Editore: Mondadori
Collana: Oscar poesia
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine: 272 p., Brossura
  • EAN: 9788804635727
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  Con la pubblicazione delle Poesie Umberto Fiori rende disponibile la sua intera carriera poetica, e lo fa lasciandone perfettamente leggibile la stratigrafia: dagli esordi negli anni ottanta (con Case, 1986) al cantiere aperto del Conoscente. Fiori non è un poeta attraversato da fratture o svolte nette. Case fissa il paesaggio urbano dove il soggetto che dice "io" si muove fra anonimato e ricerca di una vera coscienza di sé; fissa anche le costellazioni simboliche traducendole, fin dal titolo, in un codice della lingua fortemente lessicalizzato e grammaticalizzato: casa, muro, scavo, gente, persona, verità / vero, parola, verso, ragionamento, pensiero, canto / canzone, e così via; spesso organizzato in coppie oppositive a discernere l'autentico dall'inautentico: persona vs gente, oppure discorso vs voce. Nelle raccolte successive l'orizzonte della scrittura non cambia, al punto che ogni testo si presenta come variante ricombinatoria di quelli che lo precedono, in una catena senza fine: specchio di uno stallo che, se non per inattesi squarci rivelatori, non si riesce a infrangere. E tuttavia, una discontinuità si definisce fra La bella vista (2002) e i libri iniziali, dopo Case, Esempi (1992), Chiarimenti (1995) e Tutti (1998). Con La bella vista l'intonazione si fa più piana e acquista una misura da poemetto, allentando in una parafrasi narrativa la tensione e l'angosciosa meccanica della lingua. La stagione più recente si configura come glossa dei nuclei costitutivi delle prime raccolte. È anche il momento della traiettoria di Fiori in cui il linguaggio lascia emergere con più decisione una piega primonovecentesca: Sbarbaro, senza dubbio, ma andrebbe aggiunto almeno Saba. E tutto ciò innestato sui referti di una cultura poetica che sono tutt'altro che accidentali, come si vedrà. La scansione del lavoro di Fiori in due grandi campate, la seconda delle quali replica, ma in forma sensibilmente attenuata, i nodi della prima, non è per niente eccezionale. La vicenda di autori lontanissimi, Cesare Viviani o Milo De Angelis, non differisce in nulla, se non per l'intensità dei modi iniziali, e quindi dello scarto che si misura nel passaggio a una dizione più narrativa e autoesegetica. Le strutture ideologiche che reggono la poesia non cambiano, ma vengono riscritte in un contesto più affabile che le commenta e le rende esplicite. In Cesare Viviani come in Milo De Angelis (e non sono i soli), il mutamento si osserva a cominciare dalla seconda metà degli anni ottanta. Fiori non è toccato nemmeno all'inizio da una stagione di ricerca altrettanto estrema, ma il suo tracciato ripresenta, dislocandolo in avanti e in uno scenario culturale del tutto diverso, lo stesso paradigma. Tenere sott'occhio l'intero arco della poesia di Fiori (ma sarebbe vero per chiunque altro) significa di necessità riflettere, anche e soprattutto, sulle generazioni e sui modi di intendere la poesia che occupano la scena dopo la fine della neoavanguardia. Esordire negli anni settanta non è affatto la stessa cosa che farlo negli anni ottanta: la partita è molto diversa, benché i confini non siano così netti. La vicenda di Fiori si rivela di grande interesse per identificare in vitro la dinamica in atto e le intersezioni fra i modelli dominanti. Semplificando un po', la linea che prevale fra quanti esordiscono negli anni settanta è un'intensa ricerca sperimentale e mitopoietica, molto accentuata in area milanese: più che La parola innamorata, la rivista "Niebo" e i due convegni al circolo Turati di Milano (1978 e 1979) ne sono la testimonianza, al di là della declinazione assunta dai singoli percorsi autoriali. Gli anni ottanta (e il successo nel 1980 di Ora serrata retinae di Valerio Magrelli è la spia del sommovimento in corso) vedono invece l'avanzata dei cosiddetti "stili semplici". Fiori nel 1986 si colloca esattamente al crocevia fra le due stagioni. Case non è un libro sperimentale, ma non può nemmeno essere pacificamente etichettato con il bollino dello stile semplice. Per quanto il dettato si abbassi fino al tono più piano e parlato, la poesia di Fiori è tutt'altro che prosastica: "Sedermi composto vorrei" (A lezione, in Chiarimenti), ad esempio, è un modulo frequente. In modo pressoché sistematico, e ciò vale almeno fino a Tutti, i versi sono tramati da un reticolo di rime, rime al mezzo, assonanze, ripetendo una lezione che si ritrova in Sbarbaro come poi in Montale, divenendo un cliché. Di più: il verso sembra costituirsi a ritroso, a partire dalla rima e rimbalzando sulle figure di suono: "A volte però ci pare / di non abitare ancora / nel solito posto. Un giorno, andando al lavoro, / la terra sotto i piedi / sentire com'è dura, com'è solida, / ci fa paura" (Abitanti, in Esempi). Se l'assetto del discorso sfiora l'ovvietà del parlare comune, non è però questo l'obiettivo: perdere "le bravure" significa un paradossale potenziamento della lingua, arrivare a dire le cose "soltanto perfettamente" (Il discorso e la voce, VI, in Chiarimenti); ovvero mantenersi sul discrimine sottile per cui la poesia sembra esattamente la lingua di ogni giorno, senza sforzo, ma non lo è. Il giro della frase è spesso il segno della resistenza al grado zero: basti pensare ai "quando", che aprono il discorso alla sapienzialità (Frase o Discussione, in Esempi, Il discorso e la voce, II), o ai "come", che lo forzano spesso sul ciglio della similitudine (Nome, in Esempi, o Perdere, in Tutti), in territori in cui inevitabilmente il verso decolla dal quotidiano, magari con la sottolineatura di Petrarca (la mimesi calcolatissima di Giardini, in Esempi, non ha nulla di fortuito), Montale, Caproni, Sereni, Eliot. Nella poesia di Fiori manca l'oracolarità, certo, ma anche nel suo orizzonte anonimo di periferia urbana, opprimente (dove il fondo sbarbariano risulta nitido), il personaggio che dice io e che si nomina Umberto Fiori marca l'iscrizione lirica, per quanto attenuata: chi parla ha un punto di vista e ha qualcosa in più degli altri, della "gente", da dire. Se non è depositario della totalità del senso (ma questo non si dà nemmeno nel Novecento più intonato), è comunque depositario della tensione fra il riconoscimento del non senso di un quotidiano ingabbiato dalle norme sociali e l'aspirazione della poesia a indicare un senso, che paradossalmente si rintraccia nella "casa" o nel "muro": l'identificazione immediata e oggettiva con il mondo smaschera la mistificazione messa in opera dalla soggettività e dal linguaggio socializzato. Tra Case e Tutti intorno a questo lacerante attrito Fiori costruisce un vero e proprio codice binario, come si diceva. Esso si installa nella trama del linguaggio quotidiano, ma non significa la riduzione dell'io agli oggetti; è il riflesso più vistoso del tentativo di far deflagrare in una rete di opposizioni incessantemente ribattuta la crosta apparente della realtà, di demolirne le convenzioni che la irrigidiscono, alla ricerca della verità di sé e del mondo; della persona dietro l'anonimato della gente. Questa tensione che rinnova nella poesia (nel "canto") la via per accedere al senso, attraverso faglie che si aprono d'improvviso e rivelano l'essenza sconcertante delle cose, rimodula in Fiori la strada battuta, pur nella diversità dei destini poetici, da Milo De Angelis, Cesare Viviani, Tomaso Kemeny, Nanni Cagnone, ovvero dal giro milanese degli anni settanta, più che dai più prossimi compagni di strada degli anni ottanta: Valerio Magrelli, Patrizia Valduga e così via. In questa prospettiva l'opera di Fiori appare davvero rivelatrice delle complesse vicende che hanno segnato la storia della poesia negli ultimi quarant'anni.   Stefano Giovannuzzi