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Robert L. Wilken

Traduttore: C. Veltri
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2013
Pagine: XIV-436 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806216214

  Robert LouisWilken è uno degli storici religiosi americani più noti e importanti. È professore emerito di cristianesimo all'università di Virginia, associato del St. Paul Center for Biblical Theology, presidente dello Institute on Religion and Public Life, nonché ex presidente delle due istituzioni religionistiche statunitensi più importanti: la American Academy of Religion e la North American Patristic Society. Nella sua lunga carriera scientifica di studioso del cristianesimo antico si è interessato di aspetti cruciali come l'antigiudaismo cristiano (studi su Cirillo di Alessandria, Giovanni Crisostomo, Antiochia), del modo in cui i pagani vedevano i cristiani (I cristiani visti dai Romani, Paideia, 2007), dell'importanza di Gerusalemme e della Palestina nella storia cristiana antica (The Land called Holy: Palestine in Christian History and Thought, New Haven – London 1992), di vari aspetti del pensiero e della vita liturgica cristiani (Alla ricerca del volto di Dio, Vita & Pensiero, 2006), oltre che di autori impegnativi come Massimo il Confessore e di esegesi dei testi sacri: un aspetto quest'ultimo, decisivo, perché troppo spesso si dimentica che il grande pensiero teologico cristiano si è costruito a partire dall'esegesi delle Scritture. La sua fatica più recente è un saggio sulle origini cristiane (antiche) della libertà religiosa, uscito quest'anno. Che cosa ha spinto uno storico come Wilken, al termine della sua carriera scientifica (si veda per un bilancio la raccolta di scritti in suo onore: In Dominico eloquio: Essays on Patristic Exegesis in Honor of Robert Louis Wilken, curato da Paul M. Blowers, e pubblicato da Eerdmans nel 2002), ad imbarcarsi in un'impresa così ambiziosa come quella di scrivere una sintesi divulgativa, in grado di raggiungere il grande pubblico, dei primi mille anni della storia cristiana (che assume come punto di arrivo il battesimo di Vladimiro, il principe rus', a Kiev nel 988)? E come valutare nel suo insieme questo tentativo? Quella di Wilken si vuole unastoria globale del primo millennio cristiano, considerato, al passo coi tempi, come una espansione globale dell'annuncio cristiano che, nel volgere di alcuni secoli, si è diffuso in modo prodigioso, raggiungendo a est l'India e la Cina, al sud la Nubia e l'Etiopia, ad ovest la Spagna e Gibilterra, a nord la Britannia e l'Irlanda. Perché mille anni? Perché questa espansione fu lenta e progressiva, conobbe sconfitte e arresti, ebbe bisogno, oltre che delle idee, di istituzioni come i vescovi o i re. Soltanto al termine del primo millennio il cristianesimo aveva assunto, in oriente e in occidente, quella forma che doveva contrassegnarne la storia successiva. In questa sua espansione il cristianesimo trasformò profondamente le diverse culture con cui si incontrò. Abbracciare l'annuncio cristiano, spesso nella propria lingua, non si limitava a compiere un rito battesimale e imparare a memoria il Credo e il Padre nostro, ma comportava cambiamenti profondi che toccavano ogni aspetto della vita pubblica e privata: il modo di ripartire il tempo, i rapporti tra i sessi, il consumo di cibi e bevande, la guerra, le forme di iniziazione, i riti comuni, le leggi, la topografia dello spazio sacro, e molto altro ancora: insomma, la cultura. Analizzare, sulla base di una non comune competenza linguistica, di una profonda conoscenza dei testi e degli autori più diversi, dei più generali contesti storici (si va dall'impero romano all'islam, dall'impero carolingio a Bisanzio) il modo in cui l'annuncio cristiano si diffuse con un successo straordinario, attraverso mille contrasti e conflitti, informando di sé le varie culture che vi aderirono – il tutto in uno stile efficace e chiaro, alieno da tecnicismi, senza note – è un'impresa che Wilken compie con grande competenza e che può dirsi in sostanza riuscita. Per Wilken il cristianesimo si è imposto come religione globale non soltanto perché portatore di una fede vincente capace di adattarsi ai contesti culturali più diversi riplasmandoli e risignificandoli dall'interno (il che implica naturalmente un processo di espropriazione e spossessione, che nel libro quasi non compare), ma anche o prima ancora perché socialmente organizzato, capace di supplire, attraverso il suo particolare Welfare, all'assenza di interventi statali in merito all'assistenza ai poveri, ai malati, alle vedove e alle vergini. La figura decisiva risultò il vescovo; del pari, il monachesimo si impose nella sua forma cenobitica. Certo, non fu un cammino unilineare perché conobbe anche ricadute e fallimenti: uno dei grandi meriti del libro è quello di sottolineare i mutamenti radicali che la folgorante espansione islamica comportò nella geografia dell'espansione cristiana. Wilken appartiene a quella generazione di grandi storici dell'antichità che amano parlare di luoghi che hanno visitato di persona, gustare per quanto possibile il ritmo e il suono di lingue lontane nel tempo e nello spazio, far rivivere ambienti e situazioni, personaggi e conflitti sulla base di una specie di osmosi dovuta alla continua frequentazione di quel passato lontano. Nel libro i capitoli forse più belli e originali sono quelli dedicati alla ricostruzione della nascita e della diffusione dell'arte cristiana, con la sua pittura, le sue icone, le sue chiese, la sua musica. Questi aspetti (e l'amore senza confini per Agostino, che giganteggia nella galleria, pur ben popolata, dei grandi pensatori cristiani antichi), avvicinano Wilken a un altro grande storico del mondo religioso antico: Peter Brown. Ma le analogie finiscono qui. A lungo pastore luterano, Wilken si è convertito al cattolicesimo nel 1994. Richiesto più volte di spiegare i motivi di questa conversione, egli ha in genere risposto che il luteranesimo in cui si era formato aveva in genere perso il senso della chiesa come continuità con la chiesa primitiva attraverso la successione apostolica; né la continuità dottrinale era sufficiente a tener desto questo legame: una risposta che ricorda quella data da altri convertiti celebri come il card. Newman o, nel Novecento, Erik Peterson e H. Schlier. Questa prospettiva non è priva di ricadute sul libro. Mi limiterò a sottolineare tre punti: la centralità della figura sacramentale del vescovo; l'importanza della vita ascetica e il ruolo decisivo del monachesimo; infine, il modo in cui Wilken presenta il tema, confessionalmente controverso come lui ben sa, del primato del vescovo di Roma come papa (cap. 17). Si tratta evidentemente di punti che sono stati rigettati dal luteranesimo, mentre stanno alla base della Chiesa cattolica romana di lingua latina: la Chiesa che emerge dalla sua ricostruzione non dovrebbe piacere molto a un Riformato. Wilken scrive da storico, ma nella prospettiva di un uomo di fede lucidamente consapevole di vivere in un mondo – anche quello americano – sempre più spossessato delle radici culturali cristiane che si formarono nel primo millennio. Nella sua lunga vita di studioso e di credente egli ha assistito al collasso della civiltà cristiana: un processo dapprima lento, che negli ultimi decenne ha assunto i ritmi di una valanga. Ma può una fede cristiana essere solo appannaggio di un ristretto numero di intellettuali? Non ha bisogno, per vivere – come insegna appunto la sua appassionante storia – di una cultura nel senso complessivo del termine? Dicendo questo, credo che tocchiamo il livello profondo, nascosto ma vitale, di questo libro. Wilken si iscrive in quella tradizione di grandi intellettuali cattolici che hanno affrontato di petto il tema dei rapporti tra cristianesimo e cultura. La sua posizione, quale emerge dal libro, si differenzia profondamente da quella di Reinhold Niebuhr che, con il suo Christ and culture (1951), influenzò profondamente il pensiero teologico americano. Per Niebuhr, Cristo era essenzialmente un'idea teologica, che si rapportava, secondo una tipologia di cinque modelli, alla cultura. Per Wilken, il cristianesimo è prima di tutto una dimensione sociale e istituzionale – la chiesa appunto, e prima ancora il tipo di città, di società, che l'incarnazione dell'annuncio cristiano produsse. Così fu nell'antichità. Perché ciò sia ancora possibile oggi, pensa il Wilken credente appoggiandosi al Wilken storico, è necessario che la chiesa ritorni alle sue radici grazie anche alla ricostruzione storica, si nutra della propria vita, riprenda la cultura della città di Dio, della repubblica cristiana. Un nobile, impossibile sogno, tipico di certo pensiero cattolico americano conservatore, che getta alla fine un'ombra di malinconia sul lettore di questo bel libro.   Giovanni Filoramo