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Una particolare forma di anestesia chiamata morte

Matteo Galiazzo

Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1997
Pagine: 152 p.
  • EAN: 9788806143589
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recensione di Turchetta, G., L'Indice 1997, n. 9

Fra gli scrittori dell'ormai poco meno che proverbiale antologia"Gioventù cannibale" (Einaudi, 1996), il padovano Matteo Galiazzo (classe 1970) si era fatto notare sia per l'originalità sul piano letterario sia per lo spessore problematico. Il suo racconto"Cose che io non so" era infatti s" la storia del terribile assassino Josè, omicida dei genitori e delle sorelline, con un orrendo corteggio di sevizie fisiche e morali, ma era anche e soprattutto una divertente e tutt'altro che disimpegnata rivisitazione di questioncelle quali la natura del cosmo e di Dio: il tutto raccontato attraverso la voce delirante e insieme lucidissima di una ragazza innamorata non meno di Josè che della teologia. Ora il volume di racconti "Una particolare forma di anestesia chiamata morte" conferma la singolare fisionomia stilistica di Galiazzo, narratore caratterizzato allo stesso tempo da una vivace vena comica, con particolare propensione per il "calembour" e l'invenzione straniante, e da un'autentica ossessione per le Sacre Scritture. Non so come l'autore prenderà le parole che sto per scrivere, ma io le penso come un grande complimento: leggendo i suoi racconti mi venivano continuamente alla memoria da un lato le intense riflessioni bibliche dell'ultimo Erri De Luca di "Alzaia" (Feltrinelli, 1997), dall'altro certe giustamente celebri versioni comiche dell'Antico Testamento, da quelle del giovane Troisi e di Lello Arena ai tempi della "Smorfia", a quelle di Benigni.
Sarà il caso però di riprendere per qualche momento la famosa etichetta di "cannibale", che appare in questo caso abbastanza appropriata. In effetti Galiazzo non lesina certo i dettagli sordidi. In "Una particolare forma di anestesia chiamata morte" troviamo anzitutto una discreta dose di sesso, sempre però condita abbondantemente d'ironia straniante. Per esempio nel racconto "Tempo" un narratore in prima persona racconta, con modi fra il diaristico e lo sperimentale, dei suoi problemi di eiaculazione precoce, che cerca vanamente di superare facendo pensieri tristissimi durante il coito: con il risultato però che i suoi orgasmi diventano sempre più rapidi e alla fine addirittura istantanei. Ma, com'è noto, il "cannibale" si distingue soprattutto per il compiacimento con cui esibisce i più trucidi aspetti materiali di violenze possibilmente mostruose. E in effetti il "cÖté splatter" del libro (il cui titolo va letto come una sorta di dichiarazione programmatica) ci offre una ricca campionatura di omicidi, torture, incesti, stupri.
In "Cose che io non so" la fanatica narratrice riesce nell'impresa di fornire una giustificazione teologica all'incesto; ma quello che importa è soprattutto il modo in cui lo fa: "Eliah chiama Gesù "lo sverginatore interno", perché al momento del parto sicuramente ha rotto l'imene della madre, e lo ha fatto "da dentro" come nessun uomo aveva mai potuto fare. Cos" piccolo, poi. Appena nato. Tra Gesù e sua madre ci fu un rapporto in un certo senso incestuoso (...). Quindi fare l'amore tra fratello e sorella si può". Oppure si veda il racconto "Free lance", che rappresenta il massacro con il gas di una cittadina bosniaca: massacro che due giornalisti televisivi registrano inesorabilmente con la loro telecamera, anche quando assistono al reiterato stupro di una ragazza morta e poi pure del fratellino, anch'egli cadavere.
Proprio il fatto però che si parli di Bosnia sottolinea come Galiazzo sia un "cannibale" con una marcata componente etica, testimoniata anche dalla frequenza con cui il suo discorso tende a scivolare dal narrativo al saggistico. Penso per esempio al racconto "Acqua", dove si polemizza con le mistificazioni di Robert Gallo a proposito del virus dell'Aids. La stessa spiccata predilezione per i soggetti biblici conferma del resto le preoccupazioni etiche non meno che metafisiche del giovane scrittore.
Diciamo però anche che Galiazzo ha notevole padronanza stilistica, è capace di lampi brillantissimi, ma fa molta fatica a passare dalla trovata gustosa alla narrazione ben congegnata. I suoi racconti sono pieni di cose interessanti e spassose, ma appaiono piuttosto deboli sul piano della struttura. A me è parso per esempio faticoso il "pastiche" conradiano di "Scheda nulla". Ma anche l'ambizioso racconto finale, "Apocalisse di Calimero", cammina un po' a fatica dopo essersi appoggiato a un'invenzione iniziale assai gustosa. Vi si vede infatti all'opera un Adamo neonato, che papà Dio si toglie di torno lasciandogli fare un giochino divertente e pericoloso: dare i nomi alle cose. Risultato finale: l'Apocalisse, con angeli vendicatori che girano ammazzando tutti coloro che usano parole superflue. Fra i primi a cadere, com'è giusto e logico, ci sono, manco a dirlo, proprio i critici letterari. Forse Galiazzo non aveva intenzione di minacciare me e i miei colleghi: a questo punto però riterrei prudente tacere.

Recensioni dei clienti

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    giacomo

    27/08/2009 16:36:27

    Davvero un brutto libro, su una decina di racconti ne salverei solo un paio, per il resto noia mista a un'esibizione sterile di cultura accademica. Storie prive di idee originali e nella maggior parte dei racconti senza capo nè coda. Mi sono imposto di leggerlo tutto solo per giustificare i soldi spesi per l'acquisto. Assolutamente sconsigliato se non in sostituzione di un potente sonnifero.

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