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recensione di Amoruso, V., L'Indice 1991, n. 2

Come dicono le sobrie informazioni editoriali, Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954, ma sin dal 1960, dunque praticamente da sempre, ha vissuto e studiato in Inghilterra e, legittimamente, si considera scrittore di lingua inglese, a tutti gli effetti. Alle domande che gli vengono puntualmente poste sull'eventuale traccia di un retaggio culturale delle sue origini giapponesi, Ishiguro risponde negandolo con fastidio o confinandolo in un passato sostanzialmente sconosciuto. Tuttavia questo è un dato che, per il suo rilievo culturale ed estetico, appare difficilmente rimovibile. Mentre, a prima vista, nella sua produzione narrativa (tre romanzi in tutto, e tutti di notevole successo in Inghilterra) è sorprendente la capacità di identificazione totale con una civiltà letteraria e una tradizione tanto distinte e peculiari come quelle inglesi, di cui Ishiguro si appropria persino nei modi di una mimesi assoluta della sua "forma", intesa sia come tecnica sia come ideologia.
Non solo in questo "The Remains of the Day", ma anche nel precedente romanzo d'ambiente giapponese, "An Artist of the Floating World" del 1986 (in italiano "L'artista", Rizzoli, 1988), è indubbio che il referente sia un modello e un'idea quasi settecenteschi del romanzo a tutto tondo, compattamente costruito come una "totalità" realistica. Questa sua in qualche modo nostalgica pienezza permane intatta anche nella più tipica funzione di rappresentatività storica e sociale; anche quando, insomma, la relativizzazione di un punto di vista soggettivo ne screzia e incrina impianto e struttura, esattamente come accadeva agli esordi della moderna tradizione narrativa inglese. Circoscritta e datata com'è, questa forma è da Ishiguro assunta fino in fondo, nei suoi codici, nelle sue convenzioni linguistiche, nelle modalità espressive e, quel che più conta, nelle sue "illusioni" realistiche.
È un processo di identificazione così netto così scevro d'ombre e di inquietudini, da colorarsi di fatto di una sua luce insieme esatta e irreale: per questo l'adesione mimetica al modello formale, e al codice culturale sotteso, comporta un paradossale esito di straniamento nelle forme del narrare, al limite del controcanto e della oggettiva parodia.
Come nel caso di V.S. Naipaul, e in contrasto stridente con le radicali dissoluzioni operate da Conrad, questo esito è proprio di chi, a onta di tutto, serbi la traccia originaria di una estraneità a quella cultura e a quella tradizione narrativa. È proprio questa estraneità a consentire a Ishiguro di riportare in vita la forma pura del romanzo ben fatto, o meglio, l'ingannevole finzione della sua 'sham faèade'.
Si pensi alla voce narrante e al protagonista di questo romanzo: il maggiordomo Stevens assorbe in sé tutto il tessuto narrativo, non solo dunque sé stesso, ma i personaggi, gli sguardi, le singole verità del racconto. Pur con tutte le sue idiosincrasie e stimmate espressive, Stevens è una sorta di luogo neutro, di identità amorfa o, più esattamente, è una maschera attraverso la quale molte voci parlano e prendono forma: la sua, ovviamente, ma anche quella di Lord Darlington, il suo scomparso datore di lavoro, di Mr Farraday, l'americano attuale padrone di Darlington Hall, di Miss Kenton, la governante, ma soprattutto quella dello scrittore Ishiguro che assume senza distinzione il suo punto di vista e per ciò stesso trasforma le peculiarità di una confessione autobiografica in un racconto realisticamente demiurgico e obiettivo. C'è, in questa identificazione narrativa fra chi scrive e il proprio personaggio, qualcosa di ambiguo e di inquietante, proprio per la sua perentorietà. E un qualcosa che attiene, a me sembra, alla sostanza stessa dell'invenzione fantastica, alla creazione di un personaggio come l'inappuntabile maggiordomo Stevens alle prese, in un punto cruciale della sua vita, con una sorta di rendiconto e riepilogo esistenziale di ciò che ha vissuto, del suo significato ultimo.
Stevens si interroga su quegli "a priori", su quelle vere e proprie forme di falsa coscienza che sono, ai suoi occhi, i tratti distintivi, le virtù e le prerogative salienti del proprio mestiere, su termini - quasi kantianamente trascendentali - quali "dignità", "grandezza", "englishness". Il viaggio nella campagna inglese intrapreso in una dignitosa Ford prestatagli da Mr Farraday su suggerimento di quest'ultimo è, per Stevens, un'inquietante avventura: per la prima volta fuori dagli angusti ma protetti confini di Darlington Hall, l'esperienza ignota di un tempo tutto per sé è l'occasione di una rivisitazione apologetica e critica del proprio passato e della propria identità, la percezione lenta e sfumata di quel centro vuoto che è stata tutta la sua vita di servo fedele, fuso, nel suo ruolo, anima e corpo con l'antico signore.
Stevens percorre questo cammino dentro di sé attraverso un linguaggio che sembra girare a cerchio intorno al suo punto di rottura. È un movimento sinuoso di avvolgimento che serba sempre, nell'approssimazione al nucleo, una sua periferica distanza. Continuamente, nelle volute oblique, minutamente analitiche e tergiversanti del suo dire, la voce di Stevens rivela, ma anche obnubila e rinvia, il momento della presa d'atto della trascrizione terribile e semplice del nulla, di quell'involucro vuoto che è stata la propria vita, questo simulacro di autenticità, da altri - e per altri - riempito di senso. Passione inutile o avara, l'esistenza di Stevens ha scostato da sé tutto, tranne il sublimato senso della professione o meglio della propria schiavitù. Tutto è sempre stato soffocato o rinviato a un momento più opportuno e cioè al momento che sarà poi consentito dal dovere che sopra tutto incombe. Così è del dolore per la morte del padre, così è dell'eco in lui dei sentimenti della governante Miss Kentan nei suoi confronti, così è infine della consapevolezza su quanto di ambiguo e di compromettente v'era nelle simpatie politiche di Lord Darlington verso il nascente nazismo. Al contrario, e ancora dall'estremo confine di questo viaggio, Stevens crede tenacemente che negli incontri segreti a Darlington Hall fra gli esponenti della 'ruling class' di mezza Europa egli stia assistendo e in qualche modo partecipando al farsi stesso della storia.
La cifra del vuoto e del fallimento sono in questa cieca malinconia, nel suo pathos: Stevens vive infatti sdoppiato come in una recita di sé medesimo, in qualche modo straziata e sublime nella sua finzione. Non a caso è l'americano Mr Farraday a chiedergli se per accidente egli non sia un vero maggiordomo inglese, ma una sua imitazione al quadrato. Lentamente, contraddittoriamente, verso la fine del viaggio, dopo l'ultimo incontro con Miss Kenton, fra mille estreme cautele e 'détours' del cammino interiore, Stevens perviene a una forma di percezione finale. Sulla panchina di quel molo da cui guarda il morire del giorno, la rivelazione, o meglio il suo barlume, giungeranno, ma significativamente saranno più che un punto di svolta o di crisi definitiva, un altro modo, umbratile e crepuscolare, di chiudere il cerchio, di riprendere la strada del ritorno.
Tutta la coscienza acquisita è per Stevens un modo d'acconciarsi, al meglio, al profilo diverso di un destino, alle forme di un tramonto e di una sopravvivenza. "The Remains of the Day" sono appunto l'accettazione di ciò che è residuo, il "colore" che resta di una vita e delle sue passioni, che sono sempre state attenuate, smussate, ritagliate in margine. Ishiguro rende con grande maestria questa forma pura di denegazione di sé che è la coscienza del protagonista e presta alla sua "falsità" una qualità straniata di elegiaca disperazione.
In tale quintessenziale figura dell'inautentico, o di "uomo senza qualità", persino nella nudità di qualche suo repugnante tratto, v'è una sorta di obliqua, amarissima verità che certo lo trascende. Questa verità riguarda direttamente la 'civilization' inglese, la sua immagine sublimata, la forza, in qualche modo perversa, della sua capacità d'astrazione dalle miserie dell'empiria. Ed è davvero singolare, ma non sorprendente o casuale che a farcela conoscere sia lo sguardo "altro" di un inglese d'elezione, qualcuno come l'anglogiapponese Ishiguro che da una impersonale ma simpatetica distanza fa rivivere ciò che resta di un passato, della sua vita interiore.