Il poligono della siccità

Diogo Mainardi

Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 1997
Pagine: 152 p.
  • EAN: 9788806141547
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recensione di Serani, U., L'Indice 1998, n. 1

Norberto Bobbio in "De senectute" (Einaudi, 1996) notava come attualmente nulla si crea di veramente nuovo. Forse questo breve romanzo di Diogo Mainardi - brasiliano di San Paolo, ma stabilmente in Italia affacciato sui canali di Venezia - offre al panorama delle lettere qualcosa di sufficientemente differente da poterlo definire nuovo; forse con "Il poligono della siccità" può nascere un "ismo" autenticamente nuovo: il "disseccazionismo". Da disseccazione, perché tale è l'operazione che compie Mainardi: svuotare dall'interno un intero genere letterario che dall'inizio del secolo ha creato del Brasile un'immagine che oggi il paulista europeizzato rifiuta. Il Brasile rigettato è quello della prosa regionalista, un genere che vede schierati, l'uno a fianco dell'altro, numi tutelari delle lettere brasiliane come Guimarães Rosa e João Cabral de Melo Neto a padri antichi e moderni come Euclides da Cunha e Graciliano Ramos. Quattro nomi esplicitamente menzionati dall'autore nel ventiquattresimo dei trentadue capitoli da cui è costituito il libro, che porta il sintomatico titolo di "Bibliografia".
E la bibliografia diventa rapidamente il manifesto di quello che abbiamo chiamato il disseccazionismo: "La letteratura ha solo il compito di distruggere le velleità dell'uomo circa se stesso. Il contrario di quanto si è fatto nella letteratura di questo secolo. Un secolo di letteratura da mandare al macero o da bruciare". Mainardi vuole distruggere le velleità dell'uomo mostrando che non necessariamente questi ha uno scopo nella vita. L'autore realizza il suo compito ispirandosi niente meno che alla manzoniana "Storia della colonna infame", trasportando in Brasile un fantomatico vendicatore del manzoniano Guglielmo Piazza, condannato dalla stupida ottusità di Caterina Rosa che lo accusa di essere untore. Sarà allora un untore vero, stavolta, a percorrere il "sertão" delle siccità e a seminare la morte tra quegli "eroi" della letteratura popolare divulgata in stampe a basso costo agli angoli delle strade (la cosiddetta letteratura di "cordel"), del teatro di João Cabral, delle ricostruzioni storiche di Euclides da Cunha, dei romanzi di Graciliano Ramos, dei racconti di Guimarães Rosa. Tutti gli eroi di carta sono uomini privi di scopo ultimo, sono tanti Caterina Rosa. Le loro imprese sono inutili e sciocche, specchio di malvagità inani, o di idiota incapacità di intendere e volere. Ecco allora un uomo-bue che giace con donne, un semimentecatto dedito alla necrofilia. E poi latifondisti irragionevoli, donne traditrici, cadaveri purulenti, il tutto sullo sfondo del terreno delle siccità, quel "sertão" (termine derivato del latino "desertus", che sta a indicare i territori incolti dell'entroterra) vero motore della letteratura regionalista, disseccata nelle pagine di Mainardi.