Il paese dell'alcol

Yan Mo

Traduttore: S. Calamandrei
Curatore: M. R. Masci
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2015
In commercio dal: 4 gennaio 2016
Pagine: 363 p., Rilegato
  • EAN: 9788806155155
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Descrizione


La metafora del cannibalismo è profondamente radicata nell’immaginario cinese. A Jiuguo, il Paese dell’alcol, essa raggiunge però una forma particolarmente raffinata e al contempo crudele.

«Il Paese dell’alcol è per molti versi una provocazione, un tassello importante della letteratura cinese contemporanea». - Neue Zürcher Zeitung

L’ispettore Ding Gou’er è sulle tracce di un orrendo traffico che consente ad alcuni selezionati ristoranti di offrire ai propri clienti un cibo prelibatissimo: la carne di neonato. Inviato a Jiuguo per verificare la fondatezza delle anonime accuse ricevute in Procura, Ding è costretto a continue libagioni nei banchetti ufficiali a cui è invitato dalle autorità locali, e, obnubilato dai fumi dell’alcol, non riesce mai a capire se quanto gli viene imbandito è veramente carne umana o una presentazione ad effetto frutto della manipolazione di altri ingredienti: le braccine che gli vengono offerte come leccornia si rivelano gambi di fiori di loto abilmente modellati dal coltello del cuoco. Nelle indagini trova antagonisti e compagni, non sempre fidati, e incontra una serie di incredibili personaggi, dalla seducente autista di camion al diabolico nano imprenditore, dal boss locale alla responsabile dell’Accademia di cucina che insegna a cucinare gli ornitorinchi, dal guardiano del Cimitero dei martiri rivoluzionari al venditore ambulante di ravioli, una fantasmagoria di personaggi che spesso sfumano nel fantastico e nel demoniaco. Nei dieci capitoli dedicati all’inchiesta, sono incastonati uno scambio epistolare tra l’autore e un aspirante giovane scrittore esperto di distillazione di alcolici, e un suo racconto breve con personaggi e vicende che rimandano o echeggiano la narrazione cornice: si viene cosí a creare un gioco di specchi tra realtà e finzione in cui Mo Yan finisce per ritrovarsi personaggio nel capitolo conclusivo che non offre né una soluzione dell’enigma né una catarsi, perché i protagonisti e i loro alter ego restano invischiati e presi in trappola, inseguendo le proprie ambizioni e i propri fantasmi e lasciandosi catturare dai meccanismi perversi del potere. Il Paese dell’alcol è forse il romanzo in cui Mo Yan dà la miglior prova di quel «realismo allucinato» che gli ha meritato il Premio Nobel. È un’invettiva contro la corruzione che pervade la società, coltivata dai funzionari al potere ma divenuta una necessità di sopravvivenza per ciascuno, in una Cina che vive uno sviluppo tumultuoso a caccia del successo e del guadagno ad ogni costo.

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Recensioni dei clienti

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    barbara

    01/09/2016 10:45:03

    romanzo insopportabile. Sinceramente sono stata attirata dal titolo e sono molto pentita di essere andata oltre. Ho apprezzato il tentativo di voler costruire un intreccio complesso incrociando diversi stili ma la storia è veramente povera e farraginosa. Ho fatto molta fatica a leggere questo romanzo fino alla fine, a tratti lo sforzo dell'autore di creare qualcosa di "alto", complesso e metaforico diventava quasi irritante

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    Lina

    22/04/2016 09:46:09

    Grazie a Calamandrei e Masci per averci offerto in dono questo capolavoro . Tolto il segnalibro sarà difficile leggere per qualche tempo. Grandioso.

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Un brano dell'intervista di Wuz

WUZ: Sappiamo che cosa vuol dire lo pseudonimo che si è scelto, ma perché ha scelto di scrivere con uno pseudonimo e non con il suo nome?

MO YAN: Ho scelto uno pseudonimo perché molti scrittori famosi sono diventati tali proprio con uno pseudonimo. Inoltre il nome che ho scelto, Mo Yan, «non voglio parlare», rimanda anche al periodo in cui sono cresciuto: durante la Rivoluzione culturale se si parlava troppo e si dicevano cose sbagliate le conseguenze non erano piacevoli per sé e per la propria famiglia. Una delle cose che papà e mamma mi ripetevano spesso era proprio di non parlare e quindi ho preso spunto da quello che mi dicevano i miei genitori. Da piccolo amavo parlare molto, e la mia mamma mi diceva "ma non puoi evitare di parlare, non puoi fare finta di essere muto?". E così, quando ho incominciato a scrivere, l'ho fatto con il nome Mo Yan.

WUZ: La sua era una famiglia di contadini, come mai ha scelto di entrare nell’esercito? E come è arrivato alla letteratura, a diventare uno scrittore?

MO YAN: Una delle cose più evidenti in Cina è la grande differenza tra la città e la campagna. In campagna la gente è meno evoluta, i giovani hanno sempre voglia di andare in città. E poi, una volta, entrando nell’esercito era più facile poter andare all’università. Anche perché nell’esercito, se uno è volenteroso, ha più tempo per studiare. Oltre al fatto che in campagna c’era poco da mangiare e faceva freddo: l’esercito offriva una soluzione per queste cose. Con il tempo libero ho iniziato a scrivere, anche perché l’esercito cinese ha pure una sezione artistica importante: ci sono cantanti e ballerini, ma anche scrittori. Per me è stato naturale prendere questa strada. Certamente c’erano limitazioni in quello che si scriveva, si era spinti a parlare bene dell’esercito. Non avevo questa capacità di scrivere quello che non pensavo. Per questo più di dieci anni fa ho lasciato l’esercito per continuare la mia strada.