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BOBBIO, NORBERTO, Quale socialismo? Discussione di un'alternativa, Einaudi, 1976

BOBBIO, NORBERTO, Politica e cultura, Einaudi, 1955
recensione di Giolitti, A., L'Indice 1989, n. 9

Di solito le raccolte di articoli costituiscono un'appendice rispetto a opere che si collocano a livello scientifico o accademico. Non mi pare sia questa posizione che occupano, tra le opere di Norberto Bobbio, gli articoli raccolti nei due volumi intitolati "Politica e cultura" (PC) del 1955 (3a edizione 1980) e "Quale socialismo? " (QS) del 1976. Non si tratta di digressioni o divagazioni, la politica per Bobbio non è un hobby: lo attesta la perseveranza. Come fa notare l'autore stesso nella sua prefazione alla seconda delle due raccolte, questa segue la prima "a distanza di venti-venticinque anni" e il tema del dibattito più recente già allora "era sullo sfondo " (p. XVI). Una perseveranza e una continuità che recano testimonianza di una ispirazione costante, di un impegno etico-politico sempre teso e vigile.
Riletti col senno di poi, questi scritti risultano straordinariamente pertinenti rispetto al dibattito tuttora aperto nella sinistra non soltanto italiana. Di rado accade che le esortazioni rivolte dagli uomini di cultura ai politici producano effetti che l'autore può constatare, valutare e addirittura, all'occorrenza, criticare e correggere. A Bobbio è capitato, sta capitando. Il pungolo si è fatto sentire: anche troppo, dice ora Bobbio, che posa la frusta e tira le redini. Fuor di metafora: il principale destinatario delle esortazioni di Bobbio, cioè il Pci, ha dato ascolto, cosicché Bobbio può constatare che "i punti di vista si sono ravvicinati" non solo "per quel che riguarda il rapporto fra cultura e politica, fra intellettuali e partito", ma anche "per quel che riguarda il tema ben più decisivo della democrazia come via al socialismo" (QS pp. XVI-XVII). Così Bobbio scriveva nel 1976. Ma adesso, al Pci che teorizza e pratica la democrazia come via non al socialismo bensì del socialismo, Bobbio raccomanda cautela; egli teme un affievolimento dell'impegno del Pci per i valori permanenti della sinistra, secondo quanto ha scritto recentemente su "La Stampa". Certo, è una preoccupazione coerente con la concezione, ben salda in Bobbio, del ruolo storico e pure attuale del partito comunista: in un saggio del 1987 egli affermava che "le grandi rivendicazioni tradizionali della sinistra sono oggi tenute in vita dal Partito comunista" ("L'abito fa il monaco", in "La questione socialista", a cura di V. Foa e A. Giolitti, Torino 1987, p. 43).
C'è davvero il rischio che tale ruolo storico si affievolisca e che le rivendicazioni tradizionali della sinistra, anzi i suoi valori fondamentali vengano obliterati dal Pci in conseguenza della scelta della democrazia come fine e come valore, come via, appunto, del socialismo, e non più soltanto come mezzo, come passaggio? Ma il pungolo di Bobbio, fin dai primi anni '50, non spingeva proprio in codesta direzione?
"Il pungolo del dubbio" era annoverato da Bobbio, nello scritto del 1954 indirizzato a Palmiro Togliatti, tra "i frutti più sani della tradizione intellettuale europea", accanto a "l'inquietudine della ricerca, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose". (PC p. 281). Di quei frutti è andata nutrendosi in misura sempre crescente e in modo sempre meno timoroso e occulto la sinistra italiana, dove però il Pci - a differenza del Psi - ha voluto e saputo al tempo stesso ricordare, come Bobbio ha riconosciuto, la lezione imparata dal marxismo, di "veder la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano", senza di che "non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola dell'interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni" (PC p. 281).
L'esaltazione della cultura del dubbio induceva già allora a lanciare in anticipo una frecciata polemica contro l'atteggiamento chiamato "decisionismo ": "Ascoltate il piccolo sapiente che respira la nostra aura satura di esistenzialismo: vi dirà che i problemi non si risolvono, ma si decidono" (ib.). E citando Gramsci egli esortava a liberarsi "dalla prigione delle ideologie" (ib. p. 17). A far evadere la sinistra da questa prigione e a promuovere una piena consapevolezza del valore prioritario delle libertà individuali ha validamente contribuito anche quel pungolo. Ma a tale consapevolezza non è forse indissolubilmente legato l'impegno per la democrazia, e non è forse giusto, allora, considerare questa come una via che non deve mai essere abbandonata, neppure quando si crede di aver raggiunto la meta? Esemplare, come pungolo a immettersi e a perseverare su quella via è il saggio intitolato "Della libertà dei moderni comparata a quella dei posteri" (PC pp. 160-94) che, non solo per assonanza del titolo, mi piace accostare al bellissimo "Paragone degli ingegni moderni e postmoderni" di Paolo Rossi appena uscito.
In quell'importante saggio troviamo i motivi profondi delle scelte politiche di Bobbio. Che sono di natura culturale. Se no non si capisce perché egli si considerasse" predestinato [...] a militare nel Partito d'Azione" (PC p. 199). Eh no, questa ineluttabilità non mi convince. Anch'io allora nutrivo quelle stesse opinioni, però mi avevano "predestinato" a militare nel Pci, che anche a Bobbio tra i partiti antifascisti appariva il più dotato di "forza irresistibile" (ib.) Quando egli all'inizio degli anni '40 mi fece tradurre per Einaudi i libri del Gierke e del Binder, quella mia predestinazione si era già avverata. Ma il suo pungolo mi assillava già allora, e poi sempre di più, finché nel '56 la tensione divenne incompatibilità. Ora, grazie anche a quel pungolo, le vie della democrazia e del socialismo, nella linea politica del Pci, sembrano ricongiungersi, anzi identificarsi, e si congiungono anche quelle "due direzioni" del "rinnovamento culturale" - quella "illuministica, propria del liberalismo radicale" e quella "storico-materialistica, propria del neo-marxismo" - che Bobbio nel 1955 vedeva come configuranti addirittura "due Italie" (ib. p. 209).
Vent'anni dopo, nel saggio "Quale socialismo? ", Bobbio nota con soddisfazione che "nel dibattito della sinistra storica italiana (e non soltanto italiana) [...] si è d'accordo sul fatto che [...] la "via" al socialismo è la democrazia" (QS p. 104); e constata il ravvicinamento. Ma forse si prospetta ora una nuova divaricazione? Nel citato saggio sull'abito che fa il monaco Bobbio ricorda che quando in un convegno del 1985 egli ebbe a concludere che "la stella polare del socialismo non era tramontata, ed era la 'giustizia sociale"', riportò "l'impressione di aver toccato una corda il cui suono non era più gradito " (alle orecchie del Psi, cui egli si rivolgeva in quella sede). E più recentemente è potuto sembrare che tale sua impressione possa estendersi anche al Pci (sia pure per diverse ragioni). Io non condivido tale opinione, ma se così fosse, ben venga, ancora una volta, il pungolo di Bobbio, e magari c'è ancora qualcuno, anche nel partito denominato socialista, che potrebbe sentirsi punzecchiato.

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    ferdinando sorbo

    03/10/2002 20.48.01

    un libro attuale,sopratutto di questi tempi,in cui bobbio attraverso domande,sollecita delle risposte a problemi come i rapporti tra democrazia e socialismo,e che tipo di socialismo è possibile creare oggi,ecc.Consiglio questo libro a tutti quelli che ancora si interrogano sù queste cose e abbiano una grande passione per la politica.

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