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Traduttore: S. Bortoli
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2006
Pagine: 324 p., Rilegato
  • EAN: 9788806176327
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Il racconto di un'infanzia tedesca – dai cinque ai quattordici anni – a partire dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Un altro interessante tassello della Storia narrata attraverso una piccola storia, mentre sullo sfondo i comprimari si chiamano Hitler, Göring, Goebbels, Kaltenbrunner. Ma in questa autobiografia romanzata in terza persona ad affascinare è piuttosto la realtà così come ci è restituita dagli occhi di un bambino, al quale "il vizio di sentirsi al centro del mondo era stato tolto presto e gli era stato insegnato che è meno doloroso non dare nell'occhio". Ancora estraneo alle gerarchie adulte di ordinamento del reale, la freschezza, immediatezza e ingenuità delle sue osservazioni guidano a un'altra versione del passato, riproponendo – sullo sfondo del totalitarismo – la riflessione su temi sempre attuali: educazione e formazione, rapporto genitori e figli, eredità e tradizione. Il piccolo protagonista cresce tra due ambienti fondamentalmente incompatibili che raramente si tollerano, e molto più spesso entrano in collisione. Da un lato Berlino e la realtà tedesca del Reich incarnata dal padre, industriale nonché alto ufficiale della contraerea e collaboratore fidato di Göring. Dall'altro un mondo al tramonto, la residenza in campagna dei nonni di estrazione alto-borghese, radicati nella tradizione della vecchia Austria. Figura intermedia è la madre, cantante lirica di successo prima della guerra ed ora compagna-ombra del marito. Significativamente, sin dall'inizio il protagonista sente di avere un proprio spazio riconosciuto unicamente a casa dei nonni. Perché se nella vita del figlio il padre fa rarissime apparizioni, della madre – sempre preoccupata di raggiungere al più presto il marito tra un treno e l'altro – si dice: "il genotipo di lei era perfettamente integro e non capiva che delitto avesse commesso per essere punita con un figlio simile". Popolato di personaggi strani e sconosciuti che gli vengono presentati come zii – sono i gerarchi più vicini al Führer – quello dei genitori appare al fanciullo un mondo astratto, indecifrabile e temibile, al cui confronto la vecchia elefantessa dello zoo di Amburgo col suo domatore August restano nella memoria una presenza ben più concreta ed emotivamente significativa. In questo senso, si può parlare di un'educazione fortunatamente mancata, specie se si considera il destino dei due figli di primo letto della madre del protagonista. Se il sedicenne Stefan, imbracciato un fucile ad aria compressa e con addosso la divisa della Gioventù hitleriana, tenta di fermare i carri armati russi finendo stritolato sotto i cingoli, quando gli americani entrano in Baviera, la sorella Liesel si uccide in collegio con una capsula di cianuro, "per non essere violentata dai negri". Per il piccolo protagonista la vera ancora esistenziale è rappresentata dai nonni materni, ultimi rappresentanti della vecchia guardia imperial-regia. Sono loro, ed in particolare l'amata nonna, a spiegare, avvicinare ed introdurre il bambino all'esperienza della vita e della morte, al passato e alla storia della famiglia. Nella grande tenuta agricola in decadenza, il bambino può vivere la sua età di scoperta, che non esclude la sfera del sesso. La piccola amica morta nel corso dei terribili bombardamenti, i prigionieri russi e polacchi che lavorano nella tenuta dei nonni, la gioviale e giunonica zia Malika, che scomparirà nel buco nero di Theresienstadt: in quel mondo che la memoria conserverà come un idillio agreste, la guerra, pur tragicamente presente, viene tuttavia registrata dal bambino come parte di un universo ancora tutto da esplorare. Il lungo capitolo dedicato al dopoguerra non sempre riesce a mantenere l'accattivante ritmo narrativo della prima parte. In un paese invaso da una marea di bandiere rosse con cerchio bianco (laddove prima campeggiava la svastica nazista) e il crocifisso ha prontamente scalzato il ritratto di Hitler dalle pareti degli edifici pubblici e privati, per il giovane protagonista non è affatto sorprendente che "gli austriaci non potessero sopportare i tedeschi perché erano stati nazisti insieme e adesso non volevano esserlo stati". Inseguendo speranze di carriera, la madre – ormai vedova (il padre, intanto, è stato giustiziato a Norimberga) – manda il ragazzo in un rinomato collegio religioso dove, tra rigida formazione cattolica e padri pederasti, sperimenterà sulla propria pelle quelle ipocrisie, coercizioni e cattiverie gratuite di cui abbiamo agghiacciante testimonianza anche nell'autobiografia di Thomas Bernhard. Finché un giorno, compiuti 14 anni, egli riesce a fuggire dall'internato. I capitoli successivi diventano storia di un'educazione – o meglio rieducazione – alla libertà. "Il ragazzo" Behr studierà medicina e psicologia clinica, diventerà docente all'università di Amburgo – ove tuttora risiede – e collaboratore di prestigiose testate tedesche. E assurgerà al successo negli anni Settanta con un testo esplosivo, in quanto interamente dedicato alle virtù terapeutiche della canapa indiana. D'altro canto, il suo desiderio di fare "il nomade" da grande, alimentato dal fascino dei cimeli orientali conservati nel misterioso armadio della nonna, segna anche altri studi come la ricerca dedicata alla dinastia Mogul e alle tribù nomadi protagoniste di tanti racconti delle "Mille e una notte". Né Behr ha disertato la grande Storia, scrivendo addirittura una farsa corrosiva su Hitler e il circolo riunito attorno a Wagner. Infine, nel 2002, questa sorta di autobiografia. Realtà fittizia o finzione veritiera? Una buona miscela dei due ingredienti, senza dubbio, servita con la mano felice di una narrazione ottimamente tradotta che affascina, diverte e coinvolge il lettore.   Marisa Margara      

Recensioni dei clienti

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    Maria Luisa Valeri

    08/10/2012 11.56.15

    Straordinario documento sulla vita quotidiana al tempo del Reich durante la Seconda Guerra Mondiale. Tante pagine ricche di spunti di riflessione e storia, rese ancora più interessanti, perchè filtrate dalla sensibilità del piccolo Hansi.

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    Iginio Petrussa

    13/10/2006 08.50.28

    Il materiale è interessante: eventi epocali, testimoniati personalmente o attraverso le ripercussioni sui famigliari, filtrati dalla mente di un bambino. Peccato che la scrittura sia spesso artificiosa e falsamente ingenua, ripromettendosi di riprodurre il modo di ragionare di un bambino. Manca del tutto ciò che invece è tipico del bambino: la sospensione del giudizio, il lavorio sull'ipotesi di lavoro, la costante ricerca del senso delle parole e degli eventi, la evolutività della cognizione.

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