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Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Pagine:
  • EAN: 9788806117566

recensione di Dierna, G., L'Indice 1990, n. 8

Finalmente, dopo anni di assenza, tornano nuovamente in libreria le poesie di Angelo Maria Ripellino, riesumate ora in un'antologia che attinge dall'intera sua produzione poetica, a cominciare dal primo smilzo volumetto, "Non un giorno ma adesso" (1960) - preparato per la stampa e illustrato dall'amico e pittore Achille Perilli - , passando attraverso raccolte dai titoli sempre fantasiosi ("Notizie dal diluvio", "Sinfonietta", "Lo splendido violino verde"), riunendo però anche una parte degli inediti apparsi postumi e pubblicati a più riprese su riviste di difficile reperimento. L 'occasione si presta per tentare (alcuni appunti per) una lettura organica di questi venticinque anni di scrittura in versi a dodici anni dalla morte dell'autore.
"La mia poesia spagnoleggia, se recitata: /solo allora si avverte il suo torbido incanto" ("Lo splendido violino verde", 1976). È la sostanza fonica del verso a primeggiare nella poesia di Ripellino. Le parole si inseguono e si agganciato in rime lontane, in assonanze di vario tipo e natura. Con una precisa architettura di rimandi interni, disseminazioni di precisi gruppi fonici contribuiscono alla costruzione del senso. Desideroso sempre di dare spettacolo, di trasformare l'atto poetico in acrobazia, Ripellino si diletta spesso ad usare un lessico dimenticato, parole preziose, oppure le avvicina a creare scompiglio, in una sfida - sempre vinta - tra il potenziale fonico e autarchico della parola e l'àncora del significato da Ripellino mai rinnegata.
"Anch'io sono fuga di fughe, e ritorno e follore e speranza" ("La fortezza d'Alvernia", 1967). Ed è il jazz a stabilire spesso i ritmi di questa poesia fatta di assoli, di obbligatori mutamenti di tono, una poesia della quale lo stesso Ripellino non cessava di sottolineare il carattere recitatorio, lui cresciuto nel modello di abili declamatori di versi come Majakovskij o Voznesenskij, o la "beat generation " americana. Proprio nel momento in cui la poesia stava per riscoprire il fascino della pagina scritta, le potenzialità della scrittura verbo-visiva, Ripellino ne ribadiva invece deciso il carattere fonico.
"Se scrivo uovo, l'uovo non è uovo, / ma bianca crosta lunare" ("Autunnale barocco", 1977). Nata all'intersezione tra il barocco spagnolo e il cubofuturismo russo, la poesia di Ripellino ruota attorno alla metafora, ridando in ciò vita a una tradizione novecentesca italiana che - se si eccettua il momento futurista - ne è sempre stata invece molto povera. Dalle prime similitudini di chiaro stampo majakovskijano che affollavano i versi con l'intento (poetistico) di travestire la realtà di colorate metafore, si può agevolmente seguire il percorso che porta alle più complesse costruzioni metaforiche di "Sinfonietta" (1972), dello "Splendido violino verde" (1976), per poi tornare alle tranquille cadenze dell'ultima raccolta, dove l'ingenuo metaforismo sembra rimandare alla ricca tradizione della poesia ceca per l'infanzia.
"Diglielo tu che non scriva: / la sua mente è un Upìm di letture" ("Quanti colori ha la notte?", 1961-66). Ma come gli attori del Théâtre du Soleil - di cui discorre Ripellino in una recensione sull'"Espresso" - "hanno memoria del teatro cinese, dei lazzi dei commedianti dell'arte, delle entrées di circo", allo stesso modo anche la poesia ripelliniana è retta dal dèmone della Memoria che ne organizza i materiali, continuamente abitata da folate di citazioni e rimandi, da "ammiccamenti riservati", come li aveva definiti (negativamente) Guido Ceronetti in un bel saggio che all'epoca (1971) si distingueva per essere il primo (e per molto anche l'ultimo) a parlare di Ripellino poeta.
Pensiamo invece che sia qui (accanto al problema dell'organizzazione fonica del verso e del particolare uso della metafora) il punto di partenza di un qualsivoglia discorso sulla poesia di Ripellino, nell'ampia questione dell'intertestualità che i suoi testi così provocatoriamente suggeriscono proprio per quel modo di costruirsi usando con larghezza materiali già precedentemente codificati: opere della cultura figurativa, citazioni di poeti e scrittori e teatranti, rimandi precisi alla musica... Solo nell'analisi delle modalità secondo le quali essa si realizza (concretamente) nei versi, soltanto così si potranno rintracciare le differenze rispetto ad altre operazioni poetiche contemporanee, e non certo tornando agli abusati cliché di cui traboccava il convegno su Ripellino svoltosi ad Acireale nel 1981: barocco, morte, clown... Perché, purtroppo, c'è ancora la tendenza ad affrontare Ripellino partendo dalle conclusioni a cui egli giunge analizzando i propri autori (Holan e il barocco, Halas e la morte, Majakovskij-clown...), cioè - come scrivevamo nove anni fa - "con uno schema già predisposto, e si va poi a cercare nelle sue poesie le prove di questo sistema ricavato dall'esame dei suoi interventi critici".
"Vi sono rose che hanno nome rose" ("Autunnale barocco"). Rifuggendo ogni specifica lettura critica del testo (se si eccettuano le poche righe dedicate alle "subordinate concessive", - subito inquadrate però anch'esse nel discorso sulla malattia dell'autore: "ogni concessiva è un richiamo all'esiguità dell'area vitale accordata alle forze disgregatrici, e nel contempo una rassegnazione ad essa"), anche il saggio premesso all'antologia einaudiana sembra eludere il problema, limitandosi a una semplice trascrizione in prosa dei versi (e della prosa) di Ripellino, delle citazioni da Ripellino citate, pura tautologia, collage di collage. Invece di illuminarci sui meccanismi sottesi a questa poesia così anomala nel panorama italiano del Novecento, la critica si limita al puro inventario, all'elenco delle ricorrenze, ritornando ancora al barocco, alla morte, al clown...
C'è, a nostro avviso, in questo modo di far critica, un'errata (semplicistica e pericolosa) lettura del metodo ripelliniano che non era - come a prima vista è potuto sembrare - semplice raccolta di occorrenze e ritorni di uno stesso motivo nei diversi contesti. La predilezione ripelliniana a scoprire temi analoghi in autori tra loro lontani si iscriveva infatti in lui - da un lato - in una poetica del meraviglioso e delle bretoniane "coincidenze pietrificanti", mentre dall'altro definiva il desiderio - riscontrabile in analoghe tendenze anche nelle recensioni teatrali - di (ri)costruire collegamenti inaspettati, l'intento di far scoccare scintille direttamente proporzionali alla differenza di potenziale tra i due conduttori, con un principio - quindi - molto vicino al funzionamento della metafora che molto spesso abbiamo visto dominare nella poesia ripelliniana. Perchè, pur diverso nei suoi esiti (poesia, prosa critica, recensione teatrale...), un unico principio modella in Ripellino le diverse forme della scrittura.

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    irene

    12/09/2007 19.45.44

    Si veda in "Poesia", settembre 2007, Crocetti editore, il saggio intitolato L'allodola sul melograno interamente dedicato a Ripellino e alle sue meravigliose poesie.

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