La ragazza con la Leica

Helena Janeczek

Editore: Guanda
Edizione: 10
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 7 settembre 2017
Pagine: 320 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788823518353

nella classifica Bestseller di IBS Libri - Arte, architettura e fotografia - Fotografia e fotografi - Singoli fotografi

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Recensioni dei clienti

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    Aletano

    10/09/2018 15:44:12

    A me dispiace sempre molto abbandonare un libro senza finirlo, ma per carità qui ci voleva una volontà che non ho. A pagina 77 non ho capito di cosa parli. Pazienza. Aspettiamo le uscite autunnali.

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    Aldebaran23

    10/09/2018 12:06:20

    Una lettura che non mi ha coinvolto minimamente, all'inizio mi ha addirittura annoiato. Abbandonato. Come dice Pennac: è un sacrosanto diritto del lettore.

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    Simona

    09/09/2018 14:45:50

    Dopo 50 pag mi sembrava di averne già abbastanza di Gerda. Il modo in cui viene raccontata te la rende insopportabile. A pag 124 cedo alla noia e al buon senso. Interrompo la lettura. Tanto non è un giallo.

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    claudiob

    08/09/2018 10:49:19

    Mi associo alle critiche negative, portato in ferie al mare con la convinzione di leggerlo in pochi giorni dopo due settimane sono faticosamente arrivato a pagina 200, lo finirò, ma la sensazione è di un libro che non ha nessuna logica, non si capisce qual'è il punto d'arrivo, oltretutto è lento e macchinoso, si perde in estenuanti descrizioni di inutili particolari, è scritto male, si procede a stento tra un assurdo numero di personaggi di cui non si comprende il ruolo. O erano tutti ubriachi i giurati, o la letteratura è in crisi davvero profonda.

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    valeria

    07/09/2018 14:37:42

    senz'altro un libro brutto, mal scritto, confusionario, per nulla appassionante anzi purtroppo tremendamente noioso. sono arrivata a metà per puro sforzo di volontà poi ho lasciato perdere perchè anche alla noia c'è un limite.

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    Maurizio

    04/09/2018 11:23:51

    Se questo libro ha vinto il premio Strega, il premio Bagutta ed è tra i cinque finalisti del premio Campiello sono sicuro che un motivo ci deve essere. Io però non l’ho ancora trovato. Dopo diverse riletture ora sono fermo a pagina 44. Lo lascerò riposare ancora per qualche giorno e poi vedrò. Dopo tutto una cosa simile mi era successa anche con “La versione di Barney” e sappiamo tutti com’è andata a finire, o no?

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    ant Lomell@libero.it

    04/09/2018 06:35:11

    La storia di una fotoreporter degli anni '30 dello scorso secolo, Gerda Taro, alla cui immaginazione si deve l’invenzione del nome d’arte col quale è universalmente conosciuto un altro famoso fotografo– Robert Capa.Prevale prepotentemente da queste pagine la gioia di vivere di una giovane donna, che però solo a 37 anni perde la vita, nel suo breve percorso terreno però sono tanti gli aneddoti che due testimoni in particolare, anche suoi amanti, raccontano nel libro. Una frase mi ha colpito relativa al momento storico narrato, cioè poco prima della seconda guerra mondiale, e prima di morire sotto un carro armato mentre documenta la caduta della Spagna repubblicana. “Scattava a raffica in mezzo al delirio, la piccola Leica sopra la testa, come se la proteggesse dai bombardieri” Particolare

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    Cristina

    03/09/2018 20:19:23

    Mi accodo al coro di giudizi negativi. Avrei dato zero ma il sistema non me lo accetta... Il libro è senza ne capo ne coda con un guazzabuglio di personaggi descritti malissimo, compresa la povera Gerda che alla fine risulta quasi antipatica. Come ha scritto qualcuno prima di me l'ho finito anche io solo per tigna perché era da abbandonare quasi subito

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    Giovanni

    01/09/2018 12:45:35

    L'ho letto fino in fondo con molta fatica. Non riesco a capire come possa aver vinto il Premio Strega. Me ne sbarazzerò.

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    laura lolli

    30/08/2018 11:25:04

    Libro che ho abbandonato a pag. 35, oltre, non essendo masochista, ma considerando la lettura un piacere, non sono andata.

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    Brigida

    26/08/2018 14:14:50

    Questo libro ti porta ad odiare l’insignificante eroina Gerda. Non riesco a finire il libro, mi sono dovuta scrivere nomi, soprannomi e nomi d’arte dei protagonisti per riuscire a capirci qualcosa, per leggerlo è necessario un vocabolario francese, tedesco e inglese. Non ti avvince niente, anche perché non esiste una storia, insomma una noia stratosferica

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    Angela

    26/08/2018 13:34:13

    Mi chiedo come sia stato premiato...noioso...difficile da leggere. Si torna indietro nella lettura perché si perde il filo della narrazione. L'ho completato per fortissimo senso del dovere: mi sono dovuta imporre di andare fino all'ultima pagina

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    Simonetta

    23/08/2018 21:00:50

    Impossibile da leggere... ma chi ha assegnato questo premio? Non si riesce a finirlo! E pensare che in gara c’era Balzano “Resto qui” ! Il libro più bello che ha accompagnato questa estate! Bello, bellissimo, di grande forza, indimenticabile........ storia dura come solo la vita è la natura possono essere... personaggi forti che lasciano il segno! Balzano lo avevo già letto e non lo lascio...mi dispiace per Gerda mi incuriosiva.. la scoprirò per altre vie.

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    Linda

    21/08/2018 20:19:32

    Ma come ha fatto a vincere lo Strega? E siamo a due.... Prima la scuola cattolica ...orrendo ! mo' questo ... Lo devo finire per tigna .... Orrendo e difficile

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    Adriano F.

    21/08/2018 14:12:50

    Sono a malapena riuscito a leggerne una trentina di pagine, dovendo spesso rileggere o tornare indietro per capire di chi o cosa si stesse parlando. Una volta, forse, gli avrei dato fiducia e magari avrei anche finito di leggerlo. Ma ora, come dice Jep Gambardella, non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

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    Adriano

    20/08/2018 07:55:06

    Un'occasione sprecata. Questo libro non rende giustizia a Gerda (a cominciare dalla foto scelta per la copertina). Avrebbe voluto metterne in luce la gioia di vivere, la vitalità, la creatività, ma ha - a parer mio - fallito nell'intento. Anche l'idea, non nuova, di delinearne la figura grazie a memorie altrui ci ha dato ben poco della protagonista del romanzo. Troppi dati, troppi eventi, tante figure comprimarie che ci sommergono, danneggiano la lettura. Un esempio, il capitolo dedicato a Georg K. nella Roma del 1960. C'è tutto, ma proprio tutto, Il governo Tambroni, le Olimlpiadi, echi del neorealismo e dei suburbi pasoliniani, la dolce vita (!), la Vespa... l'inutile la figura di un portinaio della FAO brutta copia di Aldo Fabrizi, con tanti altri dettagli fuorvianti, materiali di risulta insignificanti. Occorrerebbero tagli importanti e una scrittura fresca, leggera per dar conto di una figura così affascinante. Si tratta di un romanzo, non di una tesi di laurea. Per fortuna non c'erano le note a piè di pagina. Insomma, una noia mortale. E, anche stavolta, lo "Strega" ci ha delusi.

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    Gian-Luca Rib

    18/08/2018 19:46:11

    L'inizio e la fine sono i momenti che ho meno apprezzato. Le prime pagine sono un po' ostiche/poco fluide e il finale non mi ha preso del tutto. Il resto, pur non trovandomi di fronte a una scrittura particolarmente ricercata, l'ho apprezzato. Intendiamoci però, dato che ho letto che alcuni, liberissimi di farlo, hanno interrotto la lettura. Non siamo al cospetto, come difficoltà, di Ulisse di Joyce o del Doctor Faustus di Mann, tanto per fare due nomi. Questa è una sorta di biografia romanzata della breve vita di Gerda Taro e delle persone che l'hanno circondata in quegli anni. Ne viene fuori, riportando alla luce una figura dimenticata, l'immagine di una donna forte, libera, viva. Un altro modo per raccontare le persecuzioni razziali subite dagli ebrei in Germania e in Europa nel secolo scorso e la voglia di libertà e di ribellione di alcuni di loro, contro ogni forma di sopraffazione e fascismo. La Taro morirà in Spagna nel 1937, a neppure 27 anni. Un grande lavoro di ricerca. Se proprio devo fare un appunto è il seguente. Interessante, essendo i protagonisti una sorta di apolidi, l'uso di termini in francese/tedesco/spagnolo/ungherese. Purtroppo in alcuni casi, se uno non conosce la lingua in questione, il piacere della lettura viene interrotto. A me non è andata manco male, parlandone alcune, ma chi non conosce rallenta e questo, per un lettore, non è piacevole. Qualche asterisco con traduzione a fondo pagina sarebbe utile. Si, spesso le parole sono spiegate nelle righe seguenti, ma il cervello si è già messo in moto, alla ricerca. In ogni caso è una buona lettura. Ancora nessuno, nella mia personale classifica delle uscite degli ultimissimi anni, ha battuto Patria di Aramburu. Quello è veramente un libro unico. Questo è buono.

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    Pierpaolo

    17/08/2018 13:52:28

    ....ho seriamente dubitato se fosse il sole a rallentare le mie capacità cognitive. Mi sono arreso a pag.118. Sarà certo un'opera meritevole, ma per nulla scorrevole.

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    illettoremagico

    16/08/2018 23:10:17

    Opera indimenticabile. Una protagonista impareggiabile

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    Alessia

    10/08/2018 06:45:40

    L'ho acquistato perché ero curiosa di leggere il libro che ha superato Resto qui di Balzano. Dopo averlo finito, con una fatica pazzesca, posso dire di non aver capito come abbia fatto a vincere. Davvero troppo confuso e ripetitivo per i miei gusti.

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I vincitori del concorso "Caccia allo Strega 18"


Elisabetta - Recensione stregata scelta da Helena Janeczek


Sullo sfondo di un’Europa nera si muovono i personaggi del romanzo, colorati con le tonalità decise dei singoli caratteri. La protagonista del romanzo non è Gerda Taro, ma il gruppo che Gerda Taro unisce e di cui muove i fili da brava strega. I suoi amici si muovono nel loro presente e, piccoli gesti quotidiani, li riportano sempre a lei, a Gerda e agli anni d’oro del suo sorriso e della sua Leica. Non è un caso che gli episodi passati siano più avvincenti delle vite che vivono adesso: vecchi amori, un sorriso, lei che appare da lontano. Tutto porta calore ed emozione. Mettendo insieme i riflessi degli specchi umani a cui Gerda Taro ha donato la sua immagine, si ricostruisce la lei che, armata di sorriso e di una Leica, voleva cambiare il mondo e pensava che “un mondo guarito dalla disuguaglianza avrebbe dovuto realizzare anche il diritto universale al superfluo”.


Aurora

È una scrittrice sempre raffinata e originale, Helena Janeczek. Prendiamo quest’ultimo suo lavoro, per esempio. A darci così un’occhiata potrebbe sembrare, molto semplicemente, una biografia su Gerda Taro, il che già di per sé sarebbe comunque un ottimo motivo per prenderlo, dato che una biografia su questa fotografa è stata sì già scritta, ma come spesso succede con moltissimi bei libri il volume in questione è, perlomeno qui in Italia, fuori edizione (se qualcuno lo trovasse, a proposito, non se lo lasci scappare: si intitola “Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola” e l’autrice è Irme Schaber). Ma della Taro la Janeczek non fa, in realtà, una biografia. Proprio no. Perché “La ragazza con la Leica” ha la struttura e l’impostazione di un vero romanzo in cui l’energia prorompente di Gerda, la sua intelligenza, la sua spregiudicatezza e la sua vitalità assurgono, nella memoria di chi la racconta, quasi a simbolo di tutta un’epoca e della vita stessa degli esuli ebrei nella Parigi degli anni trenta. Quella sua incredibile e meravigliosa “gioia di vivere”. Quell’attivismo politico passionale, militante, inscindibile dalla vita e dal lavoro. Quel suo rapporto unico, a un tempo artistico e sentimentale, con André Friedmann, per il quale sarà proprio lei a inventare un diverso nome e un diverso passato: non più ungherese, ma americano. Non più Friedmann, bensì Robert Capa. E infine la morte, tragica e fin troppo precoce, a Brunete, durante la Guerra civile di Spagna. “Aveva dedicato la sua vita a un degno compito, a una giusta causa persa”, è il commento dell’autrice, che oltre ad aver vinto il Premio Bagutta adesso è candidata, proprio con questo libro, sia al Premio Strega che al Premio Campiello 2018. Forse ricordare la vita di Gerda e di tanti altri giovani della sua generazione potrebbe aiutare anche molte persone di adesso a dedicarsi a una causa. Sperando due cose: che sia una causa giusta. E che non sia, possibilmente, persa.


Stefano Mannucci

Una giovane miliziana repubblicana si addestrava a sparare sulla spiaggia di Barcellona. Il ginocchio poggiato sulla sabbia e la pistola puntata dritta davanti a sé. L'eleganza nella composizione di quella fotografia mi incuriosì sin da subito per capire chi fosse stato a scattarla. Fu così che diversi anni fa conobbi il nome di Gerda Taro. La fotografia campeggiava sul catalogo di una mostra in corso a lei dedicata. Da allora mi appassionai alla sua storia ed alle sue fotografie leggendo la biografia pubblicata all’epoca. E quando Guanda ha edito il libro di Helena Janeczek "La ragazza con la Leica” non ho potuto fare a meno di leggerlo e sono rimasto positivamente colpito dallo stile di scrittura dell'autrice. Come il liquore Strega - al cui prestigioso premio il libro in questione è candidato - scorre lungo la gola per attraversare il corpo del bevitore, così il libro di Helena Janeczek scorre nella mente e nella fantasia del lettore facendogli conoscere - attraverso un flusso di ricordi, in un continuo viaggio nella memoria storica e privata – Gerda Taro durante gli anni di Parigi e quelli della guerra civile spagnola, la sua passione per la fotografia e la sua gioia di vivere, il suo amore con Robert Capa ed il suo amore per la libertà.


Umbazar

Gerda era elegante, di un fascino da attrice del cinema. Amava farsi ammirare, ma non aveva bisogno di fare nulla di particolare per attirare a sé tutti gli sguardi. In lei l’aspetto magnifico si univa alla capacità, sembrava portata per tutto. Agiva sempre di testa propria – si era, per esempio, scelta il lavoro e uno pseudonimo – da una donna così minuta tanto carattere non te lo saresti aspettato. E invece, malgrado l’alone di leggerezza dovuto al suo perennemente splendido umore, faceva sempre sul serio, portando avanti le proprie convinzioni con un’irrefrenabile volontà. Anche nella sua tendenza a esporsi ai pericoli con temerarietà era cocciuta, nessuno schema, nessun piano avrebbe potuto anche solo in parte ridimensionare la dedizione alle battaglie per cui sentiva la necessità di spendersi. In alcuni frangenti sembrava un essere soprannaturale, una sorta di strega buona con poteri eccezionali che utilizzava per scuotere chi la incrociava nel proprio cammino. Anni e anni dopo la sua prematura dipartita – Gerda, la gioia di vivere fatta persona, venuta a mancare in un incidente così “stupido” – tre delle persone a lei più vicine prima dell’incontro con Capa, tornano in contatto e, inevitabilmente, in loro riaffiorano i ricordi della giovinezza e del segno indelebile che la Taro ha impresso in ognuno di loro. Una ricostruzione approfondita, a metà strada tra una biografia e un romanzo storico, le cui pagine rappresentano una sorta di omaggio postumo a una donna che, seppur inevitabilmente idealizzata nel ricordo, per temperamento e presenza non merita di essere celebrata esclusivamente quale mera spalla – negli affetti e nella professione – di Robert Capa.


Giacomo

"La ragazza con la Leica", ultima fatica di Helena Janeczek, potrebbe essere erroneamente considerata una semplice biografia della fotografa idealista Gerda Taro, amante del più noto Robert Capa, morta ventisettenne durante la guerra civile spagnola mentre scattava le sue fotografie. Tutto ciò sarebbe un torto sia nei confronti del lavoro dell'autrice, sia verso la vita della stessa Gerda. Siamo di fronte, infatti, a un romanzo documentario (sulla scia, sebbene con intenti diversi, di alcuni pamphlet sciasciani come "La scomparsa di Majorana" o "L'affaire Moro"), basato sì su dati biografici effettivi, da unire però anche a espedienti tipicamente romanzeschi, come la soggettività dei fatti e l'invenzione letteraria. Spia di queste ultime due componenti è l'impianto cronologico del testo: non una successione temporale lineare, ma il ricordo di tre diversi personaggi-narratori che, conosciuta intimamente Gerda in vita, si ritrovano, a distanza di anni, a tesserne ciascuno il personale ritratto secondo la propria ottica, enfatizzando o criticando gli elementi che più interessano loro. Dunque è un romanzo memoriale, soggettivo e selezionato dall'autrice: non si dà infatti una voce diretta a Robert Capa e questo, al di là di ogni altra considerazione, non può non essere visto come la volontà da parte della Janeczek di salvaguardare la propria eroina dalla banalizzante identificazione come "la compagna di Capa", riconsegnandole così una forza e una vitalità propria. Già candidata al Premio Strega insieme, tra gli altri, al ritratto di un'altra grande donna quale Natalia Ginzburg, "La ragazza con la Leica" ha recentemente ottenuto l'ulteriore privilegio di entrare nella cinquina finalista del Premio Campiello, a testimonianza della rilevanza che l'opera di Helena Janeczek ha e avrà all'interno del panorama letterario contemporaneo.



La motivazione di Benedetta Tobagi per la candidatura al Premio Strega

«Il romanzo dal vero (non fiction novel) si è imposto da anni nel panorama internazionale come uno dei più interessanti vivai creativi. Con quest'opera Janeczek, si conferma una delle voci più originali del genere, in ambito italiano. La costruzione narrativa è magistrale. La figura della protagonista Gerda Taro, militante antifascista e fotografa di guerra (la cui fama è stata oscurata da quella del celeberrimo compagno di vita e di lavoro Robert Capa) è costruita giocando con prospettive eccentriche, attraverso la voce (sempre credibile) di tre personaggi che hanno variamente sfiorato, amato, ammirato questa giovane donna affascinante, contraddittoria, talvolta insopportabile, «spensierata per natura, speranzosa per principio», che ritorna a loro come un rimpianto e un pungolo. E lo stesso diventa per noi lettori di oggi. Avvincente, tenero, dissacrante, La ragazza con la Leica è anche una riflessione antiretorica, oggi quanto mai attuale e necessaria, sull'antifascismo e sulle scelte di militanza di una generazione di ragazzi pieni di talento e affamati di vita. Attraverso Gerda, i suoi amici, Janeczek fa molto riflettere sul deserto presente.»


“Mente e memoria sono una cosa unica, l’integrità della memoria fonda l’integrità di ogni essere umano, anche tra i nomadi (e lui non era forse un nomade?), non è una prerogativa dell’interiorità borghese custodire i ricordi. Ciascuno ricorda ciò che gli serve, quel che lo aiuta a mantenersi in sella. E il dottor Kuritzkes vuole solo tenersi la «sua Gerda», anche se sa che non esiste. Gerda la temeraria, l’imprevedibile, la volpe rubia, che non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente.”

Helena Janeczek, già vincitrice del premio Bagutta opera prima con il romanzo Lezioni di tenebra (Guanda 2011), riceve nuovamente il prestigioso premio nel 2018 con La ragazza con la Leica, biografia romanzata sui generis, che tratteggia la straordinaria figura di Gerda Taro, nata Gerta Pohorylle, fotoreporter e compagna di Robert Capa, morta prematuramente sul campo durante la guerra civile spagnola all’età di 26 anni.

Dopo un preambolo che prende spunto da alcune foto scattate da Gerda e Capa durante la guerra di Spagna, il romanzo inizia cedendo la parola a tre personaggi che, a distanza di anni, restituiscono un’immagine di Gerda sfuggente e inafferrabile, tratteggiata esclusivamente tramite un mosaico di memorie soggettive, trasformata in un simbolo di una nostalgia e un rimpianto di una generazione che ha visto andare in fumo tutte le sue speranze.

La telefonata intercontinentale tra Willy Chardack e Georg Kuritzkes, amici e amanti più o meno importanti di Gerda, è lo spunto per scatenare una serie di ricordi che hanno come filo conduttore la magnetica e ribelle ragazza con la Leica, la cui fisionomia si va delineando tramite la memoria di Willy, per poi passare attraverso il filtro dei ricordi di Ruth Cerf – la grande amica con cui Gerda aveva condiviso una dura vita di stenti a Parigi dopo la fuga dalla Germania –, giungendo infine a Georg.
Così si ricostruisce la sua breve e intensa vita; la sua storia con Capa, con cui aveva un forte legame affettivo e professionale; il suo coraggio ai limiti dell’incoscienza, che l’ha portata a morire in un tragico incidente. In un certo senso non è Gerda la protagonista del libro, ma la memoria a tratti eterea, a tratti vivida, di una donna forte, vitale, che ha consacrato la sua vita a quello in cui credeva. Uno spirito libero e indipendente, che ha lasciato un segno indelebile in quanti l’hanno conosciuta, sullo sfondo, non meno importante, di un’epoca: la Parigi degli anni trenta, dove i giovani ebrei di sinistra, esuli dalla Germania, avevano trovato rifugio, e la guerra di Spagna, simbolo della lotta internazionale contro il fascismo.

Helena Janeczek riesce sapientemente a restituire con il suo linguaggio, che può risultare a tratti ostico, l’andamento frammentato del racconto, fatto di istantanee tenute insieme dalla presenza impalpabile di Gerda. Lo stile incalzante si pone a metà strada tra un reportage serrato e un flusso di coscienza, in cui si alternano lunghe descrizioni a dialoghi in media res che emergono dalla corrente dei ricordi, per poi arrivare a una lucida riflessione della scrittrice, che fa sentire forte la sua voce al di sopra delle soggettività dei personaggi.

Recensione di Flavia Scotti