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La prassi della censura nell'Italia del Seicento. Tra repressione e mediazione

Marco Cavarzere

Collana: Temi e testi
Anno edizione: 2011
Pagine: 288 p.
  • EAN: 9788863722819

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Dedicato alla censura ecclesiastica nell'Italia del Seicento, il libro ne porta alla luce i tratti generali, sottolineando le peculiarità del secolo esaminato rispetto sia all'età tridentina sia alla fase settecentesca. Le tre parti in cui il volume è diviso testimoniano la completezza della ricerca, che considera istituzioni, censori e censurati. Al centro della prima parte sono i vari organismi preposti al controllo dei libri, dal Maestro del Sacro Palazzo, destinato via via a perdere funzioni, al tribunale dell'Inquisizione, la cui vittoria significò un ampliamento dei poteri anche in campo censorio, dalla Congregazione dell'Indice, su cui si concentra l'analisi, alle magistrature secolari dei vari stati italiani. Ne emerge un quadro che vede il dominio della censura ecclesiastica, la cui azione fu sempre più circoscritta alla penisola italiana, escluse la Sicilia e la Sardegna, sottoposte all'Inquisizione spagnola. Nel corso del XVII secolo la censura non colpiva più i protestanti, tradizionali avversari della chiesa uscita dal Concilio di Trento, bensì nuovi nemici, vale a dire quanti elaboravano risposte eterodosse sul piano della filosofia, della politica e della scienza (basti ricordare la condanna di Galileo). Riguardo agli strumenti di diffusione dell'eterodossia, va detto che, se la censura poteva esercitarsi su ogni tipo di materiale a stampa (fogli volanti, ricette, immagini ecc.), a richiamare l'attenzione erano però soprattutto i libri, compresa la produzione minore. Nella seconda parte del volume, l'esame del mondo dei censori evidenzia la loro provenienza dallo stesso milieu culturale degli scrittori: a mutare, nel Seicento, fu in effetti anche la relazione fra i censori e i censurati. Pur nel quadro di un rapporto che restava asimmetrico, essi non facevano più parte di universi separati e contrapposti, ma intrecciavano fra loro "relazioni pericolose".
I censori, spesso membri di congregazioni religiose, accedevano al ruolo grazie ai legami di patronage intrattenuti all'interno della curia romana; gli autori, dal canto loro, si servivano delle relazioni con le élite ecclesiastiche, romane e periferiche, per tentare di condizionare gli esiti della valutazione delle loro opere. I censori erano insomma mediatori fra le ragioni della chiesa e le ragioni dei letterati, come prova tra l'altro una fonte preziosa quale il diario del Maestro del Sacro Palazzo Raimondo Capizucchi e come provano le vicende, scelte a esempio, di Lodovico Sergardi e Francesco Bianchini, che, come molti altri, dovettero vivere la contraddizione tra il loro presunto ruolo di giudici severi e la loro appartenenza al mondo degli autori.
La terza parte affronta il problema della censura dal punto di vista degli scrittori condannati, servendosi delle suppliche inviate da costoro alla Congregazione dell'Indice e facendo così emergere le forme di negoziazione ufficiale tra autori e istituzioni romane. Accanto alla condanna definitiva di un testo, esisteva infatti la misura sospensiva legata alla proibizione donec corrigatur, una formula che apriva la strada all'autoespurgazione: iniziativa volontaria, certo, ma che doveva tenere conto delle indicazioni fornite dalla Congregazione dell'Indice e che, per di più, non doveva essere resa pubblica. Non pochi sono poi i casi di autocensura preventiva, quella che avveniva direttamente nelle coscienze degli autori quale esito della presenza stessa dei tribunali della repressione (valgano gli esempi di Alessandro Tassoni, autore della Secchia rapita, pubblicata a Parigi nel 1621, e di Torquato Accetto, che in riferimento alla sua opera Della dissimulazione onesta del 1641 trattava di una scrittura "cicatrosa").
Il Seicento, dunque, non è l'epoca delle condanne senza appello e dei roghi di libri. Quella ricostruita con intelligenza dall'autore è invece una storia, non meno drammatica, di riscritture, autocensure e dissimulazioni, da cui trapela l'ampia deferenza verso le istituzioni romane da parte di molti scrittori, sottoposti a pressioni più o meno esplicite. Certo, non mancarono le resistenze a questo progetto di "addomesticamento del pensiero", prima fra tutte la dissimulazione, che significava difesa di spazi di libertà. Ma esse appaiono diffuse soprattutto tra le élite, secondo il tradizionale regime di doppia verità che permetteva ad alcuni (i libertini, per esempio) di vivere in un regime di libertà vigilata a patto però di praticare forme di nicodemismo e di mantenere segreta la loro verità. Questa commistione fra aristocrazia intellettuale e istituzioni repressive, di cui l'autore sottolinea con acutezza la complessità, non impedì affatto, ma anzi rese possibile, il funzionamento della censura a svantaggio dei gruppi che avevano un difficile accesso al mondo dell'alfabeto e della cultura (donne e ceti popolari).
Patrizia Delpiano