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Roberto Casati

Editore: Laterza
Edizione: 2
Anno edizione: 2011
Pagine: 203 p. , Brossura
  • EAN: 9788842095491
Non credo che sia mai facile, scrivere una "prima lezione" di questo o di quello: bisogna fare i conti con l'identità della propria disciplina, una questione che lo specialista tende a rimandare a quando avrà il tempo di pensarci con calma, cioè, di solito, sine die. Ma sembra particolarmente difficile scrivere la Prima lezione di filosofia: non perché la filosofia sia più ardua di altre discipline, né perché, essendo la filosofia la "regina delle scienze", affrontare la questione richieda conoscenze smisurate e presunzione luciferina, ma semplicemente perché l'identità della filosofia è più incerta e controversa. È facile essere tentati di cavarsela con la storia: cioè raccontare qualche episodio importante della vicenda storica della filosofia, non perché si sia adepti della tesi gentiliana dell'identità di filosofia e storia della filosofia, ma sperando con Wittgenstein che gli esempi, e le varie parentele e somiglianze tra di essi, siano essi stessi la risposta alla domanda su che cos'è la filosofia.
Roberto Casati non cede alla tentazione, e si assume la responsabilità di una definizione teorica: la filosofia è "negoziazione concettuale", cioè il tentativo di trovare un accordo su che cos'è X (che cos'è un'opera d'arte, una famiglia, un cittadino, un pianeta). L'attività negoziale del filosofo può svolgersi in qualsiasi circostanza, ma è particolarmente sollecitata quando "dei cambiamenti in quello che sappiamo o in quello che facciamo esercitano una pressione sulle idee nelle quali fino ad allora ci eravamo cullati riguardo alle situazioni del mondo che ci circonda", cioè quando un cambiamento sembra imporre l'esigenza di una ridefinizione dei concetti in cui pensiamo. Viene fuori, ad esempio, che il corpo umano è una specie di macchina; oppure, le comunità cominciano a dotarsi autonomamente di leggi (invece di limitarsi a ereditarle dalla tradizione); o, ancora, le divisioni religiose generano guerre e violenze inaudite, che devono essere fermate. Questi cambiamenti hanno prodotto negoziati concettuali di cui sono stati protagonisti grandi filosofi (rispettivamente Cartesio, Platone e Locke, tra gli altri); ma, secondo Casati, chiunque lavori alla ridefinizione di un concetto svolge attività di filosofo, quale che sia la sua professione ufficiale. Di conseguenza, c'è molta filosofia fuori dei dipartimenti di filosofia.
Infatti il libro di Casati comincia in un'aula di tribunale: quella in cui si discusse la causa intentata da Constantin Brancusi al governo degli Stati Uniti. Nel 1926, un'opera di Brancusi, Oiseau dans l'espace, non aveva ottenuto l'esonero dal pagamento dei diritti doganali che le sarebbe spettato se fosse stata classificata come opera d'arte. Era invece stata classificata come utensile da cucina, e perciò il suo importatore aveva dovuto sborsare 240 dollari. Brancusi vinse la causa, perché il giudice decise che il suo Oiseau aveva abbastanza caratteristiche in comune con quelle che tradizionalmente erano considerate opere d'arte da poter essere a sua volta considerato tale: l'oggetto era "bello, dal profilo simmetrico", e, anche se non era facile associarlo a un uccello, era però "gradevole allo sguardo e altamente ornamentale". La decisione non pare una pietra miliare dell'estetica moderna; e tuttavia, dice Casati, "sblocca la vita: si può ricominciare ad agire, e lo si può fare con consapevolezza". L'esigenza del negoziato, infatti, nasce quando l'azione è bloccata da un'incertezza nella nostra rappresentazione del mondo: ci sono oggetti che sembrano sfuggire alle nostre categorie. Bisogna fare qualcosa.
È in queste circostanze che interviene il filosofo; non a dire come stanno le cose in realtà (la filosofia, per Casati, non è una scienza che dice come è fatto il mondo), ma a elaborare una "cartografia delle possibilità". Si tratta cioè, in primo luogo, di esplicitare le soluzioni possibili del problema, che non sono tutte immediatamente ovvie, le loro conseguenze, anche queste a prima vista non ovvie, e i loro costi: una soluzione tiene fermo un certo materialismo intuitivo, ma sacrifica il principio di contraddizione: forse il costo è maggiore del beneficio. L'obiettivo è il raggiungimento di un equilibrio negoziale: una soluzione i cui costi non soverchiano i benefici. Casati illustra efficacemente questo modo di procedere discutendo un antico problema di ontologia, quello della nave di Teseo. Teseo salpa dal Pireo con la sua nave, e nel corso di un lungo viaggio la ripara via via, sostituendo le travi marce con travi nuove (ma conservando i vecchi materiali). Al ritorno dal viaggio, tutte le parti della nave sono state sostituite. Con i materiali originali, che ha conservato, Teseo rimonta una nave e la conserva per ricordo nel cortile di casa. Ora ci sono due navi: quella su cui Teseo è approdato al Pireo e quella che conserva in cortile. Quale di queste due navi è quella con cui Teseo era a suo tempo partito dal Pireo? Quella in cortile, fatta con i materiali originali (e che fino a poco prima era solo un mucchio di assi e chiodi), o quella a bordo della quale Teseo è tornato a casa e su cui ha ininterrottamente viaggiato (è proprio così?) dalla partenza all'arrivo? O nessuna delle due: la nave con cui Teseo è partito è sparita? Un classico problema di identità, su cui si possono sperimentare (come in un laboratorio) soluzioni a problemi di ben maggior momento. Casati elenca tredici ragionamenti che portano all'una o all'altra conclusione, o a conclusioni ancora diverse, per esempio che le due navi sono entrambe la nave di Teseo (esercizio per il lettore: immaginare almeno cinque delle tredici soluzioni. Chi ci riesce è ben avviato allo studio della bioetica).
Forse, però, il lettore, lungi dal desiderare di esercitarsi sui problemi dell'identità, sarà a questo punto preda dell'esasperazione: che c'entra tutto questo con Platone, Cartesio e Kant? La risposta è che c'entra molto, e per almeno due aspetti. Anzitutto è piuttosto evidente, se ci si riflette anche solo un attimo, che questi grandi filosofi hanno dedicato una parte importante della loro immensa energia intellettuale a convincere i loro contemporanei a descrivere certi fenomeni in un linguaggio anziché in un altro, a usare certi concetti anziché certi altri. Ad esempio a distinguere, tra i ragionamenti convincenti, quelli validi da quelli meramente efficaci, o a categorizzare insieme sensazioni e concetti sotto il nome di "idee", o a vedere la logica come teoria del pensiero (e non del discorso), e il pensiero come altro rispetto a ciò di cui si occupa la psicologia empirica. Ma c'entra anche per un aspetto meno superficiale: come si è visto, per Casati il negoziato concettuale è la risposta obbligata a impasses determinate da fatti nuovi, che rendono inutilizzabili i vecchi modi di pensare (è per questo che, secondo lui, la filosofia non finirà mai: ci saranno sempre fatti nuovi che scardinano i nostri assetti concettuali). Questo è particolarmente vero dei grandi filosofi. Spesso i loro pensieri si comprendono meglio se li si guarda come tentativi di aggiornare un repertorio concettuale per renderlo adeguato a nuove circostanze: un problema a cui i grandi filosofi sono più sensibili, mentre i filosofi piccoli spesso si accontentano di esplorare le implicazioni di un vocabolario concettuale che non sono stati loro a inventare, e si dimenticano delle esigenze che avevano indotto a proporre quel nuovo vocabolario. Come medici che propongano sempre nuove terapie per un paziente che è guarito da un pezzo, o magari è morto.
Detto questo, è vero, alla fine, che la filosofia è negoziazione concettuale? C'è un aspetto per cui la filosofia assomiglia effettivamente a un negoziato, ed è quello della ricerca del consenso intorno a una soluzione. Tuttavia, i negoziati in senso stretto e proprio – quelli che si conducono per concludere una guerra o uno scontro sindacale, ad esempio – sono governati dalla comune urgenza di arrivare a una soluzione: gli operai vogliono tornare a lavorare e a guadagnare il loro salario, il padrone vuole che la fabbrica funzioni e faccia profitti. Questa urgenza condivisa rende i negoziatori (veri) inclini al compromesso, che lascia tutti insoddisfatti ma consente di andare oltre. Per come la mette Casati, sembrerebbe che anche i filosofi debbano avere fretta di superare l'impasse che ha motivato il loro intervento; ma, a quanto pare, non è così. I filosofi vanno avanti a discutere per decenni e per secoli, e una soluzione viene adottata (quasi unanimemente) solo quando ha davvero convinto quasi tutti. Se sono negoziatori, i filosofi assomigliano un po' a quel sindacalista che si vantava di non aver mai firmato un contratto.
Diego Marconi