La prova. Un viaggio nell'Est Europa sulle tracce di Primo Levi

Marco Belpoliti

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: 206 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788806171582
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Marco Belpoliti alla prova di Primo Levi

Ho letto La prova di Marco Belpoliti nell’edizione Guanda (e dunque a dieci anni dall’edizione Einaudi) in cui l’autore, sulla scorta della Tregua, ripete (insieme al regista David Ferrario) il viaggio di ritorno, da Auschvitz a Torino, che il deportato Primo Levi (sopravvissuto) fece nel 1945. Aggiungo che non ho ancora letto i due ponderosi volumi einaudiani appena usciti dell’opera (quasi) omnia di Primo Levi (sempre a cura di Marco Belpoliti) e che Levi è un autore che io ho sempre apprezzato e ammirato ma non ha mai fatto parte della mia esperienza formativa. Le riflessioni che seguono si riferiscono dunque alla sola Prova, con l’aiuto del ricordo di Se questo è un uomo e La tregua che lessi con passione quando uscirono più di cinquant’anni fa. Di questi due testi allora si diceva che il primo, Se questo è un uomo, è un libro di testimonianza e l’altro, La tregua, di scrittura e racconto. Così nacque (e dura tuttora) il quesito se Primo Levi sia stato più un testimone che uno scrittore; anche perché oltre a quei due libri ne ha scritti molti altri non attinenti (almeno direttamente) con l’esperienza di Auschwitz ma con altre sue competenze e interessi (Levi aveva studiato da chimico e lavorava come chimico quando ebreo fu prelevato dai nazifascisti). Io, pur comprendendolo, non ho mai condiviso quel quesito convinto che non vi è scrittore che non sia nello stesso momento testimone (anche se in Levi la “quantità” e la drammaticità della testimonianza sembrava prevalere). E oggi sono grato a Belpoliti, che indirettamente mi conferma in questo convincimento quando mi fa notare che nei ricordi dei deportati sopravvissuti di Auschwitz (o di qualunque altro lager nazista) vi è memoria del dolore patito ma non dei luoghi in cui hanno sofferto; al contrario – scrive Belpoliti – “ciò che mi colpisce in Se questo è un uomo è la minuzia di Levi, la sua attenzione al dettaglio. Alla prima lettura quasi non lo si coglie. Poi ci si accorge del suo amore per i particolari: sono tutto”. E quell’attenzione non gli viene perché dall’adolescenza era versato nelle scienze ma dall’avvertire (consapevolmente) l’obbligo al riconoscimento (e non a chiudere i conti) che è implicito in ogni scrittore.

Senonché Levi sa fare anche i conti (nel senso di aderire al nocciolo ultimo delle situazioni in cui di volta in volta si ritrova). E quale è il nocciolo duro (e conclusivo) dell’essere internato del campo di Auschwitz (più precisamente in quello limitrofo di Monowitz) se non il sempre più rapido venir meno della speranza, l’impossibilita di aspettarsi qualcosa di diverso dalla morte? I corpi senza più carne dei deportati, ricoperti di stracci, sferzati dalla fame e dal gelo, oggetto di angherie scollate da ogni razionalità (e forse nemmeno da assalti sadici); lo stato raccapricciante delle baracche, così insostenibile da non essere nemmeno un invito per i pidocchi (e ogni altro genere di insetti); lo spegnimento progressivo della memoria fin lì propostasi come aiuto… quale altro panorama di realtà tutto questo dipingeva, quale altro mosaico costruivano se non quello della morte? Diventata forse un desiderio, la gara a raggiungere la fossa dei cadaveri.

Qui Belpoliti introduce mirabilmente il sentimento della vergogna (irrobustita dal senso di colpa), “quella vergogna – scrive Primo Levi – che ci sommergeva dopo le selezioni, e ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio… quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”. In realtà quella vergogna, conclude Belpoliti, era la vergogna di essere un sopravissuto. Dei 630 che insieme a Levi avevano viaggiato stipati nel vagone in arrivo a Auschwitz solo tre sono ritornati (scrive Levi). E quando la morte è così totalitaria, anche quel che resta dei vivi è morto. Come Adorno scriveva che dopo Auschwitz non si può fare più poesia, anche Levi sapeva che per lui non c’era più vita. Anche lui muore a Auschwitz. Poi, quasi per un sortilegio, anziché la fossa dei cadaveri si apre per lui magicamente la porta di uscita dal campo. E stupito si trova vivo ma già morto. Scontato che il suo destino è già compiuto, di quella porta (improvvisamente) aperta decide di (anzi non può che) approfittare. Scopre il privilegio di vivere da morto.

Ma allora perché Belpoliti si stupisce che La tregua si apra (e sviluppi) come un libro di gioia e di gioie? “Quando al primo mattino spalancammo le porte, si aprì ai nostri sguardi uno scenario sorprendentemente domestico: non più la steppa deserta, geologica, ma le colline verdeggianti della Moldavia, con case coloniche. pagliai, filari di viti; non più enigmatiche iscrizioni in cirillico, ma, proprio di fronte al nostro vagone, una Casupola sbilenca, celeste di verderame, con su scritto ben chiaro: Paine, Lapte, Vin, Carmaciuri de Purcel”. Perché ti stupisci che Levi si presti alla sorpresa della vita (e continuerà a farlo anche per i decenni successivi al ritorno), lui che sa di essere per sempre morto? Non è arbitrario pensare che se Levi ha impiegato più di sei mesi per tornare in Italia non è per la scarsità di mezzi di trasporto (e di ogni altro supporto materiale), ma per allargare (vagando e vagabondando) il sapore della vita che per lui era solo un regalo: il suo futuro, qualunque cosa farà, è già segnato.

A una presentazione pubblica dei due possenti volumi delle Opere complete (lì ancora intonsi sul mio tavolo) ha detto (quasi urlato), con la fermezza di chi con quelle Opere (e quell’autore) ha da sempre un rapporto quotidiano, che in Levi la morte è dappertutto, in ogni sua pagina e atto di vita, riferendosi non al sentimento della morte (presente in ciascun uomo vivente) ma alla realtà della morte già compiuta e solo rinviata. La data del rinvio (il giorno della scadenza), se per tutti è decisione del destino (della fatalità), per Levi è la scelta della quotidianità e della congiuntura storico-biografica.

Recensio di Angelo Guglielmi.