Opere. Vol. 4: Saggi, giornali, favole (2).

Carlo Emilio Gadda

Curatore: D. Isella
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 1992
Pagine: Rilegato
  • EAN: 9788811586432
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recensione di Gorni, G., L'Indice 1992, n. 6

Nel 1904 Lenin e Mussolini, esuli a Ginevra, frequentavano la stessa Biblioteca cantonale dei Bastions. Dai registri di lettura risulta che il primo ordinava gran volumi d'economia politica e di storia. Studiava da bolscevico, all'ombra di Calvino e dell'etica del capitalismo. L'altro, socialista ventenne, chiedeva D'Annunzio, Paul Bourget, traduzioni francesi di Enrico Ferri, Labriola, Nietzsche. E poi (impara l'arte e mettila da parte) Scipio Sighele, psicologo delle folle e delle sette, e Paul Regnard, "Les maladies épidémiques de l'esprit: sorcellerie, magn‚tisme, morphinisme, délire des grandeurs". Le malattie dello spirito non potevano però bastargli. Per il corpo venne in soccorso tal Denis Dumont, "De la syphilis, unité d'origine, incurabilité, traitement", letto il 30 marzo 1904.
Un aneddoto come questo, istruttivo per tutti, per Gadda è quasi una conferma documentaria. Certe ossessioni di "Eros e Priapo" trovano la loro bibliografia. La folla "coriandolata" dal "Logo spermatico" del Duce "somaro dalle gambe a icchese, eretto ne lo spasmo su zoccoli tripli". E poi "la peste o sifilide qual ha ridotto l'Italia a schifo": motivo che, per la verità, la prima edizione del libro censurò quasi del tutto. Varianti d'autore rifiutate, violentissime, di un testo che nella sua veste superstite non è per ciò meno violento. Si leggono ora nell'"Eros e Priapo" edito con sorvegliata cura da Pinotti nel quarto volume del tutto Gadda di Garzanti. Che alla fine ne conterà cinque, aggiunti gli scritti postumi, le traduzioni e un indice generale.
Questo tutto Gadda, confezionato da giovani provetti italianisti sotto la direzione di Isella - che non dirige soltanto, e anzi firma alcuni dei restauri più cospicui -, è come un'Edizione Nazionale fatta in casa. In soli quattro anni, cinquemila pagine a stampa: senza comitati, alto patronato, prebende e benefizi: ma con passione, intelligenza e devozione devolute a un'opera collettiva, che modifica in modo radicale la fisionomia dell'autore e delle singole opere. Non tutti i testi, nei quattro volumi usciti, han potuto giovarsi con pari efficacia di un restauro filologico a fondo. Non sempre i materiali che stanno a monte di una "vulgata" per più ragioni arbitraria e infida si sono trovati o resi disponibili a tempo. Oppure la situazione testuale è ancora intricatissima e sospetta di contaminazione: è il caso, mi sembra, della "Cognizione", già illustrata da Manzotti con ricco commento. Ma il servizio reso all'autore è nel complesso incomparabile. Tanto più perché la filologia di Isella e dei suoi è operosa ma non opprimente; e al servizio del testo e del lettore, con limpida resa, e non schiava di un canone astratto, efferato e quasi parodico, di rappresentazione grafica a oltranza. Gli apparati sono in fondo al volume. Non registrano tutto, ma dicono tutto quel che conta: e offrono ogni notizia, e già molti materiali, di storia della tradizione. Per un classico del Novecento che è ancora parte viva della nostra storia, e dunque da non mummificare nel mausoleo degli apparati, su fasce di detriti testuali e lettere mozze, è quanto importava fare.
Rileggiamo dunque Gadda in questo volume di prose non narrative. Opere minori rispetto a "Cognizione", "Pasticciaccio" e racconti, non però secondarie. E il "Giornale di guerra e di prigionia", scrittura privata letterariamente irresponsabile, un assoluto capolavoro. Isella ha rivisto tutto con perizia. Le lezioni originali dello straordinario zibaldone bellico sono state recuperate: specie nell'onomastica, che nella parte edita era stata stravolta per volontà, o piuttosto nevrosi d'autore, afflitto da scrupoli e dolente mania di persecuzione. Delicata l'inserzione dei nuovi taccuini, riscoperti di recente, nel vecchio organismo autorizzato. Il monito non si rivolge all'editore, che stampa al meglio, ma al lettore e all'interprete. Il vecchio titolo, che ha per la sua discutibile storia, ospita ora altri "documenti" postumi aggiunti: pagine assenti, perché scartate, di un testo già licenziato. Andrà tenuto conto che l'unità di "questo" "Giornale" è fittizia. E che la collocazione del cosiddetto "memoriale" di cattura (già "Taccuino di Caporetto") tra le prose di diario del dicembre 1917 e il Capodanno del 1918, di fatto ambigua, non corrisponde n‚ alla data degli eventi narrati (fine ottobre), n‚ a quella di stesura (7 novembre - 10 dicembre 1917). Grazie ai nuovi recuperi, non è più il "Giornale". Sono semmai "Giornali di guerra e li prigionia", irriducibile pluralità.
Questo splendido e accorato testo richiederà comunque competenze non comuni. In ginnasio, quando si leggeva Senofonte, si doveva per forza fare i conti con le parasanghe. Anche qui, per capire una scrittura densa di dati militari e geografici, occorrerà esercitare una filologia delle parasanghe, per non dire di obici e granate. La prima meritoria edizione del "Taccuino di Caporetto", mesi fa, ci ha ammannito solo filologia delle rasure: Clemenceau ma era scritto Clemanceau (tra l'altro non so se avrei rettificato le grafie dei nomi propri e gli errori del modesto tedesco di Gadda), 'paltò' soprascritto a 'giubba'. Tante grazie: in prima linea al fronte e mentre fischia la mitraglia. Era l'occasione insperata per un'annotazione scientifica, quale certamente richiede un memoriale di guerra. Senza una carta topografica al 50.000, Gadda a Caporetto è peggio di Fabrizio del Dongo a Waterloo. Proprio ci si perde. Per ora l'italianista normale e militesente si limita a registrare precoci primizie della "Cognizione". I "luridi compatrioti", "razza di maiali, di porci": perché, direte voi? perché inetti a "tener ordinato il proprio tavolino di lavoro". O la penna stilografica che funziona male, "tanto che a stento resisto alla tentazione di frantumarla".
I problemi editoriali e di datazione sono aggrovigliatissimi nel caso di "Eros e Priapo. (Da furore e cenere)". Non è chiaro come questo libro composito sia venuto alla luce. Forse si dà troppo credito alle date di Gadda: che scrive ora 1944, ora 1946; ora (e andava notato) "ventitré", ora "ventun anno". Che cosa significa? Quando mai il fascismo è duratoventitré anni dopo la marcia su Roma? A dire lo stato incondito del testo, e forse l'uso selvaggio che si fece delle carte gaddiane, bastino le date 1910-1960 e 1963 che affiorano allegramente a p. 290, in pieno ventennio fascista. Sciagurata è la sparizione degli autografi.
"Eros e Priapo" (o parte di esso) si chiamò, a un certo punto, "Libro delle Furie", peraltro diviso, o divisibile, in almeno due libri. La prima parte, cioè in sostanza i primi sei capitoli, si trova designata altresì come "Autoerotia del Minchia". E in Eros c'è anche Erode, in Priapo c'è Predappio: insomma un bel guazzabuglio, una materia per sua natura fluida. L'ultima parte, "Erotia narcissica", contiene invenzioni indimenticabili, in un delirio sessuofobico commisto a speculazioni grottesche: la "necrofagia autoerotica del vedovone", corpulenta vedova di guerra adorna di una collana di palle nere ("le palle del cadavere a scopo pubblicitario"). Ma la prima parte tutta mussoliniana ha molto maggior tenuta, ed è un peccato che non sia un libro autonomo, mentalmente annessi i tre tratti de "I miti del somaro" editi dall'Andreini (Scheiwiller, 1988). È stato piazzale Loreto, a cui Gadda pure plaude nel 1946, a ridurre il "furore" a "cenere"? Più tardi l'autore stimò illecito farsi biografo d'un uomo "già circonfuso della silente fumèa che rende inetta al volo ogni ala al di sopra il lago mortifero". Volo funebre a parte, l'odio e il disgusto per il Duce non possono certo ridursi a una questione privata. Ma neanche si può fare di Gadda un antifascista militante, per quanto eterodosso: neppure nel dopoguerra, neppure se lo dice lui. Nessuno ha mai inferto a Mussolini uno sfregio verbale così violento e disperato, un dileggio di tale oltranza: eppure, se ho visto bene, la parola fascismo non è mai evocata in tutto il libro. C'è in Gadda l'avversione per il fascismo d'operetta inventato da quel povero (in tutti i sensi) Starace: sabati, parate, fez e altro sinistro corredo. Lo spettacolo non piaceva neanche a lui. E il Duce aborrito e insultato non è quello della Repubblica Sociale, tragedia contemporanea ignorata. Bensì quello dei film Luce e dei millesimi più pregiati: il Duce che conciona da Palazzo Venezia, quello dell'Impero del finto petrolio e del fiore vero del carcadè. Con una dura condanna, a onor del vero, della "bambinesca scipioneria" delle guerre d'Africa e d'Albania, e forse anche di Grecia (riferimenti alla Russia non ne ho visti). Mussolini come assoluta metafora e incarnazione del Male: o anche, il che paradossalmente per Gadda è più grave, dell'imprevidenza, della faciloneria irresponsabile, del cattivo gusto e, se dio vuole, della sopraffazione certa. Le pagine sul pugnale fascista, "strumento osceno della rissa civile", detto (e sarà per parlar forbito) "coltello del principe Maramaldo" sono tra le più forti di una maledizione senza fine.
"Il guerriero e l'amazone" nella redazione su "Paragone" (1959), ben illustrata da Gavazzeni, è più sapido che nel volume (1967), come sa anche il curatore. Non so se avrei rispettato la volontà ultima d'autore: nozione, come si è visto, controversa in Gadda, stanco alla fine, condizionato dagli editori e in preda a mille scrupoli e reticenze assurde. Tanto più se l'edizione del 1967 è in sostanza un copione teatrale, con tagli e adattamenti di comodo. Il guerriero sarà anche, secondo taluni, uno scherzo quasi goliardico per tono e contenuto. Per parte mia mi ostino a credere che è una fortuna, per le nostre lettere, l'essersi inoculata questa "conversazione" parodica. Nella più seria, poetica e retorica tradizione letteraria d'Europa è un buon vaccino.
Nei "Luigi di Francia" le fonti, ben individuate da Gaspari, sono importanti. Ma è poi la riscrittura gaddiana che le trasforma: e la traduzione, quando di traduzione si tratti, non è mai e poi mai fedele. La deformazione opera senza ritegno. In ciò Gadda è storico di antica tradizione umanistica: le fonti sono un a-priori e quel che preme è lo stile. Un tema che andrebbe svolto è l'autoidentificazione con Luigi XV, "allievo-ufficiale modello" decorato di belle virtù e ben radicati complessi gaddiani.
Le "Favole", a cura di Vela, che già le aveva commentate (Mondadori, 1990), sono un libro intelligente, nuovo e coraggioso per genere: ma sono davvero poche quelle memorabili, di un'oscurità franta che mal si converte in sentenza folgorante. Nessuna vale la prosa che le accompagna, finto-Tre e pseudo-Cinque: cento come un mobile "in stile" di Brianza. Tra i modelli immediatamente efficaci vedrei anche il Dossi di "Note azzurre" dell'edizione Linati uscita il 30 agosto 1944.
Chiudono il bel volume le poche rime pubblicate vivente l'autore, a cura della Terzoli. Tranne l'assoluta riuscita di "Autunno", vetta del Gadda elegiaco, modesta cosa. Ma preziose in senso, direi, psicoanalitico: idee del Gadda più grande si enucleano già da imparaticci giovanili, come un viatico inesorabile e doloroso.