Potere e mercati in Sicilia (secoli XIII-XVI)

Stephan Epstein

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1996
Pagine: XVII-474 p.
  • EAN: 9788806131333

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recensione di Petralia, G., L'Indice 1997, n. 1

Fine, almeno per il medioevo, delle "due Italie"? Erano stati i nostri maggiori, da Luzzatto a Cipolla, a incidere a lettere capitali nella storia economica nazionale, a fronte dei fasti mercantili e industriali dei liberi Comuni, l'enunciato della subalternità della crescita agraria del Mezzogiorno. Sulla scia di David Abulafia ("Le due Italie", Guida, 1991, ed. orig. 1977), è toccato poi a Philip Jones e Maurice Aymard - nei primi annali della storia einaudiana (1978) - elevare la complementarietà nord-sud e lo scambio manufatti-grano a colonne portanti (e zavorra) dello sviluppo italiano preindustriale. Esattamente dieci anni fa, la "thèse d'état" di Henri Bresc ("Un monde méditerranéen. Économie et société en Sicile, 1300-1450", École Français de Rome, 1986) ha provveduto infine a offrire al dualismo il monumento della Sicilia immobile.
Di tutto ciò Epstein punta a lasciare in piedi poco altro che anticaglie per la storia della storiografia. Il suo libro contesta i dati e gli argomenti correnti sulla dipendenza dalla domanda estera dell'economia isolana, ma soprattutto dimostra che, se c'è un periodo sbagliato per discorrere di stagnazione della società siciliana, questo è il tardomedioevo. La peste del 1348, facendo del lavoro un fattore più scarso della terra, offrì a tutte le regioni europee l'occasione di una crescita di tipo nuovo, fondata su una più equilibrata distribuzione della ricchezza e su una domanda non solo aristocratica di merci e manufatti, su mercati competitivi più ampi e integrati. Alla sfida ciascun sistema locale rispose in modi diversi, che Epstein non ritiene determinati né dal "deus ex machina" demografico né dall'esito di generici conflitti di classe, bensì da più complessi rapporti fra istituzioni e mercati. La Sicilia - ed è forse quel che più preme all'autore - è un ottimo banco di prova per questa alternativa analitica allo scontro fra neomalthusiani e marxisti profilatosi ne "Il dibattito Brenner" sulla transizione (Einaudi, 1989). Vastità del demanio e ritrovata forza dello stato, assenza di vincoli alla mobilità contadina e scarsità di lacci corporativi urbani, consentirono di centrare il bersaglio quattrocentesco della ripresa produttiva e demografica in un contesto di rinnovamento sociale, di ridistribuzione degli uomini sul territorio, di integrazione regionale dei mercati. Per due secoli i nuovi settori dello zucchero e della seta, più del grano, mantennero la nuova struttura siciliana in prima fila tra le economie del Mediterraneo.
Cancellato l'assioma dell'immobilità e quindi il caposaldo di un'arretratezza già medievale, Epstein non rinuncia a formulare un'ipotesi sulla decadenza successiva del Sud. Di fronte alla crisi del Seicento, la Sicilia si ritrovò priva di industrie e di propri uomini d'affari in grado di proiettarsi autonomamente su nuovi mercati, mentre nel regno napoletano il peso della feudalità aveva prolungato anche oltre il tardomedioevo la frammentazione locale degli scambi. Risultò così impedito quello sviluppo di un'integrata economia sovraregionale che avrebbe potuto consentire all'insieme dell'Italia meridionale un'adeguata risposta al crollo della domanda internazionale. Riaffiorano, in un nuovo contesto, elementi classici del vecchio paradigma. È quanto basta a garantire che di élite, feudali e imprenditoriali, di forma di stato e di mercanti stranieri, di città e campagne nel Mezzogiorno si continuerà a discutere appassionatamente.