L' ordine naturale delle cose

Donato Carusi

Editore: Giappichelli
Anno edizione: 2011
Pagine: 512 p., Brossura
  • EAN: 9788834818121
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  Chi ha detto che il libro di un giurista debba essere noioso, formalmente piatto, linguisticamente esoterico, insomma ostico ai più? L'ordine naturale delle cose di Donato Carusi è una lettura non priva di asperità tecniche, ma emozionante e fitta di rimandi immaginifici: un itinerario in nove capitoli dai titoli sorprendenti (I cinesi di Cartier Bresson…) e unificati dall'intento di denunciare e smentire il "separatismo", la programmatica estraneazione del diritto da qualunque altro genere e forma di produzione culturale. In queste pagine si parla di interpretazione della legge, di procreazione assistita e di testamento biologico, di contratti e di divieti di restituzione, ma all'orizzonte del discorso (oltre a Grossi, Irti, Rescigno, Rodotà, Zagrebelsky) spuntano Aristotele e Rousseau, Roberto Esposito e Martha Nussbaum. Nell'idea dell'ordine naturale – di un diritto suggerito dalla natura del mondo e delle cose, universale e immutabile – gli esseri umani cercano da sempre il criterio di giustizia delle istituzioni politiche, esponendosi alla costante smentita della storia, della scienza e della tecnica, di nuove istanze e giudizi di valore, eppure sempre ritornando a concepire tale idea in forme nuove. In nome del "giusto di natura" si teorizza il comando di uno, di pochi o di tutti, si proclama o si contestata la superiorità dell'uomo sulla donna, si reprime o si accetta socialmente l'omosessualità, si esaltano il pubblico e il privato, la proprietà individuale e il suo contrario, si afferma l'eguaglianza tra gli umani, si giustificano lo schiavismo, l'imperialismo coloniale, l'apartheid. Di volta in volta, ciò si è fatto per la legittimazione delle istituzioni vigenti o la loro contestazione, in funzione di acquiescenza o di resistenza, di omologazione o di rivoluzione. Neanche il tragico incrocio con il totalitarismo e il razzismo nazista è valso a spezzare questo filo ambiguo, che dai greci si dipana fino a Maritain, ai tribunali tedeschi del dopoguerra (e del dopo-Muro), fino all'odierna teoria dei diritti umani. Né chi si chiama fuori – neppure i nemici giurati delle dottrine del diritto naturale – è esente nei suoi discorsi da "subtestuali" assunti, o pregiudizi, di tipo "naturalistico". Carusi guarda a questa antica ed eterna vicenda con partecipazione e insieme con distacco: traendone il pensiero che non l'auto-consegna ai vecchi e nuovi monopolisti della verità, ma l'accettazione della nostra naturale fragilità e finitezza (in questo senso, se si vuole, il nichilismo) e con essa l'affidamento al metodo induttivo e al fallibilismo caratteristici delle scienze naturalistiche, siano i plausibili principi di risposta al disimpegno etico e al dichiarato spaesamento "postmoderno". Non è del resto sulla conoscenza di ciò che avviene in natura, sull'osservazione dell'essere, che la medicina, la psicoanalisi e tutte le codificazioni di prassi terapeutiche fondano le loro regole di dover essere? Il procedimento per induzione e rivedibilità delle proprie leggi imprime alla scienza moderna nel suo complesso, come suggerisce l'autore, un andamento narrativo. Narrativa è anche la struttura delle nostre emozioni: quelle "politiche" come la compassione, quelle tipicamente antisociali quali il disgusto e la vergogna; narrativa per eccellenza è la terapia psicoanalitica che ci permette, entro certi limiti, di capirle e rivederle. Narrativa è la sedimentazione dei principi della res publica democratica attraverso i mille scarti della storia; narrativa e collettiva la sapienza depositata nella cornice costituzionale che ci difende dai soprassalti delle volontà di potenza, del narcisismo, dell'autoritarismo. Attraverso tante catastrofi l'umanità procede per collaudo consensuale e trasmissione intergenerazionale di giudizi descrittivi e prescrittivi: non è davvero per caso, ma per elegante understatement, che il volume si apre e si chiude con l'allusione agli "scrittori nei libri di altri". Come dicono gli americani, ai quali si deve la codificazione degli studi di Law and Literature, il libro è anche e in buona misura una list of novels, uno stimolante e ricchissimo campionario di riferimenti letterari. Il Gradgrind di Dickens incarna la ridicola fallacia (positivista e utilitarista) del "pensiero dell'aggregazione"; la tabucchiana Testa perduta di Damasceno Monteiro è metafora della scissione (giusnaturalista e formalista) del diritto dalle volontà; il Pessoa-Ricardo Reis di Saramago è l'immagine dell'eroico, commovente contrapporsi di ogni nostra istituzione al nulla che la divora; l'intera impresa letteraria di António Lobo Antunes (l'autore più amato, cui il libro è dedicato) è espressione di una richiesta di senso lucidamente scettica, disperata eppure ostinatissima. Il capitolo su Lobo Antunes va particolarmente segnalato: un intenso ritratto letterario e biografico, un devoto dar del tu a una delle figure meno facilmente catalogabili della narrativa contemporanea; attraverso il gioco delle allusioni e delle assonanze si svela un inatteso consentire del giurista con lo "psicanalista invasato", con lo "scientifico" e inesausto orditore di romanzi polifonici (L'ordine naturale delle cose, appunto, e poi Trattato delle passioni dell'anima, La morte di Carlos Gardel, Lo splendore del Portogallo, Manuale degli inquisitori, Esortazione ai coccodrilli, Che farò quando tutto brucia?, Buonasera alle cose di quaggiù, tutti editi da Feltrinelli o da Einaudi). A sé potrebbe stare anche il lungo e centrale saggio sulla tradottissima Nussbaum (Il giudizio del poeta, L'intelligenza delle emozioni, Le nuove frontiere della giustizia): a nostra conoscenza, la più organica e puntuale sintesi del pensiero della scrittrice di Chicago finora disponibile in Italia. È l'abbozzo di una teoria della giustizia insieme realistica e dirompente, i cui tratti ("approccio" della cura e delle capacità; elogio della mano pubblica nei circuiti dell'istruzione e dell'informazione; critica a ogni forma di organicismo: della società generale, delle associazioni, della famiglia; demolizione della nozione di disabilità) si riflettono largamente nelle Costituzioni europee, in particolare italiana e tedesca, e sono però ancora ben lontani dall'inverarsi. Profilano piuttosto un programma politico altamente impegnativo, che ben si presterebbe a rinsaldare le schiere disorientate del progressismo italico. Di più specifico interesse dell'esperto in diritto, almeno in apparenza, è la parte del libro in cui si parla di ciò che chiamiamo "legge", dei caratteri che ci attendiamo di ritrovare in essa, e dei modi, spesso dissimulati o occultati da una spessa coltre di concetti, in cui ha luogo la sua concreta applicazione. Qui l'autore mette in scacco due dogmi tradizionalissimi: quello della natura fondamentalmente avalutativa della iuris-dictio, quello del divieto di portare ogni disposizione legale che fa eccezione ad altra ad consequentias (si vedano, rispettivamente, gli articoli 12 e 14 delle Disposizioni sulla legge in generale premesse al Codice civile). Mettendo a nudo, sotto al concettualismo, la struttura fondamentalmente analogica – basata sul principio di eguaglianza – del nostro ragionare di giustizia, non importa se da operatori tecnici o da semplici cittadini; denunciando nell'infiacchimento della capacità di "istituire nessi e argomentare distinzioni" la prima radice non solo del conformismo, ma dell'inaridimento e del declino della "cultura della legge"; abbozzando le linee (costituzionalismo, pari dignità delle persone) di un "liberalismo rivisitato", non antireligioso ma fermamente laico, non liberista ma distributivista, queste pagine trasmettono gusto della scrittura e della lettura. E sembrano voler indicare proprio la lettura come principio di cura per la nostra polis malridotta. Massimo Scotti