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La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza

Giovanna Providenti

Editore: Villaggio Maori
Collana: La modesta
Anno edizione: 2016
Pagine: 208 p., Brossura
  • EAN: 9788890356971
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Non era facile, davvero, raccontare una vita così luminosamente accidentata come quella di Goliarda Sapienza, paradossale ma non isolato caso di scrittrice postuma, riconosciuta e apprezzata solo post mortem, e costituiva un'ulteriore sfida confezionare modelli rappresentativi per una personalità che spesso nei romanzi autobiografici offre in piena luce una speciale sensibilità da "scorticata". Forte di un lungo, tenace e amoroso lavoro di ricerca intorno a Goliarda (che ha conosciuto anche, com'è giusto che sia, momenti di distacco e quasi di odio), Giovanna Providenti c'è riuscita: questa sua biografia intitolata La porta è aperta, che era stata segnalata al Premio Calvino 2009, è una ricostruzione documentatissima delle opere e dei giorni di Goliarda e insieme una narrazione di intenso respiro. Decisiva la scelta delle strategie narrative: la prima consiste nell'adottare quell'ironico avviso che la scrittrice apponeva all'ingresso del suo attico romano, "la porta è aperta", come metafora di vita e di scrittura. La porta è sempre aperta nei pensieri e nei sentimenti di questa donna che prima di rinascere, per virtù di magmatica scrittura, a quarant'anni, è stata "pupara" a Catania, attrice di teatro e di cinema, "cinematografara" a Roma, insieme a Citto Maselli. Ma nello stesso tempo ogni porta introduce a nuovi livelli di profondità.
La seconda strategia fa perno sulla figura di Modesta, la vitalissima protagonista di L'arte della gioia (1998; Einaudi 2008) che più volte, nel corso della biografia, viene messa a confronto con Goliarda: i loro destini, di carta e di sangue, si incrociano, ora accarezzandosi e regalandosi reciproca comprensione, ora sprizzando scintille al contatto.
Opportunamente Providenti fa iniziare il racconto su Goliarda ben prima della sua nascita: perché questa donna non ha genitori qualunque, e la sua storia familiare costituisce già di per sé un romanzo di idee e di avventure. Si parte dunque da Maria Giudice, fervente socialista e agguerrita sindacalista; anzi, è lei stessa, con tipico espediente narrativo, a ripensare ai primi quarant'anni della sua vita (un'attività politica che le è valsa una condanna a tre anni di reclusione, la morte in guerra del suo compagno Carlo Civardi, sette figli dispersi tra collegi e parenti) durante un viaggio in treno compiuto il primo gennaio 1920 che cambierà il corso degli eventi. A Catania l'aspetta l'avvocato socialista Peppino Sapienza, uomo generoso e veemente, passionale nella vita come nella politica: il padre di Goliarda. Come si viveva, a casa Sapienza, nella Civita catanese – una grande famiglia allargata, ideologicamente integra e sentimentalmente ambigua – la scrittrice l'ha più volte raccontato, con irrequiete rielaborazioni, nei suoi romanzi, a partire da Lettera aperta (1967; Sellerio, 1997) fino a Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010), in cui appare evidente come la sua passione verso l'indefinita luminosità del cinema si configuri come una via di fuga dall'ideologia che si respira in casa. Perché, come scrive Goliarda in Il filo di mezzogiorno (1969; La Tartaruga, 2003), romanzo che mette in scena la terapia psicoanalitica a cui si sottopose per tre anni: "Mi scusi, dottore, ma oltre i traumi infantili, il padre e la madre, c'è anche la storia".
Nata nel 1924 e dunque cresciuta in un'epoca totalitaria all'interno di una famiglia socialista, Goliarda realizza nella sua maturità che i suoi genitori combattevano la dittatura "con la stessa stentorietà e retorica propria del fascismo. Questo li faceva – l'ho scoperto con l'orrore che potete immaginare – un po' fascisti". È questa consapevolezza, unita a un invincibile desiderio di libertà, che già la spingeva, bambina, verso il cinema Mirone o nei vicoli della Civita, a vaccinarla contro ogni tentazione di appartenenza ideologica, contro ogni confessione, contro ogni concezione utilitaristica dell'arte e perfino del proprio talento. È questa consapevolezza a inclinarla decisamente verso la leggerezza dell'ironia, l'impagabile beneficio del dubbio – Le certezze del dubbio si intitola uno dei suoi romanzi più belli e meno conosciuti (1987; Rizzoli 2007) –, la ricerca e la pratica della gioia. "Oh dolorismo donnesco e poetale quanto ti detesto" annota, in data 3 febbraio 1989, in uno dei suoi inseparabili taccuini: la repulsione verso il "dolorismo", interpretato come la più tipica delle gabbie femminili, e la tensione verso la gioia percepita come "il pezzo di radice sana" che può veramente rinnovare noi stessi e gli altri, costituiscono il nucleo fondante di L'arte della gioia.
Servendosi con amorosa intelligenza dei rivelatori taccuini della scrittrice e attingendo largamente, come si è visto, alle parti inedite dei romanzi, la biografia riesce a gettare nuova luce anche su quest'opera. I personaggi che si muovono al suo interno, componendo un magnifico e controverso affresco del Novecento, sono ispirati a persone conosciute dalla scrittrice o appartenenti al mondo dei suoi genitori; le complesse vicende, talvolta anche drammatiche, sembrano svolgersi sul filo di una sotterranea ritualità; ma l'aspetto più interessante che ci indica Providenti è l'esemplarità di Modesta, una creatura così coraggiosa e determinata, modellata per realizzare un eversivo progetto di autenticità e di libertà estrema: ma la sua autrice non era così. C'è sempre, in Goliarda, qualcosa di imprendibile e di mai pacificato; i pensieri e i sentimenti che affiorano dai suoi taccuini, le accidentate vicende personali, le ambivalenti storie e la stratificata espressività dei suoi romanzi si sottraggono a ogni tentativo di definizione troppo ravvicinata; e merito ulteriore e grandissimo di questa biografia è quello di aver dato pieno diritto di cittadinanza al rispetto di questa sua irriducibilità.
Forse è proprio questa l'ultima porta aperta.
Maria Vittoria Vittori

Sono grata a Giovanna Providenti per quest’assoluto atto d’amore: ricostruire la vita di una grande scrittrice che, per aver osato uscire da ciò che ci si aspettava da una signora che scrive, è stata respinta, isolata, oltraggiata da una critica polverosa, presuntuosa e terrorizzata da ogni imperio letterario femminile libero e imprevedibile, che osi uscire dai canoni fissati dalle mode. Spero che questa volta i critici e gli editori si accorgano subito del valore di La porta è aperta, una biografia rigorosa eppure costruita come un romanzo appassionato che comincia molto prima che Goliarda nasca, raccontando come in una saga le vite dei suoi singolari genitori. Capitolo dopo capitolo Giovanna Providenti intreccia spesso la vita di Goliarda a quella di Modesta, la protagonista di L’arte della gioia, in un gioco di specchi che riflettono due vite singolari, temibili, appassionate che non hanno paura dello scandalo né dell’irregolarità né della crudeltà. È un lavoro sapiente quello di Giovanna che fa riflettere anche su come dieci, trent’anni fa, malgrado il femminismo, malgrado l’apparente libertà, la femminilità potesse ancora essere una prigione, una esclusione, un’invisibile ragnatela che certe volte pare calare tuttora su donne che non stanno alle regole, ai nuovi conformismi in cui si cerca di rinchiuderle. Minuziosa, ricca, documentata, raccontando un personaggio difficile e ancora sconosciuto, se non per i fatti ormai noti (il cinema, il teatro, un furto, l’impegno politico, la prigione, la miseria, gli amori), questa biografia riesce a farne un grande personaggio: a comunicarci quanto la figura anomala di Goliarda sappia parlarci di quella ribellione, e di quel dolore silenzioso che tante donne quasi sempre nascondono per difendersi dalle ferite del mondo. (Natalia Aspesi dalla motivazione al Premio Calvino 2009, di cui il testo è stato finalista.)