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Poesie. Testo milanese a fronte - Carlo Porta - copertina
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Descrizione


«Vorrei evitare ai futuri milanesi la disgrazia di non poter piú comprendere e gustare Carlo Porta.» - Carlo Dossi, Note azzurre

Carlo Porta è uno dei piú grandi poeti italiani, e anche uno dei meno letti perché ha scritto i suoi versi in dialetto milanese, difficile ormai per gli stessi milanesi, e per i non milanesi quasi una lingua straniera che non si sa neppure come pronunciare. E sí che è un poeta molto divertente, molto narrativo: come ha scritto Raboni, «Porta e Belli non sono stati "soltanto" dei grandi poeti; sono stati anche - all'insaputa dei loro contemporanei e, forse, di loro stessi - i nostri Gogol´, i nostri Dickens, i nostri Balzac». Dunque questo libro nasce dal desiderio di far conoscere Porta al di fuori della cerchia dei filologi e degli specialisti in cui è finito. E nasce soprattutto dalla grande passione portiana di Patrizia Valduga, che ha selezionato i testi piú belli del poeta milanese e ha saputo riprodurne in italiano il verso e le rime mantenendone la straordinaria espressività.
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Dettagli

2018
16 gennaio 2018
167 p., Brossura
9788806236823

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Chi non si ricorda di Carlo Porta, dal libro di letteratura italiana delle superiori? In verità, probabilmente, in tanti poichè il Porta è uno di quegli autori ancora oggi in un certo modo 'proibiti' e quantomeno per due ben distanti caratteristiche: la difficoltà di comprensione del dialetto milanese di fine Settecento-inizio Ottocento (l'autore visse fra il 1775 e il 1821) è la seconda, mentre la prima è ovviamente la dimensione scabrosa e cruda degli argomenti trattati dal poeta lombardo. Eppure i più attenti al liceo ricorderanno quella citazione fugace insieme al Belli, poeta romano e romanesco dagli ostacoli affini, e cioè linguistici e contenutistici, ma ben più conosciuto a livello di pubblico. E quando infine si andava a sbirciare sul libro di letteratura alla ricerca del Porta non si poteva che rimanere sbalorditi dalla potenza e dall'incisività del suo linguaggio, spesso ruvido ma mai terra terra, comunque capace di eccezionali metafore e voli pindarici fra le parole, "belle" o "brutte" che esse siano. Con una sapiente selezione e la traduzione - e una nota iniziale - della poetessa Patrizia Valduga, Einaudi editore ha pubblicato a inizio 2018 questa validissima raccolta di poesie del pungente autore milanese, con testo a fronte in lingua originale: occasione perfetta per recuperare un'opera mai stanca di raccontare vizi, difetti, storture del genere umano sotto una luce perennemente colma di curiosità e di ironia.

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Cristiano Cant
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Non c'è niente da fare, il vernacolo manterrà sempre un'incisività e una prontezza che l'italiano non potrà mai sognarsi; impossibile raggiugerla. C'è in esso un calore come più prossimo e nostro, più intimamente verace e sincero, lontano dalla maniera obbediente e cortese della lingua concordata, meno schiavo. Lode dunque a questo mondo unico dove la scioltezza del canto si apre in una libertà più sovrana solo in apparenza chiusa nel perimetro di un lessico locale, ma alzata in una difesa e in un amore del proprio nido d'origine che ne fa un cosmo, una salvezza di antichi natali, di quei richiami radicati nel cuore, di quel sentimento. Quando di mezzo poi c'è la maestria del poeta, è giusto avvisare il lettore, ma l'esito non sarà deludente. Lo dice lo stesso Porta in questi versi: "I paroll d'on lenguagg, car sur Gorell,/ hin ona tavolozza de color,/ che ponn fà el quader brutt,/ e el ponn fà bell segond la maestria del pittor". Non credo serva tradurli, perché la bravura arriva da sola. E' la linguaccia fatta ai potenti che colma di bellezza questo volume, la rustica infilzata irrisoria, sapida, quel colpo di fioretto che denuda la rozza calotta degli illustri, la ridicolizza, la sgretola. Famosi i versi in prima persona contro l'ignorantissimo Marchesazzo, o Marchesone che vanta chissà che rango e invece è solo un becero zoticone analfabeta avvolto in mille piaceri: "Lu el ven luster e bell e el cress de pes/ grattandes con sò comod i mincion,/ e mì, magher e biott, per famma sti spes/ boeugna che menna tutt el dì el fetton". Tradotto: "Lei diventa lucido e bello e cresce di peso/ grattandosi con suo comodo i coglioni,/ e io, magro e spoglio, per mantenermi a galla,/ bisogna che muova il sedere tutto il giorno". La rima si perde, che importa, ma la forza arriva uguale. La poesia non mente mai se trova un degno bersaglio alle proprie frecce astiose. E' la più bella sfida all'ottusità che possa concepirsi, un ciuffo strappato all'ignobile parrucca del potere.

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Carlo Porta

(Milano 1775-1821) poeta italiano.La vita Nato in una famiglia di salde tradizioni borghesi, dimostrò subito notevole predisposizione agli studi, soprattutto alle discipline letterarie: inclinazione, questa, avversata dal padre, funzionario del governo austriaco, che s’augurava per il figlio un solido avvenire di burocrate. Ottenuto fra il 1798 ed il 1799 un impiego pubblico a Venezia, vi condusse una vita brillante, fra allegre brigate ed esperienze amorose; ma conobbe anche personaggi come A. Lamberti, ricevendone impulso a proseguire nella composizione di versi in dialetto, in cui si era già cimentato (al 1792 risalgono le sue prime prove, in particolare El lavapiatt del Meneghin ch’è mort), sulla scia d’una tradizione ben viva nella capitale lombarda (fra gli esempi più autorevoli quelli...

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