Ordalia. Marocco: viaggio alla conquista della libertà

Abdellatif Laabi

Traduttore: A. M. Curatola
Editore: Selene
Anno edizione: 1995
Pagine: 189 p.
  • EAN: 9788886267076
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recensione di Maraini, T., L'Indice 1996, n. 1

"La poesia è ciò che resta dell'uomo per proclamare la sua dignità". Così scriveva il poeta Abdellatif Laabi nel primo numero della rivista letteraria marocchina "Souffles", creata nel 1966 e vistata dalla censura nel 1972. Ma la poesia era, per Laabi e per gli altri poeti della rivista, molte altre cose ancora: visione, audacia, denuncia, rottura, ricerca identitaria e creazione di un nuovo linguaggio. "Non siamo dei continuatori bensì degli iniziatori" sosteneva Laabi. E così era. Qualche anno prima, nel 1963, la poesia contemporanea del Marocco si affermava col manifesto "Poèsie Toute" e con la fugace rivista "Eaux Vives" dei poeti Mohammed Khaireddine e Mostafa Nissaboury, mentre l'arte si rinnovava con l'azione di avanguardia dei pittori del gruppo di Casablanca. L'incontro di Laabi con quei poeti e pittori provocò, in Marocco, scintille incandescenti. Un grande fervore polemico e inventivo. Essi desideravano partecipare, con tutto un popolo, all'edificazione della nazione indipendente e di una viva e libera cultura. La loro azione, le loro parole e opere, furono di portata storica. Portarono scompiglio nel quieto sopore neocoloniale degli ambienti letterari e culturali.
L'itinerario di Abdellatif Laabi è stato sofferto ed esemplare. Negli anni sessanta aveva affrontato la situazione socio-politica del suo paese usando l'arma della poesia e della parola. Parola corrosiva, euforica, intensa, viscerale. Ma poteva bastare per cambiare la propria società? Oggi, la storia ci conferma che la poesia e l'azione culturale di quegli anni hanno cambiato, sì, tante cose, in Marocco, nell'animo, nei fatti, nelle idee e nel linguaggio. Dopo "Souffles", anche i poeti che scrivevano in arabo non poterono più ignorare l'urgente necessità di una rottura con schemi e idee che Laabi definiva "pietrificati".
"Avremmo scritto anche nel linguaggio dei sordomuti" affermava Laabi a chi accusava lui, e gli altri poeti del gruppo, di scrivere in francese, lingua imparata sotto il protettorato coloniale. Era proprio questa sua dirompente urgenza di "prendere la parola" che ricordò a tutti quanto la parola, in arabo e in francese, fosse uno strumento di consapevolezza e di lotta, di ricerca e di rinnovamento. Ineludibile presenza, la poesia di Abdellatif Laabi disturba ancora il sonno dei burocrati, dei quadri di partito e dei letterati.
Arrestato nel 1972 e condannato nel 1973 a dieci anni di reclusione per "attentato alla sicurezza interna dello stato", Abdellatif Laabi sarà liberato nel 1980. Ingiustamente detenuto per un delitto d'opinione, la sua causa fu difesa da un ampio movimento di sostegno internazionale. In sostanza, erano state le sue parole ad avere fatto paura al regime; punendolo, si voleva intimorire ogni audacia intellettuale e critica del regime. La lunga prigionia di Laabi peserà come un'ombra scomoda, da molti rimossa, sulla coscienza del Marocco.
Il racconto di "Ordalia", primo libro di Laabi tradotto in Italia, inizia al momento in cui il poeta viene scarcerato. Alternando momenti di lirica intensità ad altri di scarna gravità, il suo pensiero ripercorre il labirintico sentiero dei ricordi. Eventi, sensazioni, riflessioni sul vissuto quotidiano, sulla società e la storia, lettere (inviate e ricevute) e, ancora, ricordi, intrecciano il "dentro" al "fuori" della prigionia. Inesauribile, severo, generoso, caustico, struggente, capace di fermezza e di delicatezza - nonché di una salutare dose di sensualità, intensa, fugace e pervadente come la forza della vita -, "Ordalia" è un libro bello e importante: ci ricorda che è difficile far tacere un vero poeta. Senza questa totale adesione alla poesia la prosa di Laabi resterebbe incomprensibile.
Vibrante e metaforica, questa scrittura dei tempi nuovi si è inoltre nutrita degli apporti epico-lirici della tradizione orale maghrebina. "Folle della speranza" e "seminatore di sementi ribelli" (altrove Laabi ha anche scritto "Non ne posso più di sperare il continente al quale ho offerto la mia giovinezza"), Laabi è colui che offre la propria esperienza sacrificale alla "parola dei Giusti", il suo è il messaggio di un "sismografo ambulante nella giungla del XX secolo", come si definisce Laabi alla fine di "Ordalia".