Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1998
Pagine: 109 p.
  • EAN: 9788806150280

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    Brando Bolis

    17/06/2014 23:26:59

    Una dimostrazione di vita votata unicamente al Vangelo e alla libertà, anche a costo di andare contro quelli che erano i suoi superiori. Questa è la storia di don Raimondo Viale, sempre dalla parte dei più umili e più maltrattati, vero antifascista e oppositore di tutte le dittature. Un libro carico di emozioni che permettono di vivere aspetti quotidiani e umili di un sacerdote che prima di tutto era cittadino e uomo e che non abbassava mai la testa di fronte alle ingiustizie, costi quel che costi.

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    alberto genovese

    28/07/2002 17:17:45

    Cento libri sul fascismo non ci diranno cos'è stato il fascismo com'è capace di dircelo questo libro. Cento trattati di filosofia non ci farebbero capire cosa sono la giustizia e la dignità umana com'è capace di insegnarceli questo libro. Una testimonianza epica ed umile, una storia così vera da sembrare inventata. Quando Gesù disse ai suoi apostoli che le porte dell'inferno non sarebbero prevalse sulla comunità dei cristiani, sapeva che a guardia del Bene vi sarebbero stati uomini come don Raimondo. E' grazie ad essi (di quelli che son stati e di quelli che saranno) che la Chiesa è sopravvissuta e sopravviverà a tutti i suoi errori. (Trapani, luglio 2002)

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recensione di Bianchi, E., L'Indice 1998, n.11

Con questi nostri incontri ho rivissuto alcuni momenti della mia esistenza. Ma non ho detto tutto... Ho sbagliato a non scrivere, a non raccontare tutto il dramma che ho vissuto... Mi dico: 'Perché non ho mai scritto? Che cosa aspetto a scrivere?'". Così riflette ad alta voce don Raimondo Viale, verso la fine della narrazione della propria vita a Nuto Revelli. Eppure questo prete ormai anziano e malato non era certo uomo restio a parlare. "Chiudere la bocca a me? Era più facile chiuderla a un leone. Sono sempre stato devoto di San Raimondo. Gli chiudevano la bocca a San Raimondo, con un lucchetto, e ogni tre giorni aprivano il lucchetto per infilargli in bocca qualcosa da mangiare. San Raimondo ha resistito a quel martirio". E a don Raimondo più volte avevano cercato di mettere un lucchetto: prima alcuni avvertimenti, poi gli squadristi che lo picchiano a sangue, infine le autorità fasciste che lo inviano al confino dopo una sua predica contro la guerra imminente. Eppure nessuno riesce a far tacere o a fermare quest'uomo: che si tratti di difendere una vittima dell'ingiustizia, o di urlare forte la resistenza di fronte all'iniquità dilagante, o di infondere parole di conforto a dei partigiani condannati a morte, o ancora di suggerire a centinaia di ebrei le vie di nascondimento e di prudenza attraverso le quali evitare la deportazione, sempre le parole di questo prete appaiono in tutto il loro spessore biblico di parole-azioni, di interventi efficaci, che provocano ciò che annunciano. Non una parola risuona invano perché nessuna è separata da un gesto, da un'azione concreta che mira a realizzare ciò che la bocca proferisce.
In realtà qualcuno riuscirà a farlo tacere per lungo tempo: sarà l'autorità ecclesiastica che, molti anni dopo la guerra, arriverà a privarlo della sua parrocchia di Borgo San Dalmazzo, ad allontanarlo dalla sua gente e, misura di estrema gravità per un prete che "nonostante tutto crede nella Chiesa, in Gesù Cristo...", a sospenderlo "a divinis", a vietargli cioè quell'amministrazione dei sacramenti che costituisce il mandato pastorale di ogni prete. Di fronte a quella che considera "una pugnalata nella schiena", don Viale tacerà a lungo. Anche quando, verso la fine della vita, già minato dalla malattia, confinato nell'angusto spazio di una cameretta in una casa di riposo, sollecitato da quell'autentica "voce dei dimenticati" che è Nuto Revelli, avrà la possibilità di narrare tutta la sua esistenza di fronte a un interlocutore attento e solidale e al caro amico Mario, don Raimondo sorvola veloce su quella ferita profonda che ancora sanguina: non fornisce alcuna indicazione su cosa sia avvenuto, di quali accuse sia stato oggetto, su quale comportamento gli abbia procurato quell'isolamento e quell'emarginazione così amari. Nessun dettaglio, solo l'espressione di un dolore immenso.
Così i cinque incontri registrati di circa tre ore l'uno, le oltre trecento pagine di trascrizione sono l'occasione per narrare non tutta la vita ma gli anni che don Raimondo stesso ritiene cruciali: soprattutto l'infanzia, il seminario, il periodo del fascismo e della Resistenza. Da questo bisogno di narrare, da questo felice incontro tra uno scrittore che si considera "un cultore delle fonti orali, un manovale della ricerca, non uno storico" e un "povero prete" che sembra percepire che non sarebbe giusto morire senza aver narrato alcune cose serbate nel cuore per decenni nasce un documento di grande spessore spirituale. Toccanti nella loro cristallina semplicità quasi infantile le pagine sugli anni dell'infanzia; sconvolgenti per grandezza d'animo e dignità umana quelle relative all'ultimo incontro con tredici partigiani in attesa della fucilazione; scarne e modeste quelle dedicate al furtivo, efficace, rischiosissimo prodigarsi per assicurare cibo, protezione e salvacondotti ad alcune centinaia di ebrei in fuga dalla Francia.
Proprio questa sua azione nascosta verrà alla luce negli anni bui dell'isolamento; nella primavera del 1980 "il miracolo: don Viale diventa uno dei 'Giusti' di Israele, e questo riconoscimento gli ridona la vita". Davvero uno squarcio di sole nella nebbia dell'oblio: i pochi giorni trascorsi in Israele, assieme ai suoi "fratelli ebrei" per ricevere l'onorificenza e assistere alla messa a dimora di un albero con il suo nome nel "viale dei Giusti delle genti" a Gerusalemme, sono "i più intensi e i più sereni della sua esistenza". Di essi purtroppo il racconto fatto a Revelli non reca traccia, non perché don Viale non lo consideri importante ma, all'opposto, perché proprio quell'evento è già stato l'oggetto dell'unica eccezione al silenzio abbracciato per lunghi anni: il "Diario del viaggio in Israele", stilato da don Raimondo stesso e pubblicato postumo nel 1994.
Nuto Revelli - che lascia sgorgare con naturalezza la "confessione" del prete e che, dopo averla riportata fedelmente, la ripercorre tratteggiando per il lettore i colori e i suoni, le pause e i ritmi di quel lungo monologo - annota che don Raimondo compì "la scelta istintiva di schierarsi dalla parte "giusta"". Anche questo spiega il titolo dato al libro, ma va precisato che la parte scelta da don Viale era quella "giusta" non in quanto quella che risulterà "vincente" bensì in quanto quella che difende la "giustizia" di fronte all'iniquità, che testimonia la misericordia di fronte ai miseri, che manifesta la magnanimità di fronte ai pusillanimi.
Le parole che chiudono il racconto sono rivelatrici dello spirito con cui don Viale ha acconsentito ad aprire il proprio cuore di fronte a un appassionato del "mondo dei vinti": "Mario mi ha detto che tu, Nuto, una notte hai pregato per me... Io non so se tu Nuto preghi o non preghi, non posso saperlo. Ma può darsi che tu abbia dedicato un pensiero a me, in quei momenti più bui. Può darsi. Una preghiera "non* con le mani giunte".
Le mani di questo "povero prete", che si sono "giunte" tante volte nella preghiera, hanno sempre saputo disgiungersi per impedire che un essere umano fosse trattato in modo disumano, e questo perché non si sono mai disgiunte da un cuore capace di amare. Come debitamente conclude Revelli, non tutti hanno diritto di "riappropriarsi di quest'uomo "giusto"", ma solo quanti dalla sua "giustizia" hanno ricevuto vita e quanti sanno riconoscere le energie vitali che quella giustizia emana ancora oggi.