Traduttore: P. Collo
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 16/11/2004
Pagine: 141 p., Brossura
  • EAN: 9788806171841
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Recensioni dei clienti

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    Umberto Mottola

    02/05/2013 18:21:14

    La scrittura è densa, evocativa, allucinatoria, mescola il sogno con la realtà, ma la storia è troppo frammentata e non segue un filo logico. Troppi sbalzi di tempo, di luogo, e di personaggi.

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    francesco v

    28/09/2012 11:05:07

    Premetto di aver provato a leggere per 3 volte Cent'anni di solitudine , e di aver desistito verso pag 90 dopo il terzo Aureliano Buendia, o il secondo Aureliano Aureliano Buendia, non ricordo. Perdonami Pedro Paramo, ma non ti ho proprio capito. Questo non vuol dire naturalmente che tu sia un libro brutto. Voglio solo dire che chiedermi una seconda lettura è una punizione che credo davvero di non meritare

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    maurizio

    12/10/2009 15:28:11

    piccolo quantitativamente, ma grandissimo nella qualità. Una lettura difficile, ma appassionante. Un libro che non si capisce perchè sia così poco conosciuto.

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    Alessandro

    04/06/2009 18:54:16

    Un breve romanzo costruito su brani di esperienze evocate e sui riverberi sparsi delle personalità di alcuni personaggi, dei quali forse nessuno è un vero e proprio protagonista. L'efficacia della narrativa di Rulfo risiede, forse, soprattutto nella sua capacità di comunicare al lettore, con una quantità misurata di parole, delle storie che sono al tempo stesso collettive ed estremamente personali della popolazione di un villaggio rurale messicano. In verità è difficile inquadrare la vicenda come una vicenda messicana o come la storia del “satrapo” Pedro Pàramo. Il mosaico elaborato da Rulfo è una rappresentazione di tante vite, sia perché sono tante le persone coinvolte nella narrazione, sia perché ognuna di esse rievoca, insieme alle proprie esperienze, le vicende di moltissimi altri esseri umani che hanno popolato e popolano il Pianeta e che, come le figure di questo romanzo, non hanno alcuna speranza di poter comunicare al mondo i propri sensi di colpa, rancori, afflizioni provate per le ingiustizie subite. Il riconoscimento che l'intera umanità deve loro si articola simbolicamente, nella narrazione di “Pedro Pàramo”, attraverso le testimonianze che si trasmettono nella polvere che inonda gli spazi pubblici e privati del villaggio nel quale si ambienta il romanzo, testimonianze che assediano inesorabilmente l'io-narrante, e con lui il lettore. Il fatto che l'unica vera padrona del villaggio sia la morte porta le molte storie di Pedro Pàramo e il vissuto dei protagonisti ad eternarsi in una dimensione paradigmatica universalmente valida e comprensibile. È spontaneo il desiderio di leggerlo almeno una seconda volta.

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    Fabio Palma

    10/03/2009 09:09:21

    E ti ritrovi con la matita in mano, corerndo dietro ai pensieri di Preciado, paramo, Ranteria...capolavoro. Indispensabile leggerolo più di una volta. Piccolo, ma mai fragile. Corto, ma denso come un soldio. Difficile, ma gratificante.

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    pancho

    12/03/2007 10:04:28

    affascinante. lettura imperdibile per gli amanti del realismo magico latinoamericano.

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    giovanni stam

    31/01/2007 15:36:10

    E' un libro che monta nella memoria. Non viene scalfito il suo valore dal passare del tempo. All'inizio si resta disorientati dai morti che raccontano la loro storia, ma poi si resta intrappolati come il protagonista in quel mondo di ombre. E Pedro Paramo è uno dei più grandi cattivi della letteratura.

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    michele

    12/07/2005 08:29:18

    Davvero il piu' bel libro che io abbia mai letto. Come dice Garcia Maarquez nel risguardo: "non si va a dormire prima di averlo letto almeno due volte". Una parabola (discendente) fantastica e allucinata, dall'inferno di Comala sino alla grandezza dell'uomo. E oltre. Leggerlo due volte di fila e' davvero il minimo.

Vedi tutte le 8 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Un rischio c'è. Che Pedro Páramo, opera maestra dello scrittore messicano Juan Rulfo – entrata da poco nelle nostre librerie in una nuova traduzione – appaia, nelle sue centocinquanta pagine, un romanzo smilzo, dal titolo poco evocativo, senza un particolare potere atrattivo per i lettori poco informati. Eppure, Pedro Páramo non è un libro qualunque. Per convincersene, basterebbe aver letto l'appassionante cronaca dell'incontro di Gabriel Garcia Márquez con il romanzo, episodio fondante nella vicenda redazionale dell'universo di Macondo. O sarebbe forse utile imbattersi nei numerosi, commossi omaggi resi a Juan Rulfo dai massimi scrittori latinoamericani, di vecchia e nuova generazione.

Tuttavia, per comprendere a fondo Pedro Páramo occorre innanzitutto penetrare nel suo universo narrativo. Viaggio arduo, che non può portarsi a compimento attraverso una lettura ingenua o superficiale del testo, ma che esige dal lettore un profondo sforzo ermeneutico. Innazittutto perchè Pedro Páramo, privo di una struttura lineare e di una trama, nel senso tradizionale del termine, sconvolge le leggi interne del genere romanzesco. I settanta frammenti di cui si compone ricostruiscono – senza ordine cronologico ma sul filo del ricordo e delle suggestioni dei personaggi – non una ma numerose storie tutte in varia misura relazionate con una vicenda più ampia: quella del crudele e tirannico latifondista che dà titolo all'opera.

Volendo racchiudere il romanzo entro i confini rassicuranti di un intreccio, ci troviamo costretti a dire che Pedro Páramo è, nel contempo, la storia di un amore impossibile, cieco e crudele nella sua passione, quello di Pedro Páramo per Susana San Juan; la cronaca del viaggio di un figlio alla ricerca del proprio padre; un compendio della storia messicana del primo Novecento; una metafora del fenomeno sociale del latifondismo e della cultura latinoamericana in quanto cultura meticcia, fusione di realtà e immaginazione, di credenze indie e coloniali.

Tradotto, all'indomani della sua comparsa, in numerose lingue, Pedro Páramo si affacciava nei primissimi anni sessanta su uno scenario letterario di avanguardie e di sperimentalismi, situandosi in perfetta in linea con le principali correnti di pensiero europee e nordamericane. La sua ricetta letteraria – rivoluzionaria e audace in anni in cui la maggior parte della letteratura latinoamericana si vedeva ancora invischiata in schemi ideologici neocoloniali di discutibile valore estetico – doveva di lì a poco rivelarsi vincente: la mescolanza di tradizione e modernità, di autoctono e di universale, di realtà e immaginario, magistralmente cristallizzata nelle sue brevi pagine, sarebbe di lì a poco divenuta il segreto del successo dei romanzieri del cosiddetto boom.

Già nei primissimi anni sessanta Feltrinelli pubblicò il romanzo in lingua italiana: erano ancora anni in cui l'America Latina, come tutte le culture coloniali, era vittima di gravi pregiudizi culturali. In un mondo ancora mal comunicato, in cui i lettori italiani erano privi delle chiavi per interpretare e intendere un universo narrativo che, pur nella sua universalità, appariva intimamente radicato alla realtà culturale del più profondo Messico, il romanzo di Juan Rulfo passó pertanto quasi inosservato o quanto meno incompreso.

Sfortunato destino italiano dell'opera destinato a ripetersi quasi vent'anni anni dopo quando, nel 1977 – sulla scia del successo di Gabriel García Márquez, Carlos Fuentes, Mario Vargas Llosa, come riflesso delle mode terzomondiste allora divulganti nonchè del nuovo interesse del mondo occidentale verso forme culturali altre – il romanzo venne riproposto alla nostra attenzione in una nuova veste linguistica, affidata purtroppo a una traduttrice di lingua madre spagnola, che inevitabilmente non seppe rendere onore al testo. Pare riuscirci ora il suo nuovo traduttore, Paolo Collo, a cui Einaudi affida il delicato compito di portare finalmente in luce, nel nostro paese, un testo ingiustamente sacrificato dalle passate scelte editoriali.

Ai lettori ora il compito arduo ma affascinante di riscattare finalmente l'opera dall'oblio, abbandonandosi alla sua lettura, accettando la sfida di lasciarsi catturare dalla magia avvolgente della sua prosa poetica, per rifuggere ogni interpretazione logica o razionale del mondo lì descritto. Al romanzo il dovere di recompensarli con il piacere di una lettura che partendo dalla cronaca di un microcosmo, il pueblo di Comala, ripercorre stralci della storia dell'umanità. Umanità come insieme di individui, ognuno dei quali saprà identificarsi nel mondo evanescente, spettrale eppur tragicamente reale, di Comala e dei suoi abitanti.

                                                                                          Barbara Destefanis