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SENECA, LUCIO ANNEO, Questioni naturali

SENECA, LUCIO ANNEO, Lettere a Lucilio

SENECA, LUCIO ANNEO, L'apoteosi negata
recensione di Gianotti, G.F., L'Indice 1990, n. 7

Nel 54 d.C., complice un piatto di funghi di Agrippina, muore l'imperatore Claudio tra dolorosi sconquassi viscerali e viene deificato nel corso di solenni esequie. All'epoca Seneca, reduce da esilio in Corsica, è precettore di Nerone, figlio di primo letto di Agrippina, che assicura la successione al proprio rampollo sotto la guida di tanto pedagogo. Il primo discorso ufficiale di Nerone - l'elogio del defunto - è opera di Seneca, il quale fa però circolare anche un velenoso libello sul principe che l'aveva esiliato.
Zoppo e balbuziente, il povero Claudio trascina la sua figura caricaturale nei regni d'oltretomba: osserva dall'alto il non edificante spettacolo del proprio funerale, si vede negare l'accesso al cielo per opposizione di Augusto, è quindi trascinato agli inferi, dove Caligola lo reclama come schiavo e infine viene assegnato a un liberto del giudice infernale Eaco. Così anche sotto terra Claudio riceverà ordini dai liberti e farà inchieste giudiziarie, come faceva da vivo. Satira del potere, dunque, rancorosa e originale, che scomoda terra cielo e inferi per trasformare in zimbello il principe un tempo oggetto di paura e venerazione; satira scritta da un filosofo che col potere è destinato a convivere, in qualità di consigliere di Nerone per otto lunghi anni, suggerendo scelte illuminate ma anche coprendo col velo della ragion di stato non poche atrocità. Sono anni in cui Seneca si sente spesso rinfacciare l'incongruenza tra insegnamento filosofico e condotta di vita ("Tu parli in un modo e vivi in un altro ") e si impegna nell'ardua impresa di conciliare posizione di uomo di corte e lezione di moralismo severo.
In realtà la conciliazione verrà per altra via, quando la rottura con Nerone allontanerà il filosofo dal palazzo e aprirà un'ultima stagione di studio e meditazione, lontano dai compromessi col potere. Allora, ritiratosi tra pochi amici e moltissimi volumi, Seneca ha il coraggio intellettuale di discutere precedenti certezze e tentare altre strade d'indagine. Nascono così le "Questioni naturali" e le "Lettere morali", entrambe indirizzate all'amico Lucilio, compagno dell'ultimo itinerario filosofico. La prima opera (finalmente accessibile in buona edizione) è un trattato che descrive, senza originalità alcuna, il mondo naturale. Non è l'interesse scientifico a guidare l'autore, ma la volontà di liberare l'uomo dal terrore dei fenomeni naturali e promuovere il perfezionamento etico del singolo. In sostanza, Seneca ripercorre seriamente il viaggio imposto per burla al defunto Claudio, chiedendo alla scienza della natura di puntellare i passi vacillanti della ragione: salito in cielo, osserva le misere dimensioni della terra e spiega i misteri di folgori, tuoni e comete; in terra esamina i moti delle acque e degli agenti atmosferici; sceso agli inferi indaga le cause dei terremoti.
Ma al termine del viaggio nel cosmo il filosofo s'accorge che la liberazione non è completa, perché restano da fare i conti con la sfera dell'agire umano, cioè i conti con la storia. Sono conti difficili per chi ha visto fallire la propria azione di guida sullo stato: di qui il tono pessimistico che attraversa l'intera raccolta delle "Lettere a Lucilio". Accantonato l'ottimismo della filosofia stoica, l'ultima predica di Seneca nega positività alla storia e si chiude in meditazione di morte: "Pensa alla morte: chi dice queste parole invita a riflettere sulla libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a essere schiavo ". Da oggetto di paura e segno di impotenza, la morte diventa così certezza di liberazione; e quando giunge da Nerone l'ordine di morire, l'ex filosofo di palazzo non esita a rinnovare il sacrificio di Socrate.