettata nella "Cognizione" e contenuta nel suo autobiografico protagonista, l'ombroso Gonzalo. Nella paura morbosa di urtare la suscettibilità altrui, si intravede allora facilmente un che di eccessivo e tartufesco se non la carica del meccanismo a molla che farà scattare l'aggressività più incontrollata; e nella scissione in due momenti, o in due personalità, la ricerca di una copertura psicologica e letterariamente illustre, per un unico flusso di rancore, e di due espressioni o strategie complementari al servizio della stessa fobia. Non è tutto Gadda, 'à sa proie attaché', in una risentitissima difesa neanche della propria privacy, ma dello spazio fisicamente delimitato in cui coltivare i propri interessi e godere della quiete come di un presagio del sommo bene? Sola beatitudo beata solitudo, cioè "silenzio e solitudine": quando consentono la condizione modestamente privilegiata del letterato, che "non pagherà mai abbastanza la fortuna di potersi levare dagli zebedei" il seccatore di turno, e l'auspicata casa-fortezza, con fantastico trasporto e competenza ingegneresca progettata, dalle fondamenta al tetto, dagli infissi all'arredo, in un racconto come il sogno rimasto incompiuto: "La casa".
Non ci si lasci ingannare dalla r ivendicazione della propria diversità e clandestinità in Arcadia che costituisce il motivo conduttore degli autoritratti gaddiani. La polemica contro il vaniloquio degli uomini di lettere è condotta in nome di una più alta, e immaginaria, concezione del ruolo del letterato, di cui si apprezzano i vantaggi e si tutela più gelosamente la dignità, se si viene da una dura gavetta e da lunghe vigilie. All'idealizzazione tendono sia l'esule che il catecumeno, e l'aspirante letterato, che è tutte e due le cose, al più sfegatato patriottismo letterario. Del letterato, di quello che ai suoi occhi è il letterato, oltre all'ideale dell'otium e al dilettantismo filologico, Gadda condivide il forte senso della tradizione e la pratica confidente delle sue risorse, la predilezione per gli autori dei buoni secoli e il poligrafismo enciclopedico, o insomma tutto quanto, forse proprio per non evocare la nozione grossolana e compromessa di letterato, nello scritto premesso al primo volume di "Romanzi e racconti", Gianfranco Contini continua a rubricare come "sublimazione della cultura liceale".
Si pensi al caso straordinario di una invenzione metodicamente trasgressiva che rende omaggio a una tradizione illustre, da Folengo agli Scapigliati, se non da Dante e D'Annunzio, e si risolve in un collaudo severissimo degli istituti linguistici, dal lessico alla sintassi, effettuato per riaffermare la legalità grammaticale e allargarne il dominio, anziché per uscirne o fondarne un'altra. A differenza dei moderni alchimisti del linguaggio letterario, Gadda non quintessenzia ciò che non esiste ancora, ma si cimenta con la Lingua, con la molteplicità dei dialetti e dei gerghi e con la loro ideale unità, e pretende solo di usarla senza limitazioni, in tutta la sua estensione e in ogni circostanza. Anche lo iato apparentemente incolmabile tra le due "maniere" in lui più lontane eppure coesistenti, tra le due istanze che lacerano il tessuto della stessa pagina, verso la più sostenuta e complessa articolazione sintattica e verso una mimesi al limite dell'ecolalia e della translinguisticità, corrisponde a un virtuosistico gioco di prestigio, alla reiterata rappresentazione del crollo del regime strenuamente ipotattico di un discorso lanciato verso il cielo e del suo ristabilirsi miracoloso a partire dalle macerie e dal caos, e viene solo sceneggiato, quasi per uno scrupolo naturalistico, dagli sbalzi d'umore in cui l'autore si lascia sorprendere.
L'illusione ottica decisiva per la nascita di un vero e proprio mito gaddiano produce la generalizzata convinzione che tutta la sua opera sia riassumibile e culmini nei capolavori romanzeschi, con o senza l'appendice di "Eros e Priapo". I due volumi dei "Romanzi e racconti" dimostrano il contrario, ancora una volta inutilmente. È difficile prendere atto che l'"atemporalità dell'universo gaddiano, già rilevata dalla critica" e ribadita da Isella, non comporti senz'altro gli ulteriori attributi della omogeneità, della sincerità e della necessità, che da essa sembrano discendere e invece sono indotti dalla connessione indebita tra l'abbagliante evidenza nelle opere note del costante impulso deformatore e la presunta, paradossale irrilevanza del molto di più che rimarrebbe ignoto o inespresso, e sembra già esaurientemente divisato per la causalità e la violenza insostenibile con cui una specie di equanime forza eruttiva spara fuori i suoi proietti. Ma è poi un'impresa persuadersi davvero che lo scrittore Gadda, per ipotesi soggetto anche lui al passare del tempo, o si rinuncia a conoscerlo per quello che è, oppure bisogna cercarlo con particolare attenzione nel sublime artigianato dei racconti e, dopo, soltanto dentro la più ambiziosa e avventizia formazione della "Cognizione" e del "Pasticciaccio".
I romanzi sono i suoi capolavori e tradiscono tuttavia lo spirito di una narrativa mai appagata come quando rimane nel suo orizzonte ottocentesco e satirico, dove si sente professionalmente giustificata, e impegnata semmai a distinguersene in ragione della maggiore audacia stilistica e del supporto tecnico scientifico, trascendente rispetto a qualsiasi realismo convenzionale. Per quello che ne sappiamo, soprattutto grazie alla pubblicazione postuma, sempre dovuta a Isella, del "Racconto italiano di ignoto del novecento" e a quella della "Meditazione milanese", dovuta a Roscioni, la "Cognizione" e il "Pasticciaccio" adempiono un voto antico, dopo però che gli originari pruriti romanzeschi e le tentazioni sistematiche avevano trovato una risposta soddisfacente nel romanzo inevitabile in cui, si ricomponevano i "cartoni" del narrar breve e di cui le note "autentiche" evidenziavano l'appartenenza a un'altra dimensione, come in fondo a una fuga prospettica: dalle note all'oltranza stilistica, all'invenzione capziosa, stava sempre tutto dalla parte della realtà è del lettore. Anzi: sul tavolo del letterato.
Se dunque si confrontano gli esiti dei romanzi con le premesse giovanili, non c'è ragione di enfatizzare gli elementi di continuità, a scapito degli altrettanto cospicui aspetti inediti. Uno per tutti: l'autobiografismo spietato della "Cognizione", che riempie di contenuti attuali e segreti la più velleitaria disposizione giovanile in questo senso e risulta eccessivo e al tempo stesso parziale, rivelatore e reticente, come un delitto tremendo e improbabile del quale ci si accusi per coprire una colpa di minore entità e maggior credito. Oppure come un pegno di sincerità e di dolore che garantisca la serietà e il potere conoscitivo del romanzo. Cioè appunto la conoscenza attraverso il dolore, annunciata fin dal titolo, ma anche la nozione astratta, mentale e almeno in parte fittizia, che del dolore e della vita intima siamo disposti a consegnare a un romanzo, pur di farne un capolavoro: "La purezza e il fervore sono un danno per chi li vive: recano spesso il sogno a farsi tragedia". E nel "Pasticciaccio" la fedeltà al proposito ormai remotissimo di puntare sul "giallo" non viene superata e il "giallo" reso metafisico, dalla fantasmagoria erotica che in maniera imprevedibile trascina nel fetore e nell'orrore i perfetti sconosciuti della finzione romanzesca? Il "quanto di erotia" che muove e sporca tutto ancora nella "Cognizione" non aveva avuto modo di manifestarsi. Segno certamente della progressiva definizione della nuova fase ma anche della parzialità della confessione sottoscritta. Le due facce di una medaglia non si possono del resto vedere contemporaneamente.
Sarebbe fuorviante ridurre la questione alla sincerità dello scrittore. Che gli prestiamo fede o no, la sua resta una sincerità strumentale, come l'adozione della forma romanzo o l'eccitazione artificiale procurata dall'attenzione nevrotica: tutte insieme indispensabili a giustificare un ulteriore innalzamento del tono della prosa, ad animarla plasticamente e a contorcerla più che mai prima. Paradossalmente fine a se stesso, in quanto espressivo di una verità appena intravista e non confessata neanche nel segreto della coscienza, appare invece il geniale furore linguistico, che adempie la profezia del "calligrafo" in vena d'umorismo delle opere precedenti e alimenta il mito dell'autonoma vitalità della scrittura gaddiana: "La severità e l'ira terribile di un io non più nostro determina ora ogni attimo della conoscenza: la continuità legatrice delle rappresentazioni sembra smarrirsi: non esiste il volere sola vigendo una necessità ignorata". Al furore si conviene lo spazio tragico che il romanzo, guidato infallibilmente dal dolore, ritaglia ed esalta contro lo sfondo assordante della vita. Da questa offerta di animosa creatività allo stato puro è dipeso il gran successo di Gadda, dispensatore delle tracce musicali più idonee a seguire da vicino uno stato d'animo per il quale non abbiamo mai trovato le parole.
All'altezza della "Cognizione", nei tardi anni trenta dell'edizione in rivista, Gadda ha chiesto e ottenuto dalla sua vita privata, dalla esibizione contro tutte le apparenze più letteraria e prevedibile delle sue piaghe nascoste, l'autorizzazione ad aumentare la posta in un gioco che non ammetteva ritorni e del quale non si vedevano gli sbocchi. Tra il "Pasticciaccio" e "Eros e Priapo", la stessa autorizzazione gli è venuta dalla scelta del bersaglio pubblico, identificato a colpi di tremende invettive in quella oscena caricatura del sociale che è stato il regime fascista, nonché dall'esempio di Belli. Appartiene infatti alle convinzioni del perfetto letterato, se il letterato si perfeziona nell'attesa di essere ammesso nella repubblica litterarum, che ci voglia "una investitura di Dio", anche solo per "scrivere una postilla al Timeo, nel silenzio, per gli stipendi di nessuno". A maggior ragione ci vuole per farsi strada nel mondo alla luce del furore.