Curatore: F. Sbarberi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: XLIII-273 p., Brossura
  • EAN: 9788806172923
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Politica e cultura è un testo davvero straordinario, che era non solo opportuno ma, come dire?, doveroso pubblicare, tanto più in tempi come questi, quando entrambi i termini di quel binomio sembrano degradarsi irrimediabilmente. Straordinario per varie ragioni. Intanto per la scrittura: scritto nello stile cristallino, sobrio e insieme letterariamente coinvolgente che è proprio del miglior Bobbio. E poi perché frutto di un dibattito di cruciale importanza, e di alto livello, dipanatosi per più di quattro anni (e quali anni!) - dal marzo del 1951 all'agosto del 1955 -, con la partecipazione di interlocutori prestigiosi come Ranuccio Bianchi Bandinelli, Galvano della Volpe, naturalmente Togliatti, ma anche Caiani, Noventa, Fortini...
Ha ragione Franco Sbarberi nella sua bella e ampia introduzione, quando scrive che Politica e cultura "si staglia come un'opera chiave del filosofo: un crocevia di problemi ereditati dal passato e proiettati nel futuro; un punto d'incontro molto equilibrato tra le riflessioni militanti degli anni della Liberazione e quelle più disincantate, ma non per questo eticamente esangui, del lungo viaggio attraverso la guerra fredda". Un'opera chiave che ha, si potrebbe dire, tutti i requisiti che Bobbio stesso avrebbe indicato per identificare "un classico": in particolare, la capacità di un testo di sintetizzare i caratteri del proprio tempo offrendone una comprensione esemplare e, nello stesso tempo, la sua efficacia nel fissare principii, categorie, modelli di analisi "meta-storici", per così dire, validi in modo non contingente. "Idealtipi", sempre aperti alla rivisitazione, a nuovi usi e nuove interpretazioni.
Politica e cultura è d'altra parte un testo "a molti strati", in cui accanto a tematiche più evidenti emergono temi più "profondi", questioni più "implicite" ma non per questo meno cruciali. La prima problematica, quella per cui il libro è stato generalmente letto e assunto a emblema, riguarda, naturalmente, la figura dell'intellettuale. Il suo rapporto con la politica, con il potere, con l'impegno. E in particolare riguarda il tipo di intellettuale che Bobbio stesso si sforza di incarnare: l'intellettuale "mediatore", appunto, che costituisce il filo conduttore di tutti i saggi.
Il libro si apre con un elogio del dubbio - "Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dubbi, non già di raccogliere certezze" - e si chiude con un'apologia del dialogo: "Credo che la democrazia abbia bisogno, sempre maggiore bisogno, di intellettuali mediatori. Che Roderigo di Castiglia abbia ritenuto di dover rispondere a uno di costoro, permettetemi di considerarlo un buon segno". In mezzo molte variazioni su questo tema, precisazioni, approfondimenti, soprattutto sullo stile di lavoro. Annotazioni che andrebbero rilette spesso (e meditate) da chi fa il nostro mestiere e, soprattutto, da chi opera nello spazio pubblico della comunicazione. Come questa, per esempio: "Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva". Tracce di una civiltà scomparsa... da cui trapela l'ostilità, feroce, verso l'uso profetico della parola, ma anche verso l'intellettuale intrattenitore, il commentatore di mestiere, il "tuttologo" improvvisatore e superficiale che infesta oggi le pagine dei nostri giornali.
L'"intellettuale mediatore", dunque, nel senso di colui che si mette "in mezzo" (non "sopra", né "al di fuori"), tra le "persone", a contatto diretto con la vita collettiva, e con capacità di ascolto: "Prendere posizione - chiarirà infatti - non vuol dire parteggiare, ubbidire a degli ordini, opporre furore contro furore, vuol dire tender l'orecchio a tutte le voci che si levano dalla società in cui viviamo e non a quelle così seducenti che provengono dalla nostra pigrizia o dalla nostra paura". Ma "mediatore" anche in un altro senso, più vicino all'uso comune del termine: di colui che "media". Che anziché identificarsi con l'una delle parti in causa cerca di mettere a fuoco le possibili reciproche ragioni, e di distribuire equamente i torti, così da evitare il muro contro muro, lo scontro totale, le guerre "di civiltà", ragionando e non parteggiando.
Il secondo possibile registro di lettura, a uno strato più profondo del primo, è quello della libertà. È questo il vero nucleo teorico del libro. Politica e cultura è una lunga, articolata, complessa riflessione sul valore politico e sul concetto filosofico della libertà, rispetto a cui esemplare è il confronto con Roderigo di Castiglia (lo pseudonomo con cui Palmiro Togliatti firmava i suoi celebri e spesso polemici corsivi), entrato in campo relativamente tardi - alla fine del '54 -, con un intervento, tuttavia, destinato a dare al dibattito stesso un ruolo strategico. Un "duello" in punta di fioretto, assolutamente impensabile oggi (quale leader politico attuale potrebbe mai confrontarsi da pari, su questioni teoriche di questa portata, con un intellettuale raffinato come Bobbio?), e straordinariamente denso di implicazioni nel campo della politica come in quello della teoria.
Davvero qui abbiamo a confronto due visioni teoricamente opposte - ma politicamente non così antitetiche: il punto di vista del marxista storicista integrale, e quello del filosofo analitico d'impostazione illuministica. L'approccio dell'uomo d'azione che riduce tutto alla storia, ai suoi soggetti, alle sue formazioni sociali, ai suoi rapporti di forza, da una parte; e dall'altra quello del teorico di professione (ma non accademico), di formazione razionalistica e giuridica, attento alle definizioni, alla precisazione dei termini, alle distinzioni concettuali. Si leggano, a questo proposito, le prime righe di In tema di libertà , il primo dei due corsivi dedicati da Togliatti alle tesi di Bobbio, in particolare l'incipit dove il capo politico sembra liquidare con un semplice gesto della mano la complessità concettuale rilevata dal filosofo: "A noi non sembra che il problema della libertà sia così complicato, difficile e quasi impossibile a risolversi, come risulterebbe dallo scritto che vi ha dedicato recentemente Norberto Bobbio". E il passaggio immediatamente successivo, cortese - addirittura "amichevole" - nei toni, ma in cui, sotto il guanto di velluto si intuiscono gli artigli della tigre, e una vaga minaccia lasciata vibrare nell'aria: "Ci sembra invece che al Bobbio (...) si debba rivolgere l'amichevole ammonimento a non complicare il dibattito intorno alla libertà in modo tale e a non portarlo a tali conclusioni per cui, alla fine, si finisce per non trovarsi più dalla parte buona, si finisce per portare acqua, in ultima analisi, non al mulino della libertà ma a quello dei suoi nemici". E si legga, dall'altra parte, la replica di Bobbio, altrettanto cortese, e apparentemente (ma solo apparentemente) remissiva: "Credevo di aver contribuito a chiarire una questione alquanto oscura. Ed ecco che il mio interlocutore mi accusa di aver oscurato una questione perfettamente chiara".
Al filosofo Bobbio, che teorizzava la pratica del dubbio, il politico Togliatti, che mostrava di preferire di gran lunga la logica "amico/nemico", ricordava che era in corso - "in Italia e in tutto o quasi tutto il cosiddetto mondo occidentale" - un duro attacco alle più importanti libertà dei cittadini, in particolare nei confronti dei comunisti. E che la principale giustificazione di esso era appunto la necessità di restringere la libertà nel presente per evitare che fosse minacciata nel futuro da un qualche "totalitarismo". Poi, passando a un ordine del discorso meno contingente, ammoniva a non confondere la dimensione formale della libertà con quella sostanziale: "Per noi e per chi guardi le cose con serietà e le giudichi con sincerità imparziale, la libertà borghese è un 'ottimo' dell'ipocrisia, prima di tutto. Tutti i diritti sono in essa affermati, secondo i principii; ma l'esercizio di qualsiasi diritto può essere negato ed è negato, di fatto, a chi non si trova in quelle determinate condizioni materiali e sociali".
Bobbio, per parte sua, lavorava sul linguaggio. Con metodo analitico sezionava le parole giungendo alla conclusione che liberali e socialisti - nella fattispecie lui stesso e Togliatti - quando parlano di libertà non intendono la stessa cosa: "Con lo stesso termine - puntualizzava con rigore logico inconfutabile - i liberali intendono qualcosa come una 'facoltà di fare o non fare', i socialisti intendono invece qualcosa come un 'potere di fare'. I primi mettono l'accento sul non-impedimento da parte del potere giuridico nei confronti di ciò che mi è permesso di fare o non fare; i secondi più sul potere o potestà che lo stato mi attribuisce fornendomi i mezzi per fare alcunché. Per i primi libertà non è distinguibile da indipendenza, per i secondi non è distinguibile da potenza" (la quale, potremmo aggiungere, implica una dipendenza dell'individuo da quello stato da cui invece i primi volevano, più di ogni altra cosa, scioglierlo). La conclusione sarà cristallina: "È molto facile sbarazzarsi del liberalismo se lo si identifica con una teoria e pratica della libertà come potere (in particolare del potere della borghesia), ma è assai più difficile sbarazzarsene quando lo si consideri come la teoria e la pratica dei limiti del potere statale, soprattutto in un'epoca come la nostra in cui sono riapparsi tanti stati onnipotenti".
Dunque, due concezioni della "libertà" teoricamente (forse meglio: ideologicamente ) opposte. E tuttavia, si diceva, e contrariamente alle apparenze, politicamente non incompatibili. Nè tantomeno inconciliabili o, peggio, incomunicanti ché, anzi, tutto il discorso di Politica e cultura punta alla necessità del dialogo (del "confronto") tra liberali e comunisti. Insiste sull'utilità della reciproca contaminazione, da cui tanto gli uni quanto gli altri avrebbero qualcosa da guadagnare: i liberali quella sensibilità "sociale" che altrimenti mancherebbe loro, sempre a rischio di vedere l'umanesimo delle origini trasformarsi in gelido "individualismo possessivo" ("Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a veder la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova, immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola dell'interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni"); i comunisti il rispetto di quei diritti individuali (dell'uomo, in quanto tale, e quindi non "borghesi", o "feudali", o "socialisti" ma universali) senza i quali qualunque potere si trasforma in oppressione e tirannide.
Il che introduce al terzo "strato" o al terzo livello di lettura del libro, che è costituito dal tema del conflitto e della pace: della gestione culturale del conflitto, in presenza di pur radicali distanze ideologiche e di altrettanto radicali "alterità" politiche, così da controllarne la distruttività e garantire, in qualche modo, la È questa - della costruzione di un possibile ordine pacifico tra gli uomini che ne permetta la coesistenza - la preoccupazione essenziale intorno a cui ruota tutta la riflessione filosofico-politica (ma anche quella giuridico-politica) bobbiana. Su quel fine è plasmata, potremmo dire, la sua stessa epistemologia, la chiave profonda del suo metodo argomentativo sistematicamente orientato alla chiarificazione del linguaggio, al "lavoro sulle parole" così da produrne il rischiaramento, precisarne il significato condiviso, o condivisibile, e favorirne l'utilizzabilità in un dialogo vero. A quello stesso obiettivo è finalizzata, d'altra parte, la sua teoria della democrazia , in quanto strumento procedurale finalizzato alla formulazione di decisioni collettive in modo incruento: contando le teste anziché tagliarle! E in questo scopo si sostanzia, in ultima analisi, il vero ruolo strategico dell'"intellettuale mediatore": colui che elaborando il linguaggio prepara la via alla neutralizzazione del conflitto con un lavoro profondo di "traduzione", di chiarificazione dei rispettivi lessici che sia anche (come ogni lavoro di "traduzione), capacità di calarsi nei reciproci "punti di vista", di "vedere" l'altro (di riconoscerne le possibili ragioni) e, insieme, di "vedersi" con gli occhi dell'altro (di riconoscere i proprio possibili torti) istituendo un meccanismo di reciprocità che è il prerequisito essenziale della convivenza.

Marco Revelli