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Filippo De Vivo

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 2012
Pagine: 466 p. , Brossura
  • EAN: 9788807104794
  Nella sua storia dell'interdetto, Paolo Sarpi ebbe a riassumere in modo chiaro e insieme emblematico il senso dei libelli utilizzati con abbondanza da Venezia e dalla Santa Sede in occasione dello scontro del 1606-1607: "Con le scritture si dava materia al mondo di discorrere, et a ciascuno di formare il proprio giudicio, con diminuzione dell'auttorità pontificia". Scritture, discussioni, giudizi: e il mondo intero come pubblico e giudice di un conflitto d'autorità di proporzioni e qualità peculiari. Il bel libro di Filippo De Vivo, attraverso il prisma dell'interdetto, affronta di fatto il nodo cruciale delle forme e delle dinamiche della comunicazione politica verbale nell'Europa della prima età moderna, approfondendo e ampliando un tema caro all'autore, su cui De Vivo aveva avuto modo di impegnarsi in una prima monografia uscita in inglese per Oxford University Press nel 2007 (Information and Communication in Venice. Rethinking Early Modern Politics). L'interesse di questo nuovo volume, peraltro, travalica il pur celeberrimo caso del conflitto intorno all'interdetto comminato da Paolo V alla repubblica di Venezia, e insieme la "duplice anomalia" di uno scontro politico in grado di uscire dall'ambito chiuso del negoziato sovrano e di uno scenario, quello veneziano, singolare per definizione nell'Europa della prima età moderna. L'analisi che De Vivo conduce fra i livelli, i protagonisti, le logiche, gli strumenti, gli spazi, i supporti materiali della comunicazione innescata dal conflitto in questione, infatti, riesce a proporre a un'attenzione storiografica di questi ultimi anni, sempre più attenta a questi temi, un modello flessibile di indagine dei processi di costruzione della comunicazione politica la cui fecondità può mettersi alla prova in altri contesti cronologici e politici che presentino, pur nella varietà degli elementi costitutivi, un'analoga complessità. Ma partiamo dalla struttura del libro. L'analisi di De Vivo si articola in tre parti. La prima descrive l'evento e le sue diverse fasi, dall'iniziale diniego del conflitto al suo finale scatenamento grazie ai libelli a stampa, passando per una fase intermedia di circolazione multiforme e dinamica di informazioni (L'Interdetto del 1606-7). La seconda indaga i livelli attorno a cui si organizza e sviluppa la comunicazione: le istituzioni, la cultura di governo e i palazzi del potere, l'arena più mista e variegata dei professionisti dell'informazione, la città e i suoi spazi di socialità (Le strutture della comunicazione). La terza, infine, si incentra sulle dinamiche grazie alle quali i diversi livelli e i vari luoghi della comunicazione entrano flessibilmente in contatto fra loro, trasformando la natura e i contenuti delle azioni comunicative (Reti di comunicazione). La cronologia si sviluppa lungo un arco che copre più di un secolo (dalla fine del Quattrocento al primo Seicento), di cui il biennio dell'interdetto rappresenta un elemento focale ma non rigidamente distintivo, almeno a monte: le fonti considerate, documentarie e testuali, sono in grado di gettare luce su una vasta gamma di atti comunicativi, dalle voci ai fogli manoscritti, dai cartelli affissi ai libelli a stampa, dalle relazioni diplomatiche alle sedute consiliari, dalle deposizioni testimoniali alle lettere. L'analisi è inquadrata da introduzione e conclusioni, e corredata da un'appendice costituita da una bibliografia delle edizioni dei libelli riguardanti l'interdetto sino al 1607 (155 titoli per 351 edizioni). Questa bibliografia non è un accessorio erudito: la sua elaborazione è alla base di un'analisi esemplare della fisionomia materiale dei libelli e delle logiche della loro circolazione che, tenendo conto di questioni come i caratteri del "mercato editoriale" della stampa, in grado di oltrepassare nei numeri la logica di rete caratteristica della circolazione manoscritta, giunge a spiegare le dinamiche di diffusione e in ultima analisi il maggior successo di una strategia, quella veneziana, sull'altra in questa "guerra di libelli". Gli elementi di interesse di questo libro sono numerosi, e combinano bene la loro efficacia particolare con il quadro generale. In questa occasione, mi soffermerò su due questioni. Innanzitutto, mette conto sottolineare che De Vivo punta a includere nell'indagine sulla comunicazione politica non solo il messaggio, ma il modo in cui viene concepito e veicolato e le persone coinvolte a vari livelli nella trasmissione. L'enfasi portata all'"azione comunicativa" permette infatti di percepire la materialità degli strumenti utilizzati, le logiche non solo politiche della circolazione dell'informazione, i luoghi e gli spazi della trasmissione. Consente cioè, se applicata con coerenza e duttilità di strumenti, di uscire dall'impasse interpretativa in cui, per motivi opposti, sembrano sovente fermarsi tanto gli studi incentrati sull'opinione pubblica e sulla funzione apparentemente liberatoria della comunicazione politica a partire dal Settecento, quanto quelli focalizzati al contrario sul concetto di propaganda e di manipolazione dell'informazione del discorso politico da parte del potere. De Vivo sottolinea, infatti, come soltanto un'interpretazione che non attribuisca il controllo della comunicazione politica a un singolo agente possa riuscire a non "depoliticizzarla" come oggetto d'analisi: vale a dire a non interpretarla come uno strumento della politica, ma come la "politica" stessa, intesa come conflitto prolungato fra diversi agenti sociali attraverso strategie comunicative verbali in reciproca e non scontata interazione. In questa direzione va la seconda questione che vale la pena sollevare, seppure rapidamente, per valorizzare l'apporto di questo studio al di là dei suoi confini cronologici e tematici: l'applicabilità e la risonanza di questi discorsi a contesti storici diversi, in particolare a quello medievale. Tale applicabilità echeggia in molte pagine e in modi diversi. Innanzitutto perché di tanta parte delle strategie comunicative messe in opera, gli antecedenti tardomedievali sono rivelatori: penso alle pratiche della diplomazia e all'enfasi crescente sull'informazione e sulla comunicazione; al rapporto tra oralità e scrittura; alla crescita di una consapevolezza conservativa delle scritture come processo di creazione di un ordine del discorso politico non necessariamente limitato alla, o monopolizzato dalla, autorità "pubblica"; alla relazione tra informazione, scrittura di governo, scrittura di storia. In secondo luogo, perché una serie di strumenti analitici utili a De Vivo per ricostruire il contesto di fruizione dei libelli seicenteschi, sono stati testati per l'età medievale, con risultati certo diversi, ma significativi. Basti per tutti pensare alla luce che l'analisi di network condotta sulle lettere di patronage nella Firenze del Quattrocento getta sui meccanismi intercomunicanti di una società urbana per molti versi così vicina a quella veneziana (Paul McLean, The Art of the Network, 2007) o, in un contesto diversissimo, alle "comunità testuali" dei secoli XI-XII (Brian Stock, The implications of literacy, 1983), che completano e arricchiscono il significato delle "comunità immaginate" di Benedict Anderson (Imagined communities, 1991). Isabella Lazzarini