Poesie e prose scelte

Giovanni Pascoli

Curatore: C. Garboli
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 2002
Pagine: 2 voll., 2600 p.
  • EAN: 9788804504283
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Parlare di Pascoli è parlare della storia recente nostra. Parlare di Pascoli è parlare di ciò che oggi, in piena globalizzazione e denazionalizzazione delle masse, più ci brucia ancora: il carattere degli italiani (siamo l'unico popolo che parla di sé alla terza persona plurale). Nel bene e nel male noi "siamo quella roba lì": "Pascoli è il nostro poeta 'nazionale' (possiamo crederci moderni, sognarci antichi, ma siamo quella roba lì, è il Pascoli che ci rappresenta)".

Così Cesare Garboli. Il quale, segnato da un'antica ferita mai chiusa (condensabile sul versante politico nella formula dell'"incapacità, o l'impossibilità, di sentirmi un cittadino del mio paese", Ricordi tristi e civili, Einaudi, 2001; cfr. "L'Indice", 2001, n. 10), ha tallonato per più di un quarto di secolo, ovvero per una vita di intellettuale, poesia e biografia dell'uomo di San Mauro e di Castelvecchio, esaminando ogni piega - dei manoscritti come delle tovaglie di casa - per restituirci un ritratto d'italiano esemplare, da ricavarne una sorta di anamnesi nazionale. E tanto più in quanto la candidatura a "leader del popolo italiano" (Gramsci citato da Garboli) viene ora caricata sulle spalle meno dell'oratore della "Grande Proletaria" che dell'autore dei Canti, il quale con la prosa affabile dei suoi novenari inoculò nella nazione un'"idea della vita".

Se la parola "evento" non fosse già per tante, variopinte vie frusta, la si potrebbe adibire almeno ad avvertimento amicale al lettore che qui non si tratta della solita raccolta, qui tutto, anche editorialmente, è portato ai limiti della sfida dimostrativa, a iniziare dal disarticolamento dell'opera, che mentre si presenta con i connotati esterni del "Meridiano" e una mole di 1525 più 1842 pagine, distribuite nei due tomi (con la collaborazione di Giuseppe Leonelli e Antony Oldcorn per le poesie italiane, di Filippomaria Pontani per le poesie in latino e un Glossario dei termini notevoli commentati curato da Silvia De Laude e Vanna Precotto), imprevedibilmente ricolloca in una cronologia reale e ideale i versi e la prosa, spezzando e distillando poi per campionature, per esempio, le grandi raccolte di Myricae e di Canti di Castelvecchio che il buon utente antico si aspettava intere intere e compatte, secondo vulgata, magari nell'ultima redazione fissata dall'autore. Dell'idea di un'"antologia legale" dell'opera pascoliana per i "Meridiani" si parlava già Al lettore in Giovanni Pascoli, Poesie famigliari, a cura dello stesso Garboli (Einaudi, 1985), non a caso divenuto poi in seconda edizione Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli (Einaudi, 1990), con più decisa assunzione di paternità del libro congegnato in un apparecchio originale a due cursori, filologico e psicoantropologico. Qui si torna all'antica ragione sociale. Ma già allora l'autore, tatticamente ora in primo piano ora defilatissimo, prometteva di non "romanzare la vita a tre di Giovanni, di Ida e Maria" e di puntare invece sulla "verità storica".

Ebbene, mai strumentazione filologica e metricologica, fuori e dentro la foresta cartacea degli autografi archiviati da Maria, mai minuziosa ricostruzione documentaria degna di uno di quei detective blasonati dalla letteratura poliziesca, insomma mai armamentario più oggettivo è stato messo con tanta intelligente e meticolosa acribia - non faccia velo, vi prego, se possibile, l'eleganza e il supremo snobismo dello stile - al servizio di un'interpretazione biografico-psicologica, sparata dritta al cuore del più alto paradigma intimistico fineottocentesco.

Da qui discende tutto il resto. Per cui i due tomi si danno come ricostruzione archeologica e filologica trasversale che manda in frantumi il canone e, insieme, come decifrazione passo passo del centro drammatico del "romanzo famigliare", in cui il soggetto gioca i ruoli ambivalenti di figlio, sposo, padre, fratello: "La costruzione del 'nido', o meglio la ricostruzione, dopo la diaspora, del nucleo famigliare originario grazie al progetto di una vita coniugale a tre - un fratello appena laureato, e due sorelle uscite di convento - va annoverata come uno dei miti più straordinari che abbia inventato la poesia moderna: un sogno, una fantasia così italiana, così romagnola e cattolica, che difficilmente potrebbe trovare riscontro in qualunque altro luogo della terra". Non si tratta dunque dell'operazione oramai consueta in questi ultimi decenni di individuare il "romanzo" nel "canzoniere" (da Petrarca a Saba), espansione critica di una metafora fino alla deformazione dei connotati dei generi e peggio, forse non indebita solo come forma compensatoria, più o meno inconsciamente, dell'assenza nella storia (letteraria) italiana del Grande Romanzo Nazionale (cortese, risorgimentale, d'emigrazione, di guerra, di resistenza, ecc.).

Trattasi di ben altro: della metamorfosi romanzesca non di una o più sillogi, bensì di un intero percorso esistenziale e artistico nascosto gesto dopo gesto sotto quello ufficiale. Anche in una prospettiva europea, se di evento si vuol parlare con qualche utilità, varrà la pena di segnalare un critico militante, uno dei massimi che l'Italia possa esprimere, che ha combattuto la partita della militanza in un teatro di per sé non propriamente bellico, scegliendo un campione nazionale su cui condurre un confronto serrato, non ideologico in prima battuta, ma di gusto e di comportamento psicologico, insomma morale e moralistico in senso alto, molieriano (il "suo" Molière, suo di Garboli): "oggetto" amato e odiato, accettato per quel che è, e vagheggiato con profusione di sospiri per quel che avrebbe potuto essere (l'ennesima occasione mancata dall'Italia: "La poesia non si fa con i se, ma la rimozione del nido, la scomparsa di un simile trauma famigliare dal laboratorio di un simile poeta, suscita un grande rimpianto"), riconosciuto nella sua genialità e schifato nel suo kitsch, spia i molti giudizi ossim orici seminati per le millanta pagine. Dall'archivio alla maschera: dai manoscritti alla figura di un personaggio alla Čechov, ma un Čechov romanzesco tutto italico.

La lunga introduzione al doppio "Meridiano" è già una prima figura di romanzo, sunto dei capitoli che verranno (premesse a ogni capitolo e note fittissime, in cui si celano siparietti e flash improvvisi), incluso l'invito al lettore - preferibilmente non accademico, per carità, ma "colto" - a godersi tutta la storia e le storielle (metriche ed erotiche) sul ponte di una nave da crociera, magari accomodato su una chaise transatlantique. Prendiamolo allora sul serio l'augurio di "Buona navigazione", anche se in mare suona provocatoriamente antifrastico. E navighiamo. Alla ricerca, sulla carta, delle tappe principali del viaggio.

Che è, intanto, diviso in due parti, quasi esattamente i due tomi, da un fatto, una catastrofe con una data: quel settembre 1895 in cui Ida, la più vivace delle due sorelle, la bionda "ansiosa di spiccare il volo", abbandona il nido e si sposa. Il tradimento. Capitolo chiave. A quell'anno e ai limitrofi sono dedicate pagine e pagine nella Cronologia (romanzo reduplicato, borgesianamente, per citazioni, scandite anno dopo anno), dove si adibiscono con sottile e accorta tecnica di montaggio lettere e documenti: "Lasceremo la vita a chi vuole viverla [cioè a Ida che se ne va]. Hai capito? angiolino mio bello! una cordina al tuo ditino, una camerina vicino a me, e sempre assieme" (lettera a Maria, maggio 1895). La crisi del nido ha la sua essenziale soluzione con scoppio ritardato nel ricorso al mito funebre, il mito dei defunti e del padre ucciso, mito che, per l'appunto, "nasce per perpetuare il nido". Con effetto boomerang: "Il progetto di fondare una famiglia passando attraverso la carne dei morti si realizzerà, ma ritorcendosi contro il suo ideatore".

Il lettore incrocerà dunque innanzitutto le poesie giovanili (1875-1888), dagli studi universitari al periodo di Massa, in cui Pascoli chiama a sé le sorelle; le poesie famigliari (1882-1895), "che filmano, per così dire, la vita del 'nido' fra Massa e Livorno", testi brevi, stesi su cartigli domestici, nel tempo in cui Pascoli inizia la tattica di impedirsi di amare altre donne pur di troncare le relazioni della sua Ida; gli opuscoli per nozze, presentati addirittura integralmente. E poi sillogi delle varie edizioni delle Myricae (1892, 1894, 1897, 1900) ma inframmezzate da altri componimenti, anche in latino (per es., Gladiatores) e da spigolature dalle crestomazie (Lyra e Epos). E via così anche per il tomo II con ricca infarcitura di scritti critici e di componimenti in latino, sempre in ordine cronologico e "logico": non è dei romanzi la legge del post hoc ergo propter hoc?

Perciò, in breve: a) scelte antologiche che ridefiniscono e confermano la parabola psicologica e culturale; b) privilegio alle prime apparizioni; c) grande spazio alla poesia latina e alla critica dantesca. Rotta lineare e piana per il passeggero? Non del tutto, se fin dai primi testi e soprattutto dalle famigliari è chiamato a lottare con individui miracolosamente ripescati nelle carte, magari abbozzi destinati al cortocircuito famigliare, ricostruiti a fatica, resi con debite crocette diacritiche per i passi illeggibili, casi da laboratorio specialistico come le due varianti di "Nel bosco" e le ben sette varianti della ballatina "Passa Boote" con tutte le sue trasmigrazioni di sede (riesumata da un alto tecnico come Capovilla), come il repêchage polemico di certe saffiche (Lesbo: tre endecasillabi + quinario ABAb; ma b sarà, invece, settenario). Polemico? Contro gli studiosi, specie gli accademici, non a caso, secondo Garboli, distratti: "La saffica inquadra una scena da pennello mitologico un po' cafone fra Sette e Ottocento, un sogno erotico, ma lo dipinge con una forza di visione ingenua e incantata che non esclude qualcosa di derisorio", sentenzia il critico con l'affondo mordace e ossimorico che è il colpo più suo, in ogni piega dei tomi.

Già a disagio sulla chaise longue, il lettore dovrà alzarsi e guadagnare la biblioteca di bordo, se c'è, per trovare invece testi capitali come, per dire solo di due casi strepitosi, La poesia (incipit metapoetico dei Canti di Castelvecchio; come si può capire l'aspirazione alla leadership del popolo italiano senza questo testo?) o Italy (Poemetti). Nelle 3367 pagine non trovano posto. Cercherà ancora, che so, Arano nella sezione corrispondente di Myricae 1892; la troverà invece, senza titolo e con due varianti ("Nel campo, dove roggio per filare") tra gli opuscoli per nozze ('86-'91) a cui è annessa tutta l'importanza di testi essenziali per chi è intento quasi esclusivamente a scavare gli incunaboli myricei. Quando poi una delle punte più alte, Lavandare, la si trova ancora nella stessa sezione degli opuscoli per nozze, mentre di fatto non vi appartiene - fu aggiunta direttamente nelle Myricae 1894 -, il lettore comincia a sentire gli effetti dell'onda lunga. Proprio Lavandare? Cioè un testo in cui anche il critico più refrattario allo psicologismo accerterebbe il tratto simbolico erotico, qui invertito però nell'allusione all'improduttività, alla non fertilità (l'aratro senza buoi abbandonato nel campo senza seme)? Cioè, semmai, un antiepitalamio. E infatti, puntualmente, per fare tornare i conti Garboli sposta il tiro e ne fa una questione di gusto (e de gustibus...): "Un incipit come la prima terzina di Lavandare (...) sembra quasi offendere, con la sua tinta livida un po' troppo pronunciata, l'oggettività impersonale del poemetto originario". Ancor peggio poco dopo per Carrettiere, "una favoletta di gusto popolare non si sa perché caduta in mezzo alle primitive azioni sincrone".

Insomma: la coerenza poetica sarebbe solo nel nucleo originario dell'Ultima passeggiata per le nozze Ferrari-Gini e non nella omonima sezione di Myricae. Del resto sull'onda inarrestabile del romanzo intimistico che scruta le carte (e vi sorprende anche un disegnino di Ida "a seno nudo come una soubrette di avanspettacolo improvvisato", fino all'identificazione sensistica con il poeta: "la ragazza [Ida: "Al suo passare le scarabattole", che faceva godere Contini per altre ragioni] è fissata in un gesto che chissà quante volte il Pascoli avrà assaporato: si toglie il nastro che le tiene i capelli, e si libera da ogni maestà, da ogni regalità di massaia", in una noticina), Scalpitìo diventa un documento diaristico della rovina del nido e la "parodia di un certo gusto macabro-romantico della poesia popolare" e non la rappresentazione formidabilmente moderna di una nuova idea di spazio espanso e omogeneo che genera di per sé angoscia, liberato e libero da ogni riferimento diaristico, com'è, e come si può riconoscere se si dà tregua per un attimo all'archeologia erotica. Il merito di un poeta non sarà forse, spesso, di essersi innalzato sopra il proprio particulare?

Ma poiché il romanzo di Garboli si offre, e dichiaratamente, pure con i connotati timbrici del giallo, andremo difilati alla conclusione, ovvero al delitto, se c'è. Eccolo: a un passo dall'aver edificato con i Canti di Castelvecchio un libro nazionale capace di dare un'identità a tutti gli italiani, ma fallito in sostanza come aspirante "leader del popolo italiano", Pascoli ha poi scelto con Odi e Inni, i Poemi del Risorgimento, ecc., un'altra patria, l'Italia dei miti sabaudo-garibaldini e delle velleità coloniali, gettando un ponte tra l'antica romanità e l'Italia contemporanea, un ponte sul vuoto, "come dire le radici culturali, se mai sono state culturali, del fascismo". Non basta: "Ed è la ragione per la quale dobbiamo riconoscere in questo poeta di così schietta e sopravvissuta ascendenza talare, non si sa bene fino a che punto chierico o laico, quindi per definizione bilingue, il campione più legittimato a rappresentare quel segmento di storia e di cultura italiana che va dal 1870 alla marcia su Roma". Qui, abbandonato il piacere della navigazione, il crocierista andrà di passo svelto e nervoso - tanto più quando, appresso, proprio nel momento in cui voleva dimostrare almeno a se stesso che non siamo soltanto quella "roba lì", assiste all'arruolamento forzoso del tipo antropologico pascoliano alla "razza di chi rimane a terra", alla razza di chi ripete il suo "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", e dunque alla pascolinizzazione ideologica del Novecento più alto - fino a puntare i piedi contro una bitta.

Per due motivi. Uno indiscutibile. Perché è un appello: non regagliàmoglielo! Non offriamolo gratis sul piatto di finissimo oro di un tale "Meridiano" a chi lo ridurrebbe a peggior partito. Secondo, e discutibile. Benché inventore di tanti cascami - che alle nostra ipersensibilità potrebbero sembrare prefascisti almeno nel retrogusto, ma con illusione prospettica e anacronistica -, Pascoli pare meglio iscrivibile - documentabilmente, credo - in una certa temperie nazionalista e pure colonialista (ma non imperialista), per via "georgica": si va in Libia perché ognuno possa coltivare il proprio campetto, mini-Virgilio zappante sul suo, senza più la necessità dolorosa della grande Diaspora italiana: l'emigrazione. Del resto Italy è lì a dimostrarlo; ma qui il poemetto non c'è, anzi è tra quelli per cui Garboli confessa: "Non finirò mai di rimproverarmi d'averli esclusi". Nazionalista, "contadina", non industriale, non stracittadina, non macchinista, non tecnologica, non bellicista a oltranza, (ovviamente) non futurista, non dannunziana.

Ma la questione centrale, - il "delitto" -, è forse un'altra. Tutta sulle spalle del diretto interessato, colpevole di ciò che ha fatto e di ciò che non ha fatto: "È un grande peccato, grandissimo che un poeta come Pascoli non abbia saputo iscrivere la famiglia, il sangue, le viscere, i morti ammazzati, un tema così nazionale, dentro un sistema culturale adeguato" (quale? Una Recherche in versi? O un'Odissea interiore? per dire di casi estremi). Insomma: Pascoli sarebbe colpevole di non essere riuscito a costruire il vero, autentico romanzo anche culturalmente coerente, nella medesima misura in cui, in concreto, non ci ha raccontato la vera storia del nido, non ci ha raccontato da capo a fondo il ménage a trois, occultandolo dietro la leggenda dei morti e un niagara di lacrime. Questi i due rimproveri, i due grandi rimpianti in uno solo, di Garboli, che da grande e accanito critico diagnostico (Mengaldo) e narratore per commenti folgoranti e citazioni montate in sala di regia ci ha restituito, lui sì, con tutta la sua dolorosa e aggressiva consapevolezza culturale, una storia italiana. Il romanzo mancante.