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La passione del sud. Viaggi mediterranei nell'Ottocento

John Pemble

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Traduttore: T. Menegus
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1998
In commercio dal: 20 marzo 1998
Pagine: 352 p.
  • EAN: 9788815063830
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Dopo il Grand Tour, il viaggio d'istruzione che aveva portato i rampolli delle famiglie inglesi in Italia nel Settecento, un'altra forma di viaggio prende piede nell'Ottocento. I ricchi inglesi calano sempre più numerosi verso il Sud: Costa Azzurra, Grecia, Spagna, Egitto, Turchia, Italia. Attingendo alla vasta letteratura dei o per i viaggiatori dell'epoca, Pemble offre di questo fenomeno una descrizione sistematica: quali erano gli itinerari e le mete, come si svolgevano i viaggi, quali erano i moventi (cultura, salute, trasgressione) del viaggio, come i pregiudizi e le aspettative del turista influenzavano l'esperienza del paese straniero e viceversa come l'esperienza del viaggiare modificava gli atteggiamenti del turista.
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recensione di Giovannone, G., L'Indice 1998, n. 7

Una decina di anni fa, di ritorno da Londra con l'edizione paperback di "The Mediterranean Passion*, ne proposi la traduzione a un paio di editori. La risposta fu che non se ne poteva più di questa storia dei rapporti tra la cultura anglosassone e l'Italia (perché il "Sud" che appare nella traduzione italiana significa soprattutto "Italia"). Identico esito avevano avuto, qualche anno prima, i tentativi con "Italy and English Literature 1764-1930" di Kenneth Churchill. Intendiamoci: si trattava di diffidenza più che giustificata perché la portata critico-culturale dell'argomento appare assai circoscritta e prevedibile: sembra difficile andare molto al di là di acquerelli leziosi tipo la trasposizione cinematografica di "Camera con vista". Ma se è vero che per definire gli esiti letterari di questa lunghissima frequentazione lo stesso Pemble parla esplicitamente di "trash" e "pulp fiction", è vero anche che l'ambigua fascinazione che l'Italia ha esercitato sugli inglesi è un tema troppo ingombrante per non tentare di farci i conti.
"La passione per il Sud" si presenta, all'inizio, come un esempio di microstoria: tratta di come nel corso dell'Ottocento cambiavano le modalità e le condizioni materiali del viaggio verso il Sud, dalla diligenza alla ferrovia all'automobile, dei mutamenti dei flussi turistici, delle mete, delle motivazioni dei viaggiatori delle diverse classi sociali. E ancora: il formidabile ruolo svolto dall'agenzia Thomas Cook o l'incredibile dittatura culturale esercitata dalle guide Murray's prima e dai Baedeker poi. Ma il resto del libro considera il Sud sotto il profilo dell'immaginario inglese tra Otto e Novecento. E solo di quello, aggiungeremmo, perché le barriere frapposte dai viaggiatori britannici rendevano letteralmente impossibile il confronto culturale "sul campo". Gli stessi coniugi Browning, cui generalmente si attribuiscono profonde relazioni sociali con la società fiorentina, vissero come tutti gli altri in colonie insulari ermeticamente chiuse ai "nativi", una regola cui non sfuggiranno neppure gli esuli e i ribelli come Norman Douglas o David Herbert Lawrence. Artisti e intellettuali anzi non furono mai così ottusamente insulari come quando viaggiavano o dimoravano nelle terre scelte come patria spirituale.
Tra i due termini - "scoperta" o "riconoscimento" - attorno a cui ruotano i capitoli più importanti del libro, Pemble propende senza alcun dubbio per il secondo. L'Italia restrinse più che ampliare gli orizzonti dei viaggiatori, confermando le loro certezze vittoriane e i loro luoghi comuni sui popoli latini, ed è proprio all'analisi di questo fallimento annunciato che l'autore dedica le pagine più interessanti del libro. Subito aggiungendo però che se il contributo dei viaggiatori inglesi alla comprensione del Sud è stato modesto, le loro motivazioni, le loro aspettative, i loro stessi pregiudizi ci dicono moltissimo sull'immaginario vittoriano ed edoardiano. Il rovesciamento di prospettiva conferisce a "La passione per il Sud" una particolare rilevanza critica in quanto sottrae l'argomento a un percorso prevedibile e sterile e lo accomuna al libro di Churchill in un rapporto di complementarità; il secondo è attento agli esiti letterari di quella che in alcuni momenti appariva una vera e propria ossessione di massa, mentre Pemble privilegia una linea a metà tra la storia della mentalità e l'antropologia culturale.
Non vi è qui lo spazio per dar conto dell'eterogenea disposizione mentale del viaggiatore diretto in Italia, ormai diventata un "must" grazie all'enorme successo dei romanzi gotici, del "Childe Harold" di Byron, le biografie dei romantici, le iconografie pittoresche di Poussin e Salvator Rosa. Gli inglesi partivano per ammirare i resti dell'antica grandezza imperiale con l'orgogliosa consapevolezza di essere loro i veri eredi di quella gloria passata, o per vedere da vicino i capolavori dell'arte rinascimentale. Tutto questo lo sapevamo già, naturalmente, ma il merito di Pemble è proprio quello di problematizzare anche aspetti che sembrerebbero scontati. Così, se all'inizio le mode culturali imponevano di ammirare quei capolavori del Rinascimento riconducibili alla classicità greco-romana, quando apparve "Renaissance in Italy "di John Addington Symonds la corrente era già cambiata e le guide trascuravano Michelangelo in favore dell'architettura gotica e del medioevo riportati in auge da Ruskin, e anche gli itinerari turistici cambiavano per includere Padova, Assisi, San Gimignano, Volterra e gli altri centri del "primitivismo".
Ma ancora più interessanti sono le pagine che mettono in relazione la passione per il Sud con fenomeni sociali e culturali di primaria rilevanza storica, ad esempio le conseguenze della rivoluzione industriale, che facevano risaltare, per contrasto, non solo il cielo azzurro e i paesaggi pittoreschi dell'Italia o della Grecia, ma anche l'"innocenza" premoderna dei contadini, così diversi dalle masse operaie inglesi che cominciavano a essere un po' troppo turbolente e sindacalizzate. O il revival evangelico e in generale la formazione puritana, dalla quale molti desideravano confusamente affrancarsi ma che in realtà, una volta in Italia, rafforzava il loro orrore nei confronti della religiosità teatrale, idolatra, superstiziosa di quelli che rimanevano pur sempre "papisti". Un orrore cui si accompagnava, paradossalmente, l'invidia per la straordinaria capacità di proselitismo del cattolicesimo (persino nella loro Inghilterra: dal 1830 al 1880 il numero dei cattolici inglesi raddoppiò).
C'erano poi quelli che Dickens liquidava come "disadattati" e Henry James definiva "sconfitti o annoiati", che partivano per il Sud alla dolorosa, autentica ricerca di una qualche forma di liberazione dalla loro sofferenza sociale o psicologica. Ma anche qui, come ha ben mostrato Churchill, si stabiliva un "pattern" rigido e ripetitivo, per cui il tentativo di innescare un cortocircuito salvifico tra gli aborriti condizionamenti vittoriani e il paganesimo rigeneratore del Sud si concludeva invariamente con un atroce fallimento. "Only connect", scrisse Forster, ma anche un obiettivo così minimalista era destinato a pericolose disillusioni: la misteriosa illuminazione di Adela nelle grotte di Malabar è, per una personalità dimidiata, semplicemente intollerabile, mentre Philip Herriton, dopo la tragica esperienza vissuta a Monteriano non può far altro che raccogliere i cocci e ritornare in quell'angolo di Inghilterra da cui era fuggito, noioso e prosaico sì, ma molto rassicurante, luogo in cui vivere una convalescenza che sarebbe durata tutta la vita.
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