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Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1999
  • EAN: 9788806149178
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recensioni di Coletti, V. L'Indice del 1999, n. 12

Se avessi mai potuto pensare che un uomo schivo e parco di parole e gesti come Cesare Segre avrebbe scritto un'autobiografia, avrei immaginato un libro lineare, distaccato, limpido e dotto come i saggi del filologo. E invece Per curiosità è un libro di straordinaria vivacità, diretto, vero, mosso, ironico, un gran bel libro, anche (e direi soprattutto) per chi non è tanto interessato alla biografia di un professore universitario di grande prestigio quanto alla storia di un italiano, di un ebreo, di un intellettuale, di un politico.
Segre non si è celebrato né analizzato, giustamente diffidente verso queste due, non tanto diverse, manifestazioni dell'io. Ha invece rotto il suo proverbiale riserbo per dire le sue passioni silenziose, l'ardore nascosto dietro il suo placido ascolto dell'interlocutore, i suoi dolori, le sue attese, le sue delusioni. Ha costruito un libro dalla molteplice tastiera tematica e stilistica, in cui si va dalle pagine più intensamente emotive e delicate (come nell'allocuzione al padre morto), al racconto distaccato in terza persona, all'apostrofe alta e puntigliosa al Papa, alle poesie (altrui), all'(auto)intervista giornalistica, al dialogo simil-leopardiano, all'invettiva dolorante e straziata. Presenze di rilievo sono i molti (spesso grandi e noti) personaggi che hanno incrociato e condizionato la vita del narratore e soprattutto i familiari, il padre, la madre, i cugini, nonché i preti che hanno salvato dalla furia nazista il giovane ebreo. Il grande teso dialogo che percorre questo libro è proprio con i tanti sommersi dalla furia della storia e dall'implacabilità della vita, e persino l'emozionato discorso al Papa non è che una continuazione delle chiacchierate fatte, durante la guerra, col teologo che tentava (ahilui!) di convertire al cristianesimo il recalcitrante e ferratissimo ebreo, che intanto proteggeva coraggiosamente dalla rabbia fascista.
Le pagine dell'ebreo Segre sono in effetti le più forti e sconvolgenti: ci senti un impeto, un dolore, uno sgomento radicati nella carne, alimentati dagli anni di vita privati dalla persecuzione razziale degli affetti, delle gioie di giovinezza, ogni volta rinnovati dal ricordo di milioni di fratelli uccisi nei campi di concentramento. Sono pagine nutrite di meticolosità ebraica e di precisione filologica ("io sono un filologo romanzo venuto fuori da un minuscolo filologo biblico principiante"), come là dove, commentando il passo evangelico in cui gli ebrei che vollero la morte di Gesù esclamano "Sia il suo sangue sopra noi e sopra i nostri figli", Segre osserva che "quanti dicono 'sopra i nostri figliuoli' non dicono: 'sopra la nostra discendenza'", con una precisazione quasi ingenua nella sua semplicità e verità. Vi si legge la rivendicazione orgogliosa e sacrosanta dell'identità ebraica del cristianesimo (come s'è potuta dimenticare, nascondere, rinnegare?), quasi un gesto di fedeltà personale alle proprie radici, oltre le confessioni, e di giustizia storica, oggettiva. Ed è solo dall'ebraismo, cultura oppressa e geniale come nessun'altra, che muove e prende senso la laicità di Segre, il suo dialogo pacato con Dio senza mediazioni, cui la ragione (specie dopo gli scempi del XX secolo) non riesce a trovare un posto.
A fronte di questa sezione calda, sanguinante, sono forse meno coinvolgenti i capitoli che ricostruiscono il cursus honorum, la vita accademica, gli interessi professionali dell'autore. Ma qui giganteggiano figure che animano di verità umana anche la filologia (Santorre Debenedetti, i Terracini, Jakobson su tutti) e ne fanno una disciplina morale prima ancora che universitaria. Incuriosisce, tra l'altro, l'apprendistato di Segre, la sua attitudine a tutto (perfino, chi l'avrebbe mai detto?, al lavoro manuale), al disegno, alla matematica come alle lingue e alla letteratura. La ben nota e persino spietata lucidità del filologo e del critico trova finalmente precedenti e spiegazioni.
Per curiosità è poi anche la storia di un intellettuale senza padroni (neppure Contini riuscì a imporre al giovane Segre i propri gusti letterari, per fortuna!), che ha vissuto e vive con intensità il proprio tempo, si indigna, protesta, anche se poi si ritira, senza speranze, nella stanchezza dei suoi anni (il dialogo conclusivo è tremendo quanto vero).
Natalia Ginzburg scrisse, in uno dei suoi saggi più belli, che il maggior difetto dell'intellettuale italiano è la "tiepidezza". Ecco: questo non è il libro di un tiepido. Ed è anche qualcosa di più che il libro di un curioso suggerito dal titolo. È la storia di un grande uomo del nostro tempo, discreto nel manifestare le proprie passioni, ma generoso, pulito, caldo nel viverle.